Sicilia Report
Sicilia Report fa uso di fact-checking e data journalism

Alfio Patti l’Aedo dell’Etna

Mi occupo di lingua e poesia siciliane da oltre 30 anni. In questo lungo arco di tempo ho divulgato i miei studi in scuole di ogni ordine e grado siciliane e Università straniere. Ho voluto dimostrare che con il dialetto si può scrivere di tutto e si può parlare della contemporaneità. La poesia in dialetto, infatti, si era chiusa nei temi del ricordo, della nostalgia, del carretto e di mamma e papà. La mia è una poesia esistenzialista e attenta ai drammi di oggi.

131

Chi è Alfio Patti?

Non c’è cosa peggiore “del parlar di sé”. In genere sono sempre gli altri che in un cappelletto introduttivo presentano l’autore e i suoi “titoli”.

Ci proverò.

Ho esordito con la poesia in dialetto siciliano nel 1985 con “Canti di Pietra Lava” con una nota di Ignazio Buttitta allora massimo poeta dialettale riconosciuto. L’incoraggiamento a continuare me lo diede Santi Correnti, storico e sicilianista sfegatato, docente all’Università di Catania.

Alfio Patti con Ignazio Buttitta

Da quella esperienza felice vennero fuori numerosi libri di poesia (mi piace ricordare la trilogia: Nudi e crudi, Jennuvinennu e Cca sugnu!); di narrativa (il romanzo più fortunato “La parola ferma in gola”) e saggistica (quello che amo di più è “Arsura d’amuri – Omaggio a Graziosa Casella).

La mia vita “letteraria” è stata sempre accompagnata da quella giornalistica: redattore presso il quindicinale di informazione scolastica “La Tecnica della Scuola” e collaborare del quotidiano “La Sicilia” e “la Repubblica”, oggi sono direttore della rivista culturale “Incontri”.

Mi occupo di lingua e poesia siciliane da oltre 30 anni. In questo lungo arco di tempo ho divulgato i miei studi in scuole di ogni ordine e grado siciliane e Università straniere. Ho fatto parte della Commissione per la legge n.9/2011 per l’insegnamento del patrimonio culturale siciliano nelle scuole. Sono laureato in Pedagogia.

 

Dal 2002 ho messo in pratica una mia idea di impegno artistico e culturale che consiste in conferenze-spettacolo, aventi per protagonisti versi, musiche, canti e didascalie di motivi classici e moderni della Sicilia. Uno spettacolo che ho battezzato Allakatalla col quale ho girato un po’ il mondo con l’appellativo di “Aedo dell’Etna”. Dopo l’esordio artistico-musicale diversi sono gli spettacoli che porto in giro. Fra questi, e di grande successo, “Tra ciuri d’aranci e spini santi”.

Perché scrive libri, saggi, poesie?

Per natura. Sin da piccolo scrivevo pensierini e poesiole. A 12 anni il mio primo racconto lungo: “La cavalleria di Custer”. Era già chiara la tendenza. E scrivevo quando ero felice. Poi, da adulto, la scrittura è diventata un mezzo, poi ancora un’arma, per dire ciò che sento e denunciare ciò che non mi piace.

Scrivere è una forma di autoterapia?

Non mi sono avvicinato alla scrittura a seguito di traumi o angosce. La parola scritta (e in seguito quella cantata) mi hanno eccitato e reso vivo. La mia sessualità andava al passo con la mia creatività. Con la scrittura ho potuto dire ciò che volevo lasciando scritti i miei pensieri e le mie idee. Ho attaccato la società piatta e ipocrita anticipando, già vent’anni fa, i tempi di oggi e la loro decadenza. Ho voluto dimostrare che con il dialetto si può scrivere di tutto e si può parlare della contemporaneità. La poesia in dialetto, infatti, si era chiusa nei temi del ricordo, della nostalgia, del carretto e di mamma e papà. La mia è una poesia esistenzialista e attenta ai drammi di oggi.

Qual è la sua mission?

Ho trasferito il mio impegno politico e sociale sulla carta perché mi sono reso conto che la “parola” urlata non bastava. La gente non ascolta facilmente. Ma mi sono accorto pure che la gente non legge facilmente. La gente fa tutto con difficoltà. Come tutti gli ex giovani mi ero illuso di poter contribuire a cambiare la società, poi per evitare che la società cambiasse me mi sono protetto trincerandomi negli studi e nella scrittura. La mia mission? Quella di tenere viva la lingua siciliana (da non confondere col vernacolo); la cultura isolana che è tanto ricca e l’identità siciliana per evitare (un’altra illusione?) che venga fagocitata dalla globalizzazione e dall’omologazione.

