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La difesa personale femminile, il maestro di arti marziali Leonardo Fichera e l’avvocato Cettina Marcellino

Il punto principale è la sensibilizzazione e, come ha egregiamente espresso l’avvocato Marcellino, la volontà di diffondere un pensiero, purtroppo qui ancora troppo lontano dal quotidiano ovvero sia la frequenza, da parte di molte più donne, di corsi di difesa personali femminili adeguati alle loro necessità. Il corso non è principalmente volto ad un contrattacco all’aggressore in senso reattivo, ma ad una capacità di preservare forze ed abilità per svincolarsi dalla presa dell’aggressore, e con la fuga, assicurarsi la salvezza. La prossima lezione insieme al maestro, la psicologa Susanna Basile il 28 febbraio al sindacato Ugl via Teatro Massimo n.34 ore 16.30

Tempo di lettura: 6 minuti

Approfondiamo il concetto di difesa personale secondo il maestro Leonardo Fichera, Bujinkan Shihan 10° Dan: “Sono molto soddisfatto di come sia andata la prima delle sei lezioni in cui è stato articolato il progetto di difesa personale femminile, nel contesto delle attività del Comitato Pari Opportunità dell’Ugl di Catania. È stato importante trasmettere il senso di ciò che si pratica e la necessità di sviluppare una corretta forma mentis necessaria all’approccio relativo alla difesa personale femminile. Questo elemento viene acquisito con anni di pratica sotto la guida di un maestro esperto nella disciplina, che sappia cosa trasmettere ai propri allievi e come trasmetterlo senza snaturare l’essenza di ciò che si pratica e senza improvvisare andando a pescare altrove. Sono state affrontate tre situazioni spesso legate al contesto della minaccia fisica da parte di uno o più aggressori ed in ogni punto abbiamo trovato riscontro e man forte nelle parole dell’avvocato Cettina Marcellino che, con la sua conoscenza legislativa in merito, ci ha mostrato fino a che punto ci si può spingere nella difesa della propria e altrui persona”.

In basso troverete le foto di alcune tecniche di base.

Continua il maestro: “Nei prossimi incontri scenderemo sempre più nel dettaglio della pratica proponendo e valutando sempre nuove situazioni quanto più vicine possibili alla realtà dell’aggressione. Il punto principale è la sensibilizzazione e, come ha egregiamente espresso l’avvocato Marcellino, la volontà di diffondere un pensiero, purtroppo qui ancora troppo lontano dal quotidiano ovvero sia la frequenza, da parte di molte più donne, di corsi di difesa personali femminili adeguati alle loro necessità. Nella nostra scuola di Arti Marziali Tradizionali lo studio è sistematicamente basato sulla difesa personale ed in particolar modo, la difesa personale femminile è presente nella formazione del praticante di qualunque sesso sin dalla formazione di base. Essa prende il nome di JOSEI GOSHINJUTSU ed ogni sua forma e principio offrono spunti di riflessione strategico-tattica essenziali al buon sviluppo della mente e dello spirito del Guerriero. Per un attimo mi preme specificare che il concetto di guerriero presente all’interno della Bujinkan non è certamente quello a cui si è soliti fare riferimento. Piuttosto si trova vicino alla definizione che di questa figura davano i Nativi Americani, ovverosia un uomo o una donna votati alla protezione degli altri e di ideali forse, al giorno d’oggi, desueti”.

Ne parliamo con l’avvocato Cettina Marcellino: “Perseguiamo l’intento di unire pratica e teoria, rendendo edotti i partecipanti sui confini legali, psicologici, e tecnici di una difesa personale attiva, che come suffragato anche dal maestro di arti marziali, non è principalmente volta ad un contrattacco all’aggressore in senso reattivo, ma ad una capacità di preservare forze ed abilità per svincolarsi dalla presa dell’aggressore, e con la fuga, assicurarsi la salvezza”.

Continua l’avv. Marcellino: “Le molteplici sfumature che la previsione legislativa della legittima difesa incarna e prevede, è fatto quasi del tutto sconosciuto ai più. Ancor peggio, la lettura combinata della norma che legittima una difesa, con quella consequenziale che chiede una corretta proporzione rispetto all’offesa ricevuta, prevedendo nell’eccesso un’ipotesi normativa che volutamente si tace, è fatto che resta nelle mani degli operatori del diritto, senza che ci si preoccupi di coltivare una adeguata coscienza sociale sul punto. La legittima difesa, in questo modo interpretata, si snatura del suo valore esimente, e diventa un passaporto per un’inaccettabile escalation di violenza, dove ad essere rincorsa non è la giustizia, ma la fumantina vendetta, trascinando nel vortice della reazione incontrollata, anche soggetti terzi estranei all’aggressione ricevuta o al conflitto in atto. Nelle aggressioni e reazioni alle quali assistiamo nella modernità vi è sempre un denominatore comune: a fronte dell’aggressione ricevuta, assistiamo ad una vera e propria reazione giustizialista mascherata dalla legittima difesa, dove, sostenendosi la volontà di difendersi dall’attacco ricevuto, vi è invero una vera e propria reazione, spesso sproporzionata all’offesa, che traduce una carica assai più animalesca che razionale”.

Qual è il comandamento fondamentale di fronte ad una violenza?

