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Il “disturbo” del pianto del terapeuta in terapia ovvero il TCIT: Therapists’ Crying In Therapy

Quando parliamo di pianto non parliamo della lacrima sul viso ma del pianto disperato con tanto di singhiozzi, di muco che cola, di occhi gonfi, e rossore al volto.

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Etichettato ma poco studiato è il “disturbo” del pianto del terapeuta durante la terapia ovvero TCIT: Therapists’ Crying In Therapy.

Una “legge” non scritta, ma che sicuramente esiste e funziona, come buona prassi da parte dello psicologo e dello psicoterapeuta, è “la tenuta” della scatola di fazzolettini di carta o del rotolone. Legge “non scritta” che si estende di “misura extra assorbente per lacrime a torrente”, specialmente nei casi in cui si tratta di gruppi terapeutici residenziali. Dovrebbe funzionare così: più femmine, più fazzolettini e rotoloni…ecco il “nuovo fazzolettino delle femmine piagnone, da sole, con amiche e in terapia”. Chiaro che si sta facendo ironia, e per di più, di genere. E per di più pericolosissima per un’addetta ai lavori.

Normalmente sul lettino dello psicanalista: “la consolazione” non ha motivo di esistere. Ma poi ci si chiede: chi va dallo psicologo? In maggioranza donne che sono più predisposte al pianto degli sparuti uomini, “che dai che ti ridai prima o poi piangono”, parlo della terapia. Poi improvvisamente, gli uomini, quei pochi e sparuti che vanno in terapia, soprattutto volontariamente e non in maniera “coercitiva”, spesso invogliati dalle donne, si rendono conto che piangere fa bene, alla salute. Partendo dai loro racconti hanno “compreso” che piangendo, il loro corpo ha provato una sensazione di benessere: in qualche modo ha ceduto alla tensione e ha trasformato in “liquidità” ogni dolore e sofferenza. Quando parliamo di pianto non parliamo della lacrima sul viso ma del pianto disperato con tanto di singhiozzi, di muco che cola, di occhi gonfi, e rossore al volto. Ma mentre il paziente è “obbligato” in qualche modo a piangere, per sciogliere, dolori, delusioni, rabbia…il terapeuta invece è “obbligato” a contenere la propria emozione. Rispetto al pianto del paziente. E se poi il paziente dopo anni di contenimento e supporto piange e ci racconta qualcosa di veramente tragico che tocca il nostro cuore, il nostro vissuto, il nostro surmenage: che si fa non si piange?

Si deve poi discernere tra pianto di commozione per il racconto o per la condivisione di un’emozione col paziente e pianto a prescindere, cioè per cose private del terapeuta, che quello proprio non ci sta e non ci può stare: in una relazione d’aiuto dove l’equilibrio è asimmetrico, in quanto in linea di massima c’è un “adulto”, il terapeuta, e un “bambino”, il paziente.  Le risposte emotive del terapeuta dovrebbero essere una parte non trascurabile nel trattamento, e il pianto è proprio una tra queste. La cosa interessante è che non ci sono molti studi sull’argomento ma c’è una sigla: Therapists’ Crying In Therapy, TCIT. Secondo un gruppo californiano: il 72% dei 684 terapeuti intervistati racconta di aver pianto in terapia. Ciò che è emerso in termini pratici.

  • Piangono di più i terapeuti anziani perchè sono più tranquilli nella loro professione;
  • Il pianto del terapeuta migliora la relazione terapeutica: aumenta empatia, calore e affidabilità;
  • le lacrime del terapeuta possono avere un effetto catartico sul processo terapeutico;
  • le terapeute piangono di più dei terapeuti;
  • sono molto di più di quanto si pensa i terapeuti che piangono o che ammettono una sorta di commozione.

Ma bisogna parlarne con il paziente? Tra gli psicologi e gli psicoterapeuti che hanno fatto “coming out” su questo tabù “dello psicologo che piange in terapia” anteposto alla “divina efficienza” dello psicologo che ascolta e indifferenzia la problematica del paziente, si è fatta spazio una nuova etica nei confronti di quest’ultimo: parlare delle emozioni reciproche, durante l’incontro.  E bisogna parlarne per due motivi: il primo motivo per capire se il nostro pianto ha acquisito un “senso terapeutico” per entrambi, cercando di comprendere l’impatto che ha avuto sul nostro paziente. Il secondo motivo è la vergogna o il tabù personale sul fatto che un terapeuta dovrebbe essere la “roccia di riferimento” per il paziente, invece anche lui ha delle fragilità.

Per esempio chiedere al paziente “Come si è sentito nel vedermi piangere?”, oppure cercare di capire le sue reazioni, cioè se i segnali somatici sono congruenti, potrebbe approfondire degli aspetti reciproci di conoscenza e di intimità.

Riportiamo una poesia di Alfio Patti tratta dal libro Jennuvinennu edito da Prova d’Autore, sul pianto. Che a volte sortisce effetto terapeutico più la “lirica” intesa come pura poesia, che la prosa dei dialoghi o meglio ancora dei monologhi. La poesia è in siciliano subito dopo troverete la traduzione.

Avi na Vita ca non chiànciu, Avi ca non chiànciu,/ Ca macari m’ù scurdai./ Taliu di luntanu ogni cosa,,/ ogni pirsuna./ Attruzzu i ggenti e mancu i sentu./.Ora ca ci arriniscii /cchi piccatu aviri travagghiatu tantu /p’astutari u cori

È una vita che non piango. È tanto che non piango / che l’ho dimenticato/ Guardo da lontano ogni cosa /ogni persona/ Urto la gente/ e neanche lo sento. /Ora che ci sono riuscito/ che peccato/ aver lavorato tanto/ per spegnere il cuore.

 

 

 

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