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L’ultima cena di un condannato a morte

La scelta di solito è il comfort food una sorta di “conforto psicologico” secondo lo chef del braccio della morte del Texas Brian Price, magari un rifugio nei cibi dell’infanzia o nell’american life style

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Secondo i dati rivelati da Amnesty International, sono 57 i paesi del mondo in cui lo Stato continua a uccidere per punire, nelle Americhe, da 8 anni a questa parte gli Stati Uniti sono l’unico paese che ancora esegue condanne a morte, anche se la percentuale è nettamente diminuita rispetto al passato. Il tasso di esecuzioni nel 2016 è la metà di quello del 2007 e un terzo di quello del 1997*.

Un condannato alla pena capitale passa in genere dai quindici ai venti anni nel braccio della morte (the death row) prima che l’esecuzione venga eseguita, in tutto questo tempo non può scegliere nulla che riguardi la sua vita. Nelle ultime 24 ore prima dell’esecuzione le cose cambiano e improvvisamente riceve privilegi a cui non era più abituato.

Tra questi c’è la scelta dell’ultimo pasto.

Ultimo pasto.

È piuttosto difficile scrivere dell’ultimo pasto di un condannato a morte, è già difficile immaginare cosa si provi nel momento in cui ti viene recapitato il foglio con la scritta “Last meal request” e devi riempirlo di parole che diverranno l’ultimo cibo che assaporerai.

Un ultimo legame con l’umanità, dopo l’ultima telefonata e l’ultima doccia prima della totale disumanità di una morte asettica, inflitta a scopo punitivo.

Non pensate che ci sia molta umanità nella richiesta dell’ultimo pasto di un condannato a morte?

La maggior parte di loro ordina hamburger e patatine, una sorta di “conforto psicologico” secondo lo chef del braccio della morte del Texas Brian Price, magari un rifugio nei cibi dell’infanzia o nell’american life style, chissà. Altri ordinano cose che non hanno mai assaggiato e alcuni fanno delle richieste veramente fuori dall’ordinario.

Victor Feguer ordinò solo un’oliva, continuò a professarsi innocente fino all’ultimo minuto e portò il nocciolo nella camera della morte manifestando la speranza che dal suo corpo nascesse un albero di ulivo.

Ricky Ray Rector, condannato a morte per l’omicidio di un ufficiale di polizia, ordinò una fetta di torta di pecan e dichiarò prima di morire di volerla lasciare per “dopo”, in seguito a ciò fu aperto un dibattito a cui partecipò anche Clinton, per stabilire se Rector si rendesse davvero conto di ciò che stava per accadergli o se stesse solo scherzando.

Secondo lo studio di tre scienziati della Cornell University Brian Wansink, Kevin Kniffin e Mitsuru Shimizu esiste una correlazione tra scelte alimentari e colpevolezza e le differenze sono sostanziali. Di norma chi ha ammesso il proprio crimine preferisce pasti più calorici e ricchi ed è più propenso a consumarli come ultimo piacere della vita. Al contrario c’è un rifiuto del cibo da parte di chi si dichiara innocente che può intendersi anche come un rifiuto del sistema per l’ingiustizia che si sta subendo. Probabilmente le ricerche proseguiranno e si analizzeranno le scelte dell’ultimo pasto dei condannati la cui colpevolezza è ancora incerta.

Ma come si regolano gli Stati americani in cui ancora vige la pena capitale per il rituale dell’ultimo pasto?

Dal 2011 il Texas, lo Stato col più alto numero di esecuzioni capitali, ha abolito il privilegio della scelta dell’ultimo pasto, da allora i condannati mangiano lo stesso cibo dei normali detenuti, perché la spesa sostenuta era considerata troppo onerosa. L’Oklahoma ha fissato il tetto massimo a 15 dollari, mentre lo Stato della Florida più generosamente a 40 dollari.

Data la disumanizzazione del condannato che precede l’esecuzione, ad opera dei media, che lo dipingono come un mostro per giustificarne la morte, molti americani pensano che il privilegio dell’ultimo pasto non dovrebbe essere concesso: ”In fondo l’assassino non ha concesso lo stesso privilegio alle proprie vittime”.

Ogni persona deve essere nutrita altrimenti morirà, l’ultima cena di un condannato a morte è un’ eccezione, non aiuterà il corpo a continuare l’esistenza sulla terra, il rituale diventa quindi paradossale, ed è l’esempio di come misericordia e crudeltà possono coesistere allo stesso tavolo.

Normand Mailer ha scritto:

“Perché si uccidono le persone che hanno ucciso altre persone? Per dimostrare che le persone non si uccidono?”

Più volte mi sono posta anch’io la stessa domanda.

La pena capitale non è mai stata un deterrente contro l’omicidio e non è una pena educativa per il detenuto, l’unica risposta che mi posso quindi dare è che lo Stato che condanna a morte è uno Stato vendicativo, che si pone alla stessa stregua di un assassino.

Ho scritto quest’articolo perché vorrei che pensaste alla libertà di poter scegliere liberamente dei pasti ogni giorno della vostra vita e vorrei che pensaste alla fortuna che avete a consumarli accanto alle persone che amate.

Ma soprattutto vorrei che apprezzaste il fatto che non conoscete la data della vostra morte e non sapete quale sarà l’ultima cosa che assaporerete e forse sì, questo nel suo piccolo si chiama libertà.

www.famouslastmeals.com per chi volesse approfondire l’argomento.

* Fonte Amnesty International: https://www.amnesty.it/la-pena-morte-nel-mondo/

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