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Stress lavoro-correlato molestie e ricatti sessuali

“Lo Stress non è una malattia ma una risposta definita come Sindrome generale di adattamento. Una risposta fisiologica aspecifica a qualsiasi richiesta proveniente dall’ambiente”. Ma allora siamo noi incapaci di adattarci?

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Le molestie e i ricatti sessuali sul lavoro, rappresentano un fenomeno dilagante e piuttosto diffuso nella nostra penisola, più di quanto si possiamo immaginare. L’ISTAT nel suo report del 2018 stima che siano più di 8 milioni (43,6%) le donne fra i 14 e i 65 anni che durante la loro vita hanno subito qualche forma di molestia sessuale e si stima che siano più di 3 milioni (15,4%) che le hanno subito negli ultimi tre anni. Per quanto riguarda le molestie sessuali sul posto di lavoro negli ultimi tre anni hanno riguardato quasi il 3% della popolazione femminile attiva 425.000 donne che per ottenere un lavoro per mantenerlo. È in tal senso che la strategia comunitaria in materia di salute e sicurezza ha avvertito la necessità di integrare, tra i nuovi rischi emergenti, lo stress lavoro-correlato, ponendo particolare attenzione alla dimensione di genere. Secondo il suo inventore Selye: “Lo Stress non è una malattia ma una risposta definita come Sindrome generale di adattamento” specificato poi da Favretto nel 2005 come “risposta (generale) aspecifica a qualsiasi richiesta (demand) proveniente dall’ambiente”. Quindi le violenze e le molestie di genere, esaminando l’incidenza e la ricaduta sullo “stress lavoro-correlato”, potrebbero essere individuate come “mancanza generale di adattamento ad una situazione stressante al di sopra delle nostre possibilità di sopportazione all’interno del mondo del lavoro. Il nuovo trattato internazionale definisce “violenza e molestie” come un insieme di comportamenti, pratiche, minacce che mirano a provocare o sono suscettibili di provocare danni fisici psicologici sessuali o economici, ivi compreso la violenza verbale. Il trattato, rispetto alla definizione “posto di lavoro”, riguarda non solo i luoghi in cui i lavoratori vengono retribuiti, ma anche dove svolgono la pausa, usando servizi igienici e spogliatoi, nonchè il tragitto tra casa-lavoro. Nel caso di “carriere manageriali”: durante i viaggi di lavoro, formazione, eventi o attività sociali collegati all’attività lavorativa. Probabilmente questi dati non riconoscono soltanto un “problema emergente”, ma sono dati che si riferiscono al fatto, che in precedenza, queste “violenze e molestie”, venivano taciute e non denunciate, per paura di ritorsioni.

Le conseguenze dello stress lavoro-correlato partono dall’attivazione del circuito Cognitivo/Fisiologico dello stress che comprende l’eustress (lo stress “sano” che dà una sensazione di appagamento o di altri sentimenti positivi, che si adattano a un cambiamento nell’ambiente) e il distress (lo stress “nocivo” che rifiuta questi cambiamenti, motivandoli secondo i propri principi etici, psicofisici-attitudinali). Sembra chiaro che la condizione emergente di una condizione di “distress” sia il risultato di uno stato: di stalking, di bossing, di mobbing e burn out con conseguenze estreme nei confronti del lavoratore, di entrambi i sessi.  La condizione di allarme con cui l’organismo risponde agli stressor mette in atto meccanismi di fronteggiamento (coping) sia fisici che mentali. Alcuni esempi sono costituiti dall’aumento del battito cardiaco, della pressione sanguigna, del tono muscolare ed arousal (attivazione psicofisiologica); la resistenza con cui il corpo tenta di combattere e contrastare gli effetti negativi dell’affaticamento prolungato, producendo risposte ormonali specifiche quali cortisolo, adrenalina e noradrenalina; l’esaurimento, se gli stressor continuano ad agire, il soggetto può venire sopraffatto e si producono effetti sfavorevoli e permanenti a carico della struttura psicosomatica. Le forme di malattia più frequentemente diagnosticabili nelle situazioni di violenza sul posto di lavoro sono: alterazioni generali del sistema neurovegetativo (cefalea, ipertensione, tachicardia, ulcera); incremento delle abitudini voluttuarie (fumo, alcool, droghe, psicofarmaci); disturbo post traumatico da stress (sindrome della donna maltrattata); depressione reattiva; manifestazioni di natura ansiosa (paranoia, psicosi, tendenze suicidarie). Nella valutazione clinica del singolo caso vanno presi in considerazioni i traumatic reminders, ovvero le caratteristiche specifiche dell’evento che si legano a reazioni soggettive, e che sono proprie di ciascun individuo. Altra variabile fondamentale nella condizione di distress è il fattore tempo: il protrarsi di una condizione costante e progressiva, porta a reazioni sempre più disfunzionali, con perdita di fiducia nei propri mezzi, nell’efficacia delle proprie reazioni e nell’autoefficacia percepita sia come lavoratore che come coniuge, genitore, amico, etc. producendo un effetto domino in campo lavorativo, sociale e previdenziale. Le strategie per aiutare chi è colpito da questa problematica sono diverse: la divulgazione delle informazioni tramite seminari, conferenze; la formazione scolastica, aziendale, sindacale; la creazione di sportelli di ascolto con psicologi e avvocati esperti del settore.

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