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Il morso del deserto di Gabriella Vergari

Non si può comunque negare che, durante le pesanti giornate d'afa, il sollievo arrecato, da simili ambienti, agli altolocati fruitori doveva certo apparire considerevole ma, in qualche modo, compromesso dall'assenza di adeguate comodità, quindi poco o nulla paragonabile a quello offerto dalle Case dello Scirocco, costruzioni autonome, di piccole dimensioni, studiate e volute, non solo come baluardo al vento, ma anche – per non dire soprattutto – come luoghi di piacere, lusso, riposo e diletto.

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Quello dello scirocco non è, per i Siciliani, un mero accidente atmosferico ma un autentico evento, che pare segnare il rinnovato confronto di uomini e cose con la temporanea ostilità di una natura insolitamente dimentica di clemenza.

È l’impronta di un’ascendenza africana che affonda le radici nella notte dei tempi e non nasce dalla semplice influenza geografica.

Un fondamento dell’immaginario collettivo isolano, fruttuoso, se non di una sorta di vera e propria cultura, quantomeno di esiti peculiari.

A cominciare dal bellissimo sciruccatu, il pregnante aggettivo nostrano (passato solo in un secondo tempo all’italiano regionale), inteso a designare lo stato di avvilito intontimento proprio di chi, una volta divenuto preda dei morsi di un vento di tale forza da poter persino disfare i corpi, si sia visto implacabilmente ridurre ad una pozza appiccicosa di sudore.

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A proseguire con le messe di proverbi connessi al fenomeno, e mirati a sottolinearne i disagi, come, ad esempio: Sciroccu e Libbicci, tintu chidd’omu chi beni ‘nni dici o Sciroccu muschi, tramuntana ciaschi.

A finire con tutti gli espedienti adottati, nel tempo, contro la stretta logorante di un assedio caldo-umido, che il più delle volte pare risoluto ad ignorare tregue o confini.

Alludo, soprattutto, ai segreti e agli accorgimenti architettonici scaturiti dalla lunga convivenza col problema, concepiti da antica sapienza o da semplice, salutare pragmatismo, appresi, per lo più, grazie alla mediazione degli Arabi, perpetuati nei secoli e applicati, in particolare, nella realizzazione delle cosiddette stanze dello scirocco, vani caratteristici, presenti in molti dei palazzi siciliani, che lo scrittore Domenico Campana, in un suo romanzo, così descrive: «… un locale bianco, disadorno, che si affaccia nel cortile interno. Vi si accede da una scaletta di pietra e non ci sono finestre, solo qualche fessura per dare un po’ di luce. Lo si tiene quasi sempre segreto perché sia sempre riparato. Qui, in questa intonacata caverna, da secoli la famiglia di Acquafurata si rifugia con i servi, perché i nervi umani non vengano divorati dal vento del deserto».

Lo squallore rappresentato è, come ovvio, solo apparente e non deve affatto ingannare sulla reale natura di analoghi «ricoveri», privilegio quasi esclusivo delle famiglie aristocratiche.

La nudità delle pareti e l’assenza di finestre rientrano, invece, nel rudimentale (seppure efficace ed elitario) proposito di riprodurre, in muratura, le proprietà termiche delle grotte, riparo tradizionale dei popoli del Sahara alle aggressioni del deserto.

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Non si può comunque negare che, durante le pesanti giornate d’afa, il sollievo arrecato, da simili ambienti, agli altolocati fruitori doveva certo apparire considerevole ma, in qualche modo, compromesso dall’assenza di adeguate comodità, quindi poco o nulla paragonabile a quello offerto dalle Case dello Scirocco, costruzioni autonome, di piccole dimensioni, studiate e volute, non solo come baluardo al vento, ma anche – per non dire soprattutto – come luoghi di piacere, lusso, riposo e diletto.

Sembra, tuttavia, che, a dispetto della loro destinazione (o forse proprio per questo, chissà), tali edifici non fossero, poi, largamente diffusi, se è vero che, fino a non molto tempo fa, se ne contavano appena due esemplari in tutta la Sicilia, entrambi nel palermitano.

Ma da qualche anno l’esigua lista si è arricchita di un terzo componente, venuto alla luce – dopo essere stato a lungo sepolto da un rigoglioso agrumeto – nel lentinese, in  provincia di Siracusa, grazie alla complicità del caso, se non, piuttosto, delle insondabili trame che reggono, a volte, le sorti dei monumenti e dei loro ritrovamenti

Il maggior merito spetta, come sempre in questi casi, all’intraprendente determinazione dell’ultima proprietaria del fondo, la baronessa Maria La Rocca, buona intenditrice di pietre laviche, che rimase un bel giorno colpita da uno spuntone di roccia emerso dal terreno.

