Sicilia Report
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Don Salvatore Coco e il romanzo “Malabotta” edito da Carthago Edizioni

Un’ intervista articolata in vista della nuova puntata di "Vivere per scrivere e scrivere per vivere"

Un romanzo che ha avuto un grande successo di pubblico ambientato in luoghi “magici” ed evocativi della Sicilia con un intreccio che travalica i secoli in una storia familiare. Ne parliamo con il suo autore.
Susanna Basile: Chi è Don Salvatore Coco?
Salvatore Coco: Non riesco a definirmi né a darmi delle etichette. Sono un uomo che ha realizzato un percorso esistenziale e in età matura desidero donare quello che ho colto di bello nella vita senza dimenticare la sua complessità. Ogni stagione della vita riserva sorprese e opportunità ma soprattutto è necessario che ciascuno di noi curi molto la vita interiore e non smantelli mai questa dimensione. Sono sacerdote ciò non vuol dire il censore o il custode di un ordine astratto e dispotico. Sono fratello accanto a tanti fratelli, un umile operaio della vigna del Signore. Chiamato per essere tra gli altri: a spezzare le solitudini, a fare emergere la voce del Signore nel cuore dei fratelli. Dunque posso sintetizzare con: “Ascoltare (Dio e i fratelli), annunciare, servire, narrare”.

S.B.: Perché il romanzo Malabotta è un romanzo formazione?
S.C.: Qualcuno ha utilizzato questo termine, ma se si intende che possa essere di aiuto allora bene, ma se si intende un romanzo per bacchettoni allora no. La composizione del romanzo non vuole avere come primo scopo quello di stillare sapienza a destra e a manca: questo sarebbe un atteggiamento di arroganza e porsi da maestro che sbandiera la saggezza di vita. Niente di questo. È invece la narrazione umile e discreta di una esperienza attraverso la vicenda di alcuni personaggi presenti nel romanzo.

S.B.: Leggo dalla sua introduzione: “Il raccontare non può quindi essere considerato la riproduzione dell’evento narrato né può essere limitato alla descrizione materiale della storia, ma permette che quel fatto narrato apra un varco nell’animo dell’altro e vi trovi disponibile uno spazio dove possa germinare qualcosa di nuovo. Narrando si narra di sé e si chiede ospitalità nell’animo dei lettori”. Ci racconta cosa intende per storia, narrazione e “ospitalità d’animo” nei lettori?
S.C.: Il servizio del raccontare costituisce un canale di comunicazione privilegiato che da sempre l’uomo ha utilizzato mettendo in contatto quel particolare vissuto umano con tutti coloro che hanno la pazienza di coinvolgersi. Narrare permette in qualche modo di essere contemporanei a quegli avvenimenti ma soprattutto comunica la linfa vitale che ne è scaturita. È un eminente servizio perché narrando scopro me stesso anche quegli angoli meno esposti e nello stesso tempo mi espongo sin dalle fibre più intime e prendendo coscienza metto a disposizione gli elementi più interessanti a chi desidera accostarsi a questa storia. Si sperimenta una interconnessione l’uno con l’altro, una sorta di risonanza nell’altro poiché a vibrare è la medesima umanità.  Dunque per “ospitalità d’animo” intendo quel cuore grande che fa spazio all’altro, che accoglie la realtà vissuta dall’altro. La chiave di tutto è l’amore che valorizza ogni cosa e riempie di stupore ogni cosa.

S.B.: La storia di Antonio segue lo schema del Viaggio dell’Eroe con i suoi archetipi, tappe e rovesciamenti (penso al nome del libro), ci sono delle similitudini?
S.C.: La storia di Antonio non segue il Viaggio dell’Eroe! È invece il viaggio della vita che se vissuto con intensità ci fa esser veramente uomini. Antonio è colui che non si ferma alla semplice professionalità, è l’uomo che cerca sé stesso e facendo il viaggio in diversi luoghi geografici coglie un pezzetto di sé stesso. Ma per lui non è sufficiente comprendere le sue radici familiari, deve fare un ulteriore passo: trovare sé stesso il suo volto, il senso profondo di essere, l’incontro con Colui che ci cerca. Ed è a questa fase che ora può dialogare e parlare di matrimonio con Liana…

S.B.: Cosa ne pensa di questa tendenza alla “fuga dei nostri cervelli” dalla Sicilia verso il Nord e l’estero: abbiamo qualche possibilità per migliorare questa condizione?
S.C.: Un tema appena accennato, ma che da l’incipit a riflettere su questo tema. Che tipo di accoglienza stiamo dando ai giovani, il futuro e il prolungamento della nostra vita deve impegnarci ad operare in questa direzione. Credo che questo tema vada coniugato con il lavorare per la costruzione di personalità forti che sappiano accettare la sfida di rimanere sul territorio e dare il meglio di sé stessi. Il vero successo deve essere di saper fronteggiare le annose difficoltà, non fermarsi all’analisi ma superare tutto con l’intrapresa di un cammino diverso nella gestione delle tante potenzialità.

S.B.: “L’amore ha bisogno d’incamminarsi, di farsi strada, solo così prende il sapore del cielo e diventa una bella storia”. Cosa ne pensa il “nostro protagonista” dell’amore?
S.C.: L’Amore ha tanti elementi e si esprime in molteplici atteggiamenti e con una varietà di sentimenti. Ma l’amore ha la sua radice in una persona che si possiede e che è maturato attraverso un percorso di vita. Incontro spesso adulti che sono bambini che vivono l’amore come autocompiacimento, come chiusura di coppia… anche qui si potrebbe incominciare una nuova narrazione.

S.B.: La trama si snoda in un passato remoto in cui il protagonista ripercorre le sue “origini” e il tutto si svolge in una “zona magica” Montalbano Elicona, Argimusco, il bosco di Malabotta. Ci vuole parlare di questi luoghi?
S.C.: Sono luoghi che affascinano e i loro nomi sono anche evocativi di uno stato d’animo. Si possono considerare tappe di un percorso di maturazione e nello stesso tempo narrazione della bellezza della nostra Isola.

S.B.: La storia di fondo che nasce dal ritrovamento del documento del 1773: è una storia vera?
S.C.: La storia è vera ma sono stati utilizzati tutti gli artifizi della narrazione per non tediare nessun lettore. Mi era giunta una narrazione di una vicenda di un mio avo molto lontana nel tempo ma presente nella narrazione intrafamiliare. Le parole che venivano usate erano pressappoco quelle che sono nel cosiddetto documento ritrovato. Su questa vicenda ho aggiunto tutte le altre vicende.

S.B.: “La vita man mano che si dispiega cerca, tende e conduce proprio lì, sul terreno del grande silenzio. In questo spazio tanto speciale, se noi ci inoltriamo, avviene qualcosa di particolare, veniamo rigenerati”. Questa espressione è la voce di padre Simone: c’è qualcosa di autobiografico in questo personaggio?
S.C.: Il silenzio, non assenza di comunicazione! È la dimensione che ci mette a contatto con il mistero (Dio e coscienza). Un tema nel romanzo che sembra conclusivo in realtà costituisce la premessa di una vita giocata all’insegna della totale donazione di sé. Qualche altro potrebbe narrare una seconda parte di questo romanzo. Quando si è fatto il percorso, quando “il silenzio” è diventato il luogo manifestativo di una pienezza allora si può avanzare e osare!!! Ecco l’uomo!

La responsabile editoriale di Carthago Edizioni Margherita Guglielmino e Don Salvatore Coco.

 

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