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Maria Concetta Tringali: Femminicidio e violenza di genere. Appunti per donne che vogliono raccontare

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Maria Concetta Tringali, vive e lavora come avvocata a Catania, patrocinando cause di diritto di famiglia. Offre supporto alle donne vittime di violenza domestica al centro antiviolenza Galatea, associazione che dà protezione alle vittime e si occupa di prevenzione della violenza di genere. Pubblica regolarmente articoli su “MicroMega”, “EinaudiBlog” e “Alley Oop – Il Sole 24 ore”, organizza con l’Università degli Studi di Catania e il centro antiviolenza Galatea incontri sulla parità e la violenza di genere; fa inoltre parte di gio, Gender Interuniversity Observatory (La Sapienza, Tor Vergata, Foro Italico e Roma Tre). Ha scritto il libro Femminicidio e violenza di genere. Appunti per donne che vogliono raccontare per i tipi di Seb24 con prefazione di Francesca Brezzi. sta girando la Sicilia per una serie di presentazioni di cui vi diamo una traccia. risponde per noi ad un serie di domande scottanti.

Cosa c’è all’origine della violenza contro le donne?

All’origine c’è l’impostazione che il mondo si è dato. Quello che voglio dire è che la violenza contro le donne nasce dal patriarcato che ha relegato le donne ai margini della società, internandole di fatto tra quattro mura. Alla base c’è un problema che è culturale ed è dunque sulla cultura, sulla eliminazione degli stereotipi in primis, che dobbiamo investire.

Il mio libro si apre con una poesia di Costantinos Kavafis, meno nota di Itaca, che mi sembrava completamente aderente a quella che è stata la situazione femminile per millenni e purtroppo a quella che è l’esperienza di molte donne ancora oggi.

I primi versi mi sono apparsi con una forza evocativa incredibile: “Senza riguardo, senza pudore né pietà, m’han fabbricato intorno erte, solide mura”. Io dico che questo periodo storico debba essere per le donne di nuova resistenza. Ci sono attacchi contro diritti conquistati con grandissimi sforzi (penso alla 194) che provengono da molte parti. Un Parlamento che contiene forze reazionarie pericolosissime, pronto a riportarci indietro a un passato che non dobbiamo e non possiamo rivivere.

Qual è il modo giusto di difendere le donne dalla violenza?

La maniera corretta di difendere le vittime di violenza è dotarsi degli strumenti necessari per farlo. Intanto significa per noi operatrici studiare il sistema, in modo da coglierne le pieghe dove possono annidarsi i maggiori pericoli per la donna che decide di affidarsi alla giustizia. È anche cercare di correggerlo, quel sistema, nella pratica quotidiana. Invitiamo da sempre la donna maltrattata a venire al centro antiviolenza perché è lì che troverà un luogo di accoglienza in grado semplicemente di chiarirle le idee, come anche di accompagnarla in un percorso efficace che è lungo, spesso complicato e certamente doloroso, di fuoriuscita dalla violenza. Un percorso che deve essere però di liberazione.

Femminicidio: una parola nuova per un fatto antico

Nel libro dedico molto spazio alle parole, al racconto che si fa della violenza e che è nella gran parte dei casi per niente adeguato. Lo scopo è sollecitare gli organi di stampa, i giornalisti e le giornaliste ad adottare un linguaggio coerente e orientato. Femminicidio è parola necessaria, un neologismo anni 90 che dalle mie ricerche risale anche a un tempo più antico (se ne trovano tracce nei codici inglesi di metà ottocento) ed è una parola necessaria. Sì, a chi contesta che potremmo semplicemente usare la parola omicidio rispondo che femminicidio è parola che dice il sesso della vittima ma anche il movente. Quando muore una donna perché donna, in quanto donna, non è omicidio, è femminicidio.

Figli vittime della famiglia

Un capitolo è dedicato a Lauretta, morta per mano del padre. La mamma mi ha rilasciato un’intervista dalla quale viene fuori il dolore inesauribile e la forza che questa donna ha tratto dalla tragedia. I minori sono vittime due volte. Quando proprio non sono vittime dirette della furia paterna, lo sono in maniera indiretta. I giudici la chiamano violenza assistita. Ed è uno schema pericoloso, perché i modelli di comportamento che i bambini vedono rappresentati dai genitori saranno a loro volta ripetuti. È facile che un bambino violato diventi un maltrattante e una bambina violata una donna che sceglierà un partner abusante.

Violenza donne migranti

Le più vulnerabili tra le vittime sono le donne migranti. Sprovviste di una rete familiare o anche solo amicale, in un paese straniero dove spesso sono giunte al seguito del partner, quando questo è il loro aguzzino, per loro le possibilità di uscirne vive sono basse. E il decreto sicurezza che ha tipizzato la protezione ha creato condizioni di intervento davvero complicatissime.

 Relazione commissione parlamentare: leggi nuove da approvare

Da marzo 2018, grazie al lavoro della Commissione parlamentare d’inchiesta della scorsa legislatura abbiamo un documento di oltre 400 pagine che è la prima fotografia aggiornata del fenomeno e dei dati che afferiscono a questo.

In Parlamento si legifera. Lo si fa tuttavia senza uno sguardo complessivo che assicuri interventi armonici. Non credo che il cosiddetto codice rosso posso bastare. Servirebbe una riforma seria, la creazione di una sezione specializzata in materia di famiglia e minori innanzitutto. Ma il pericolo in questo momento vedo venirlo da destra. Disegni di legge come quello a firma Pillon – contro il quale insieme ai colleghi avvocati e alle colleghe avvocate del foro di Catania ho prodotto un documento per chiederne il ritiro definitivo – rischiano di portare il diritto di famiglia verso abissi spaventosi.

 

 

 

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