Volendolo destinare alla sua collezione, fece scavare tutt’intorno finché lo spuntone non si rivelò un sedile semicircolare, il primo di quattro “gemelli” da disporre in cerchio a mo’ di sofà.

Emozionata e comprensibilmente incuriosita, la baronessa volle da quel momento approfondire le ricerche, giungendo ben presto all’insperata scoperta di un modello assai rappresentativo di Casa dello Scirocco, dotato, naturalmente, di un ingegnoso ed efficientissimo sistema di climatizzazione, oltre che di tutti gli altri requisiti peculiari.

Con il valido apporto di tecnici e amici competenti – dal professore Giuseppe Pagnano all’architetto Concetta Mascali,dal cavaliere Ettore Paternò al dottore Salvatore Bonaiuto– e nell’estremo rispetto, tanto del passato, quanto dei dettami della Sovrintendenza, ogni pietra, ogni pianta, ogni particolare del complesso fatto riaffiorare alla luce, narra le raffinatezze di uomini abituati a fare dell’esistenza piacere e dell’amore sfizio dei sensi.

Ma ciò che rende certamente unico il sito è, in una col nutrito numero di cavità rupestri in esso presenti, il copioso, benefico afflusso delle acque di una vicina sorgente sotterranea.

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È verosimilmente per questo che, già al tempo dei latifondi romani, l’appezzamento era stato prescelto, da un patrizio, come il più idoneo per una privata struttura termale, da attrezzare con tanto di calidarium, frigidarium, tepidarium, piscina, palestra e stanza per massaggi.

La Casa dello Scirocco propriamente detta nasce, invece, moltissimo tempo dopo, nel XVIII sec., per volontà del baronello Fuccio-Corbino, venuto in possesso della proprietà in seguito al matrimonio con una Magnano San Lio. Gaudente impenitente, egli pensò bene di restaurare, a suo vantaggio, il magnifico impianto di termoregolazione adottato nell’antico edificio, trasformando il cuore della costruzione romana in una elegante e inusitata garçonnière, raffreddata d’estate, e riscaldata d’inverno, da un reticolo di canalette, appositamente collocate tra la roccia e le pareti della casa così da farvi scorrere l’acqua della sorgente.

E che si dovesse trattare di una piccola dimora destinata ad incontri fugaci, clandestini e peccaminosi lo lasciano facilmente intuire, insieme ai frammenti di specchi trovati in loco, le due alcove che si aprono ai lati del vano centrale, sebbene non si possa scartare completamente l’ipotesi di occasionali riunioni (forse anche massoniche,) meno goduriose e più seriose, da tenersi lontano da occhi e orecchie indiscreti.

A completare il perfetto benessere degli ospiti, c’erano, poi, un vano adibito a cucina, un altro a stanza dei massaggi, e un terzo che inglobava l’originaria struttura termale di epoca romana. Un vero paradiso, quindi, allietato, dall’esterno, dai profumi e dalle delizie di un giardino settecentesco (oggi in parte ripristinato secondo i dettami di quell’epoca), e dagli svariati giochi d’acqua di pregevoli fontane, la più grande delle quali potrebbe essere attribuibile al Vermexio, il più esclusivo architetto siracusano a quei tempi.

Ben disposti sul prato si trovavano, infine, sedili di varie fogge e, in particolare, uno straordinario divanetto in pietra lavorata a capitonné, tuttora integro.

Le piante di melagrano si incrociavano con quelle di mirto, le fragranze della zagara con quelle dei pergolati… Che altro si sarebbe potuto chiedere di meglio alla vita? Ben poco, credo, e la risposta affiora spontanea alle labbra dei visitatori, storditi dalla rara prepotenza della sensualità che promana da tutto l’insieme.

Eccoli, dunque, tutti intenti a passeggiare in silenzio ad ammirare, commentare, nel desiderio di prolungare quanto più possibile la permanenza in questo inusuale luogo di delizie, che dal canto suo, si mostra, se non generoso di godurie ed elitario come una volta, almeno ospitale ed accogliente.

Non resta, quindi, che sperare che, chissà, un bel giorno, scavando attorno ad un altro spuntone…

Gabriella Vergari

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tratto dal libro Capriccio Siciliano Edizioni Carthago

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