Siciliani del Sud a Londra

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Acconciato come Totò a Milano con le mie belle scarpe tipo Timberland, che però mi fanno un metro e 75, usciamo a Goodge street sulla linea Northern sulla Tottenham Court Road. Al confine del quartiere di Bloomsbury associato alle arti, agli studi universitari ed alla medicina è un viavai di gente, di ragazzi e di studenti. Mi fanno male i piedi. Perché mai avrei messo questi stivaloni, per sembrare alto come gli inglesi? Dopo chilometri e chilometri divorati all’insegna della conoscenza visuale mi sento come il paladino di Miguel de Cervantes, un pazzo in cerca di gloria ed onore solo per magnificare la mia sete ontologica. Quella sete che diventa agonia, disidratazione e sintomi estremi dell’essiccosi quali: stato confusionale delirio deficit motori e sensitivi e insufficienza bulbare. Ormai il mio stato patologico, che parte dalle piante dei piedi, si diffonde in tutto il corpo, ramificandosi ed espandendosi come un’infezione in lungo e in largo attraverso tutta la rete nervosa. Gli stimoli elettrici, legati al dolore, sono talmente forti che potrei ricaricare il mio smartphone, ormai stremato anch’esso. Ma non ha la ricarica wireless, penso, ammesso che sia un pensiero e non una sottesa forma di ascesi. Che proprio qui per la strada, nel cuore di Londra e dell’University of London, il Birkbeck College, l’University College London, la School of Oriental and African Studies, la Slade School of Fine Art, il Warburg Institute, la Royal Academy of Dramatic Art e l’agognato British Museum, io abbia a convertirmi? Avevo chiesto timidamente al mio telefono cercando una soluzione al mio dolore, sembrava anch’egli (adesso anche l’Iphone è stato umanizzato) per me vivo, portatore di luce, ma non mi aveva dato risposte. E proprio come quel Saulo per Damasco ho una visione e vedo da lontano un’insegna blu metallizzata (che tra le altre cose è il mio colore preferito) e una scritta bianca: Boots! “Welcome. Boots is the UK’s largest pharmacy-led health and beauty chain.” Miracolo! Un controsenso, penso, cerco in alto semmai dovesse apparire una luce miracolosa bianca e azzurra, di quella accecante. La cerco e la vedo! Forte, abbagliante ed estenuante. Si può morire per il mal di piedi? Pensai… ma assorto in questi pensieri trascendentali, alla ricerca di tutti i significati esistenziali, cercando di ricordare in italiano (perché avevo cominciato a pensare in inglese) come fossero a ripasso tutte le teorie filosofiche e sociologiche che avevo studiato. Ma mi veniva in mente solo una frase: “Insole shoes”, “I need insole shoes, please.” E non mi rendevo conto che la luce di fronte non era quella dell’azione divina che si era manifestata a me dinnanzi, ma era quella della cassa del negozio al quale personale stavo già chiedendo autonomamente informazioni. La mente andava oltre il pensiero e le parole erano legate ad un ancestrale senso di autoconservazione. Il dolore mi faceva dire cose meravigliose. Proferire frasi shakespeariane, in una ritrovata essenza archetipica anglosassone solo per ritrovare piacere, solo per non soffrire più. E dir anche di essere anglicano o luterano, avrei detto di tutto per non soffrire ancora. Mi capiscono! Perdiana, mi capiscono e mi indicano col dito indice e il braccio lungo, così come solo gli inglesi sanno fare, la fonte della giovinezza, il sacro Graal, la salvezza. Lo scaffale era fornito, ma con prezzi inimmaginabili, anche per una farmacia di Bolzano, figurati per un siciliano, catanese per giunta, in avanscoperta del mondo da conquistare. Vedevo il mio piccolo gruzzolo sgretolarsi pian piano, diventare homeless alla Store street, accerchiato dal freddo polare. Ho visto la mia fine quando le ho viste. Circa 18 sterline, fattibile, da ritagliare e unica misura. Vado alla cassa interna, spiego il problema con un inglese spedito (avevo veduto la luce) e il cassiere commesso mi capisce e mi risponde che aveva le forbici. Pago, prendo le forbici, prendo le misure sottoscarpa, ritaglio e … mi tolgo le scarpe. Ho visto qualcuno che accompagnava la mia goduria che copulava con le solette morbide e profumate, era l’altra commessa che guardava risentita. Scura, dagli occhi marroni, appena più alta di un metro e sessanta, non tipicamente inglese, ci sente parlare italiano, sembrava contrariata. Chiedo da dove venisse e se avessi fatto qualcosa di male. Risponde sussurrando, quasi sospirando che era anch’ella del Sud, delle isole, siciliana, con un bisbiglio quasi impercettibile sul “sono siciliana di…” si blocca e si guarda intorno impaurita. Finisco i miei rituali, la saluto con un cenno e continuo a camminare per le vie di Londra con lo scontrino in mano, ma non riesco a non pensare a lei…
Benvenuta Brexit, che il Commonwealth ci assista!