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La morte: questa sconosciuta! Dialogo con Socrate di Emanuele Spitaleri

Per quale motivo l’essere umano si convince che il momento più misterioso della vita, e cioè la morte, sia un momento così drammaticamente scisso dal processo di cui fa parte?

Tempo di lettura: 4 minuti

Il concetto di esistenza è forse uno dei più grandi temi su cui ogni uomo si ritrova a riflettere durante il corso di quella che molto semplicisticamente chiama vita.
Ma che cos’è l’esistenza? Qual è il suo significato originario?L’etimologia di esistere deriva con tutta probabilità dal latino ex-sistere, e cioè stare fuori.
Sappiamo per certo che ogni concetto presuppone logicamente il suo contrario.
É chiaro che, in questo caso, l’esatto opposto di stare fuori deve essere indubbiamente stare dentro e che, secondo un ragionamento molto semplice, questo concetto si lega inevitabilmente a quello di in-sistenza, mutato nel tempo, chissà per quali ragioni linguistiche a noi sconosciute, nel termine in-esistenza.
Se volessimo rendere quantificabile e tangibile un tale concetto, ci riferiremmo all’esistenza come a un segmento di spazio-tempo individuale che va dall’inizio di un individuo e cioè dalla sua nascita, sino alla sua fine e quindi alla morte. Al di fuori di questo segmento vi sarebbe l’inesistenza.
Sul concetto di nascita sono tanti i pareri in merito, le dispute e le questioni di ordine etico, teologico e filosofico.
Non è infatti in alcun modo considerato oggettivo o assoluto l’esatto momento in cui un individuo nasce.
Molti direbbero che è nel momento in cui esso viene alla luce, e quindi si ritrova a esistere, a stare fuori per così dire dal grembo materno.
Gli intelletti più sottili direbbero che anche nel momento della fecondazione avviene in sé una nascita, nell’esatto istante in cui si incontrano una cellula gametica maschile ed un gamete femminile.
Ma se un filosofo volesse rispolverare i concetti di atto e di potenza in Aristotele, probabilmente si troverebbe a sottolineare come in ogni istante, prima dell’accoppiamento stesso, una vita è in potenza di nascere, esiste cioè già in potenzialità sia nello spermatozoo che nell’ovulo femminile…
Per assurdo allora viene a noi la consapevolezza che, se forse non è tanto netto il confine fra una nascita e una non-nascita, non è effettivamente nettissimo neanche il confine fra esistenza e inesistenza.
Per quale motivo allora l’essere umano si convince in maniera così definitiva che il momento più misterioso della vita, e cioè la morte, sia un momento così drammaticamente scisso da questo processo, la cui logica sembra chiaramente intrinseca?
Sicuramente, ciò che porta gli esseri umani a pensare che la morte sia soltanto la fine di tutto, è l’evidenza di come un corpo dapprima animato, smetta improvvisamente di muoversi, divenendo inanimato.
Anche qui ci viene incontro l’etimologia delle parole riportandoci, con la dicotomia animato/inanimato, al concetto di anima.
Non starò qui a discutere di realtà gnoseologiche o ancor più metafisiche, che molti potrebbero considerare opinabili o discutibili.
Voglio solo far notare come ci sia una straordinaria somiglianza fra i concetti di in-esistenza e di in-animato e come essi si colleghino inevitabilmente al concetto di morte.
Se ex-sistenza richiama a noi il significato di stare fuori e invece in-esistenza quello di stare dentro, è in qualche modo analogo lo stesso discorso per il concetto di anima: un corpo in-animato è per definizione un corpo senza anima, un corpo la cui anima quindi non sta più dentro ma fuori.
Ma se poco prima esso veniva definito animato dove sarà mai andata a finire l’essenza di ciò che lo costituiva prima come animato, cioè l’anima?
Il paradosso interessante è che nel momento in cui l’anima sta fuori dal corpo noi parliamo di in-esistenza e quindi stare dentro, mentre quando sta dentro al corpo noi parliamo di ex-sistenza quindi stare fuori.
Ma a questo punto viene da chiedersi: Stare dentro a cosa? Stare fuori da cosa?
Questo gioco linguistico delle scatole cinesi può sembrare un po’paradossale ma non è poi del tutto un paradosso. Dipende da cosa si intenda per dentro e per fuori.
Interessante, per chi volesse indagare sulla questione, potrebbe essere a riguardo leggere uno dei dialoghi di Socrate coi suoi allievi riportatoci da Platone nel Fedone.
Spesso mi sono chiesto come mai, nel corso di quella che noi definiamo scuola dell’obbligo, ci venga offerta una sfilza di classici da studiare come l’Iliade o l’Odissea, se non addirittura i Promessi Sposi e non piuttosto data la possibilità di interagire con opere di questo tipo, peraltro disarmanti nella loro semplicità logica.
Sarò probabilmente considerato irriverente dopo questa affermazione ma questo per me rimane un mistero ancora più grande della morte stessa…
Voglio lasciarvi qualche frammento di questo dialogo affinché possa nascere, in chi si ritrova a leggere, solo un pizzico di curiosità.
Io ho deciso di rispolverarlo oggi, a seguito delle riflessioni fatte in questi giorni relative a un evento vissuto in prima persona e sono lieto di riproporlo a chi, come me, si ritrova a riflettere adesso su questi concetti:
Socrate: «Abbiamo provato che tutte le cose nascono dai loro contrari.»
Cebete: «Va bene.»
Socrate: «Però c’è un fatto che tra due contrari c’è qualcosa di intermedio, come un duplice processo generativo che va da un estremo all’altro e viceversa. Prendiamo una cosa più grande e una più piccola: tra le due non c’è, rispettivamente, un processo di crescita e di decrescita per cui noi diciamo che l’una cresce e l’altra diminuisce?»
Cebete: «Sì.»
Socrate: «E il decomporsi e il generarsi delle cose, il loro raffreddarsi e riscaldarsi, il loro continuo mutare, non si svolge, forse, in questo modo, attraverso un reciproco divenire, un processo di mutua generazione dell’uno dall’altro, anche se non abbiamo termini esatti per definire tutto questo?»
Cebete: «Certamente.»
Socrate: «E allora? C’è qualcosa di contrario alla vita, come alla veglia c’è il sonno?»
Cebete: «Certo.»
Socrate: «Che cosa?»
Cebete: «La morte.»
Socrate: «E questi due stati non si generano l’uno dall’altro, poiché sono reciprocamente contrari ed essendo due, non è anche duplice il loro processo generativo?»
Cebete: «Ma certo.»
Socrate: «Ebbene, di una delle due coppie di contrari, che ora ho citato, te ne parlerò io, chiarendoti il suo duplice processo generativo; tu, poi, mi dirai dell’altra. Allora io ti dico: da una parte c’è il sonno, dall’altra la veglia; dal sonno nasce la veglia e dalla veglia il sonno; di questi due estremi i processi generativi sono l’addormentarsi e il ridestarsi. È chiaro o no?»
Cebete: «Chiarissimo.»
Socrate: «Dimmi ora tu, riguardo alla vita e alla morte. Non convieni che la vita è il contrario della morte?»
Cebete: «Io sì.»
Socrate: «E che l’una si genera dall’altra?»
Cebete: «Sì.»
Socrate: «Che cosa nasce dunque dalla vita?»
Cebete: «La morte.»
Socrate: «E dalla morte?»
Cebete: «Ah, bisogna convenire, che nasce la vita.»

 

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