Certo il lavoro è tanto e remiamo contro corrente. Cito una frase di Santi Correnti: «Spesso i maggior nemici della Sicilia sono i siciliani».

Che cos’è la letteratura?

Cos’è la letteratura per me, naturalmente, e non in sé. Lasciamo quel ramo metafisico.

La letteratura è quel mondo attraverso il quale l’umanità viene raccontata sia come realtà sia come finzione. Ciò rende l’esistenza più gradevole e arricchisce intellettualmente e spiritualmente.

Chi sono i suoi lettori?

I miei lettori sono spesso amanti della poesia siciliana e soprattutto persone di cultura. Amano leggere, sono addetti ai lavori di conseguenza sono una nicchia ristretta di persone anche se i miei libri (ne ho pubblicati 16) sono stati tutti venduti. Ma sempre di nicchia si parla. Quelli che seguono i miei spettacoli, invece, sono tantissimi e vanno dalla gente semplice del popolo agli intellettuali.

A me manca la classe borghese media, proprio per ciò che dicevo prima. È quella classe che rema contro la cultura siciliana.

Crede nell’immortalità della parola?

Certo! La parola è l’unica forma rivoluzionaria che oggi ci rimane, ecco perché vogliono derubarci delle parole. L’attuale società, chiamiamolo “sistema”, ha colpito per prima la scuola (i ragazzi sono poveri di parole) e poi con facebook è arrivato il colpo di grazia.

Le parole sono sempre meno e la grammatica comincia a diventare un antico ricordo.

I greci potevano spiegare la vita e la conoscenza perché possedevano tante parole (molto più dei romani). Già dal mondo giudaico la parola è determinante. Dio “parla” al suo popolo, tutto avviene attraverso la parola. Poi, nel mondo cristiano la parola (il verbo) si fa carne e si passa dalla parola all’immagine. Con più parole si possono spiegare più cose. Oggi i giovani ne possiedono pochissime e per questo non riescono a spiegare il proprio tempo e nemmeno le emozioni e i sentimenti. Nel mio “Jennuvinennu” scrivo: Quannu s’ammazza a parola / s’ammazza u pinseri / e l’omu s’arridduci / ferra di sciara / e mazzuni di scogghiu (Quando si uccide la parola / si uccide il pensiero / e l’uomo si riduce / fèrula di sciara / e ghiozzo di scoglio).

Come finirà con “l’ignoranza dei social”?

La lingua la fanno i parlanti sosteneva Benedetto Croce. Ma i parlanti non possono certo sovvertire grammatica e sintassi, possono, semmai, introdurre dei neologismi.

Quella dei social è la prima opportunità che apre al mondo offerta alle persone tutte, comprese quelle ignoranti. Su questa piattaforma si esprimono tutti soprattutto le persone mediocri che in precedenza non hanno avuto mai uno spazio dove intervenire. Ed ecco che tutti diventiamo tutto, cioè niente. Ma come sappiamo la madre dei cretini è sempre incinta e il numero fa la forza, di conseguenza l’ignoranza dei social è destinata a crescere e a imporsi sulla Cultura e la Bellezza.

I social, come si sa, stanno seminando odio (anch’esso figlio dell’ignoranza) e dividono anziché unire. La nostra è una società in decadimento e non in crisi. Dalle crisi si esce dal decadimento no. È il trionfo della mediocrità su tutti i campi, da quello politico e quello scolastico, familiare e così via. I social sono l’anticamera di una futura dittatura invisibile verso la quale l’umanità sta dirigendosi. Poi sarà difficile fare una rivoluzione come la storia ci insegna perché il nemico sarà invisibile. Per i più fortunati rimarranno le “parole” per mezzo delle quali poter capire cosa sta accadendo e dare un senso a quella vita che ci stanno propinando per il futuro. I cretini, a questo punto, vadano a quel paese.

Commenti
Loading...

Questo sito usa dei cookie tecnici necessari al corretto funzionamento del sito stesso creati direttamente dalla piattaforma. Diamo per scontato che tu sia d'accordo, ma se vuoi puoi liberamente decidere di uscire. Accetto Approfondisci