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Sul confronto e la creazione di pensiero

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Visto la continua bagarre che ha visto la sconfitta dell’accezione di post-modernità, in quanto il termine post individua uno step che di fatto supera il precedente, modernità oggi viene visto come un “flusso” continuo che è in costante divenire. Trovo un po’ riduttivo l’abbandono da parte degli esperti delle teorie stuttural-funzionaliste, poiché oggi, a parer mio, sempre più la struttura si pone come fondamento essenziale della trasformazione sociale, non necessariamente nell’accezione evolutiva, ma legata ad uno stato di appiattimento. I fondamentali strutturali si compivano attraverso la persistenza delle pratiche sociali legate agli effetti, anche quelli non intenzionali, che potevano per definizione creare o meglio formare degli effetti perversi e non voluti. Di fondo si presuppone una razionalità e una centralità dei prerequisiti funzionali, come ad esempio l’approccio olistico che presuppone una profonda struttura di base e un’ostilità prospettica legata a principi ermeneutici e fenomenologici, i quali possono dare un senso all’azione e alla non-azione. Che siamo in un’era funzionalista, quindi, per intenderci la presenza di una base organica legata all’autopoiesi in una continua ricerca dell’adattamento alla necessità di un ordine e disordine del sistema sociale non v’è dubbio. Certo bisogna stare alla larga dalle “grand theories”, ma sicuramente la complessità oggi si riduce a dicotomie, e se questo non l’hanno visto i sociologi, mi spiace ma siamo veramente confusi dall’eterogeneità. La metafora biologica ridimensiona oggi la polisemia dei concetti, inserita in quella che oggi è definita complessità. Dagli effetti imprevedibili, emergenti se vogliamo, ma sicuramente meno complicati che nel XX secolo, le “need dispositions” oggi sono più che mai accettabili all’interno del tema del conflitto che diventa universalmente riconosciuto. Per parlare in termini Luhmaniani, che superano quelli del buon vecchio Parsons, non è detto che la solidarietà porti necessariamente ad una “comunanza” all’interno di sistemi totalmente autoreferenziali. Ma cosa succede in parole semplici? Succede che nel XXI secolo si rompe il cerchio dell’azione, l’agire dotato di senso diventa anche agente non dotato di senso ma tautologicamente strutturato, che si proietta in ambito teleologico e che riproduce sé stesso senza una definizione ben precisa. Diremmo che è solo istinto, ma in un prospetto di un nuovo funzionalismo, quello di Alexander ad esempio, si tratterebbe di ermeneutica strutturale all’interno della quale scorrono codici binari che produrrebbero una cultura simbolica all’interno di nuove dicotomie. Ma di fatto le dicotomie sono state sempre foriere di chiusura, di omologazione e di standardizzazione. L’abbiamo visto negli anni 30 del secolo scorso, ed oggi la situazione cambia grazie alla presenza di Internet, della rete delle reti e dei social. Grazie a questo è possibile il superamento della divisione analitica tra micro e macro. La ri-concettualizzazione di rischio che diventa preminente oggi, ripropone la questione del conflitto in termini duali, se vogliamo personali. Cioè, il rischio viene assimilato come forma di ingiustizia, quindi contrario alle forme di ordine così come concettualmente precostituite e l’Agency della persona, quindi, è tutta immersa nell’intensione riflessiva. Una sorta di preconcetto che viene fornito dalla Società e assimilato dai singoli individui rispetto ai continui feedback ricevuti. Ma cosa c’entra tutto ciò con il confronto? C’entra nella misura in cui la struttura è pervasa da una profonda rischiosità e conflittualità e allora l’agente ricerca l’ordine nella dicotomia ossessiva alla ricerca di una collocazione naturale. Si ricercano seguaci e confessori della negatività, nella profonda binomia nell’essere contro o a favore. Nell’insicurezza ricorre lo spasmodico senso di appartenenza e di profonda dispersione di pensiero che si trasforma in Società senza ideali, alla ricerca di un’esistenza concreta anche a volte nel mondo virtuale. E allora quel “sei con me o contro di me” diventa violenza di pensiero, prima di tutto olistico, ma anche un pensiero così vuoto che può sembrare “banalità”.

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