“Alle mie clienti, vittime di violenza, ed alle donne che incontro e con le quali affrontiamo il tema della sicurezza personale, raccomando sempre di concentrare la loro attenzione sulla fuga, sulla possibilità di divincolarsi dalla presa e scappare dalle fauci dell’aggressore, mentre spesso, nella foga e nell’adrenalina dell’improvviso attacco ricevuto, si cerca di contrattaccare, possibilmente cercando di colpire al volto l’aggressore per graffiarlo o all’inguine”.

Perché non va bene contrattaccare l’aggressore?

“Le manovre del contrattacco anche se corrette idealmente, nella pratica si rivelano fallimentari: l’uomo è per stazza, peso e forza, inevitabilmente avvantaggiato nell’aggressione e sfidarlo è insensato; piuttosto, nella concitazione di quei momenti, non bisogna mai perdere la lucidità, concentrarsi sulla fuga, individuare la via, la strada e la circostanza più idonea a neutralizzare l’aggressore sottraendosi alla presa, senza vanificare le forze nel tentativo di un contrattacco; urlare, correre, chiedere aiuto individuando la porta più vicina, la strada più affollata”.

Se si tratta di una violenza sessuale?

“Ancora, non va trascurato, che se l’aggressione è mossa da istinto predatore, volto a sottomettere la donna ad una violenza sessuale, la lotta che questa ingaggerà, la reazione fisica, potrebbe ulteriormente eccitare l’aggressore che nella stessa sottomissione prova già piacere. Ne consegue che una donna reattiva nel senso errato, e non meramente sfuggente, potrebbe esaltare l’adrenalina del violentatore, rendendosi involontariamente un pasto ancora più appetitoso. In queste ipotesi, le esperienze dimostrano che l’aggressività stimolata da una donna reattiva, sarà maggiore rispetto a quella registrata nei confronti di una donna che ha meramente tentato di divincolarsi e scappare. E la predominanza fisica dell’uomo si tradurrà in una violenza ancora più efferata”.

Quali sono gli elementi di aggressione comuni?

“Nei casi di violenza, sul corpo della donna, ricorrono alcuni elementi di aggressione comuni: i capelli. Afferrare per i capelli una donna ha ancora un sapore cavernicolo che molto solletica l’aggressore; nelle esperienze registrate tra le mie clienti, molte di queste hanno riportato danni al cuoio capelluto derivato da “strappo violento”, “immobilizzazione”, “trascinamento”. Peraltro, nell’atto violento, molte riferiscono che l’aggressore le aveva immobilizzate annodandosi nel polso la chioma, soprattutto se lunga, per poi utilizzarla per strattonare improvvisamente il capo/collo della donna, con conseguente perdita di equilibro e lucidità. Poi gli occhi e il naso. Di sovente, le donne vittime di violenza, vengono colpite da pugni sul viso, e dunque agli occhi o al naso, provocandone spesso la frattura. Lo stordimento che consegue alla perdita della vista o all’affaticamento respiratorio pone la donna, ma in generale qualunque soggetto che subisce un’aggressione, in uno stato di debolezza cognitiva spazio temporale e di resistenza all’aggressione. In genere, le vittime riferiscono che dopo essere state colpite duramente al volto, sanguinanti, disorientate, e con difficoltà respiratorie, concentrano le loro energie sul sopravvivere passive, ripetendo nella loro anima per tutto il tempo della violenza il mantra “fa che finisca presto” o “non farmi morire”. Ma in una aggressione, istintivamente, ciò a cui si pensa è proteggersi dalla violenza sessuale, che invero sopraggiunge solo dopo la sottomissione ed immobilizzazione della donna, mentre nella paura cieca di quei momenti, concentrate su trattenere i vestiti o non consentire alle mani del violentatore di vagare sul corpo della donna alla ricerca del centro femminile, si trascura di proteggere viso, occhi, naso, bocca.  L’attacco alla femminilità. Le aggressioni alle donne oggigiorno hanno o finalità sessuali o di ira (femminicidio). Normalmente le vittime di femminicidio conoscono bene il loro aggressore, spesso un ex compagno, fidanzato, marito. Nelle violenze di natura meramente sessuale invece, resta ancora l’elemento dell’estraneità con l’aggressore. Ma l’aggressione alle parti femminili sopraggiunge dopo la sopraffazione della vittima, ormai stremata dai tentativi di reazione o resistenza. Restano a sé i casi di violenza di gruppo, i più atroci, che spesso dinnanzi ad una vittima oramai rassegnata, amplificano la violenza con l’utilizzo di oggetti provocando danni fisici irreparabili come anche traumi psicologici immani”.

Ringraziamo gli allievi del maestro Leonardo Fichera, Bujinkan Shihan 10° Dan

Attaccante: Antonio Di Mauro, Bujinkan Shodan

Difensore: Elisabetta Parisi, Bujinkan Roku-kyu

 

TE-HODOKI

1. presa al polso
2. prima fase
3. fase finale fuga

TE-HODOKI, variante:

1. presa al polso
2. pressione sul gomito
3. controllo dell’avversario

ZU-DORI:

1. presa ai capelli
2. rotazione del corpo
3. controllo finale

Tutte le foto dell’articolo sono di proprietà di Siciliareport

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