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Psicologia e coronavirus: come affrontare l’ansia, mantenere uno stato di allerta e gestire lo stress che riduce le capacità immunitarie?

Quale il ruolo della psicologia? Aiutare le persone a pensare prima di agire ad acquisire le informazioni in situazioni di incertezza, capire bene le situazioni di rischio, di protezione, di sicurezza. Soprattutto ascoltando le domande, le ansie, le incomprensioni, i dubbi. L'informazione che viene scaricata direttamente sul cittadino e non tiene conto del suo livello di maturità di capacità di elaborazione, non è una buona comunicazione

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Che cos’è un’emergenza? È un evento in sé minaccioso. Quattro sono gli elementi  che caratterizzano l’emergenza: la percezione di una minaccia, la richiesta di un’attivazione rapida e rapide decisioni; la percezione di non avere abbastanza risorse per superare quel momento e infine provare un gruppo di emozioni congruenti.

Come disse Marshall McLuhan a proposito delle informazioni e delle comunicazioni: “Il primo effetto delle comunicazioni è stato l’ansia. Quello attuale sembra che sia la noia. Siamo passati per tre fasi: allarme, resistenza e spossatezza che si verificano in ogni malattia e in genere di fronte a ogni situazione critica individuale o collettiva”.

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L’essere umano non può restare per troppo tempo in stato di allerta perché poi il suo sistema nervoso crolla, così come le difese immunitarie: le informazioni migliorano o peggiorano la capacità di far fronte alle avversità. Bisognerebbe evitare le metafore che contengono la parola “guerra”: la dinamica tra umani è una guerra; questa è più una competizione con la natura; interrompere la stigmatizzazione delle persone malate come la ricerca dell’untore; come affrontare “il nemico invisibile” con forza, astuzia, e strategia e non con violenza. Comunque bisogna pensare prima di agire. Diverse sono le categorie che si occupano di questa emergenza: il gruppo degli scienziati incaricati di guardare rischi e possibilità; il gruppo dei responsabili che prendono decisioni sulla sicurezza per gli altri; il gruppo dei comunicatori che organizzano e diffondono le informazioni; il gruppo dei cittadini comuni. Che dovrebbero essere i primi in questione. I responsabili fanno ciò che gli scienziati chiedono. Gli scienziati chiedono che le persone siano informate del pericolo e alla fine chi è che le informa? I comunicatori sui social network o i professionisti sui giornali che hanno le loro logiche per tenere alta l’attenzione e allarmare i lettori. E qui un’altra citazione di McLuhan ci sembra perfetta: “I nuovi media e le nuove tecnologie con cui amplifichiamo ed estendiamo noi stessi costituiscono una sorta di enorme operazione chirurgica collettiva eseguita sul corpo sociale con la più totale assenza di precauzioni antisettiche”.

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È proprio il modo in cui fanno “informazione” possono aumentare o diminuire il clima emergenziale al cittadino comune, con la sua grandissima varietà, che vorrebbe magari partecipare alla difesa se avesse minimamente idea di come fronteggiare il pericolo. Quale il ruolo della psicologia? Aiutare le persone a pensare prima di agire ad acquisire le informazioni in situazioni di incertezza, capire bene le situazioni di rischio, di protezione, di sicurezza. Le informazioni devono essere comprensibili, motivanti che possano incoraggiare a mettere in campo tutte le proprie risorse; dare indicazioni operative su come gestire ansia e pericolo comunicando con voce pacata, rallentando il ritmo delle comunicazioni; aiutando le persone a capire quello che è necessario comprendere, soprattutto ascoltando le domande, le ansie, le incomprensioni, i dubbi. L’informazione che viene scaricata direttamente sul cittadino e non tiene conto del suo livello di maturità di capacità di elaborazione, non è una buona comunicazione. Una limitata dose di paura e allerta sono necessarie per potersi attivare senza perdere di lucidità. Per attenzionare le indicazioni delle autorità sanitarie, ci vuole un minino di attivazione e concentrazione. Il limite fra una attivazione funzionale (eustress o stress positivo) e un eccesso di allerta con comportamenti poco lucidi e controproducenti (distress o stress negativo) è molto sottile. L’importante è riuscire a capire “chi è che sta controllando e che cosa sta controllando: sono ancora io che gestisco e scelgo cosa fare, o mi sto comportando seguendo una massa di persone che sta facendo proprio quello che si dovrebbe evitare?”

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E sui periodi di quarantena che costringono a interrompere le tranquille abitudini quotidiane, si sta creando a volte uno stato di temporanea confusione. Potrebbe essere l’occasione per avviare nuove attività o su quelle attività che non potevano essere coltivate a sufficienza per mancanza di un “tempo proprio” da passare in una “santa riflessione”. Leggere, dipingere, scrivere: per alcuni la quarantena forzata, potrebbe essere uno stato di beneficio per riprendere o completare cose importanti lasciate in un tempo sospeso per mancanza di riflessione; un tempo in più che ci è dato di avere e che dobbiamo saper utilizzare.

 

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