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I talentuosi funamboli degli ateliers dell’immaginario autobiografico a cura del sociologo Orazio Maria Valastro

Questi funamboli non sono soltanto delle autrici e degli autori autobiografi quanto dei talentuosi funamboli, e con questo desidero sottolineare come ci aiutano a cogliere il senso di un percorso, in quanto aspirano, nonostante le difficoltà, al cambiamento e alla trasformazione interiore, a un voler vivere in cammino e in mutamento per abbracciare nuovamente la vita con amore.

Tempo di lettura: 4 minuti

Dopo il primo articolo dedicato al libro “Diario di un formatore autobiografico” (Edizioni Nuova Cultura, Roma), del sociologo Orazio Maria Valastro, abbiamo chiesto all’autore di rappresentare con un’immagine le diverse esperienze di scrittura raccontate in queste pagine. Sono più di cinquanta le scrittrici e gli scrittori autobiografi che sono citati in questo libro, illustrando con emozioni e stati d’animo il percorso che hanno intrapreso insieme all’autore, un lungo viaggio che li ha accompagnati a scrivere una parte della loro storia di vita.

L’immagine del funambolo, introdotta da alcuni versi della poetessa Maria Gemma Bonanno, è la metafora utilizzata per descrivere l’esperienza vissuta da diversi e numerosi gruppi di persone, in periodi di tempo differenti. Questo libro, in effetti, non è un semplice diario, è piuttosto una sorta di diario corale, come sottolinea l’autore, che affida ai lettori la partecipazione affettiva e la comunione emozionale generata dagli incontri degli ateliers dell’immaginario autobiografico, da lui condotti in qualità di formatore e consulente autobiografico.

Il funambolo: poesia di Maria Gemma Bonanno

Dentro l’anima

ricordarsi che il filo

ha un termine stabilito

nel passare del tempo,

tra circhi e tendoni

l’andatura del ballo

diviene silenziosa.

Furioso angelo senz’ali

avanza verso la meta

con un giro di vite

sinuoso e leggero,

il vento sussurra piano

le sue realtà capovolte

dai battenti della follia

e come vuoto a perdere

cammina tra le nuvole.

Maria Gemma Bonanno

Perché ha scelto il funambolo, fra le tante altre metafore da lei utilizzate, come immagine che rappresenta questo libro, questo diario corale?

La suddivisione per capitoli del libro è stata pensata in funzione dell’esperienza vissuta insieme ai partecipanti degli ateliers. Ogni capitolo fa risaltare una distinta qualità del viaggio intrapreso nella scrittura autobiografica, restituendo al lettore un percorso che si articola come un diario a più voci, la mia e quella delle scrittrici e degli scrittori autobiografi. Un cammino scandito da citazioni e riflessioni che incalzano l’esplorazione di un immaginario sollecitato da ricordi ed emozioni, sensazioni e visioni, e avanzano in modo non lineare sovrastando il tempo che scorre per osservare dall’esterno la nostra stessa vita.

L’immagine del funambolo è pertanto una rappresentazione che permette di dare forma a tutto ciò, restituendoci una traccia che rende prossimi racconti di vita differenti, e ci concede la possibilità di seguire la trasfigurazione di stati d’animo, condivisi alla luce di turbamenti e passioni che anticipano nuove consapevolezze. Il foglio, o lo schermo, sul quale disegniamo e scriviamo, raccontando noi stessi e il mondo che ci circonda riflette in sostanza, un passo dopo l’altro, un colore o un brano dopo l’altro, un viaggio esplorativo nel quale avanziamo sospesi in una posizione privilegiata.

Evocando sentimenti e scrivendo di ciò che abbiamo vissuto, si avanza come un funambolo nel movimento della scrittura alla ricerca di un equilibrio, sempre precario, sulla fune tesa al di sopra della nostra storia, per giungere infine al punto estremo di questo cammino. Desiderando attribuire un senso alla precarietà che contraddistingue la nostra condizione umana, sospinti dalla speranza di trasformarci come persona rispetto al momento in cui abbiamo intrapreso il viaggio tra le nuvole, non siamo vuoto a perdere, ma possiamo restituire noi stessi agli altri, rigenerandoci dopo essersi distaccati dall’esperienza ordinaria della nostra vita.

 

Guardando dall’esterno la nostra vita avanziamo decidendo in quale momento particolare di essa immergerci, scegliendo liberamente di non sottostare alle inesorabili leggi del tempo che scorre. Privilegiamo allora, senza alcuna continuità, ciò che abbiamo patito e provato, ciò che ci ha rallegrato e reso felici, e ad ogni tuffo nel flusso dell’esistenza vissuta esercitiamo una scelta. Scegliamo di scrivere per donare la nostra storia e donarci agli altri, scegliamo di scrivere per perdonare e perdonarci, offrendoci nuovamente alla vita, accordandoci una crescita umana sollecitata dall’amore.

Ed ecco che l’esperienza vissuta dai funamboli degli ateliers dell’immaginario autobiografico ci permette di trasformare quella corda sulla quale avanzano in una corda dell’amore, tesa verso il lato opposto del loro cammino. Questi funamboli sono consapevoli, quando non lo nascondono a sé stessi, di lasciarsi confondere dall’opportunità di mostrarsi agli altri custodendo un’immagine che li pone al centro del mondo. Riescono tuttavia a essere presenti a sé stessi e agli altri, nonostante ciò, anche per un breve momento, consapevoli di non essere al centro di nulla, e coscienti della difficoltà di preservare questo stato dell’animo che ha trasformato il loro cuore.

Questi funamboli non sono soltanto delle autrici e degli autori autobiografi, sarebbe riduttivo definirli semplicemente così, anche se ciò valorizza il genere di scrittura nel quale si riconoscono. Sono piuttosto dei talentuosi funamboli, e con questo desidero sottolineare come ci aiutano a cogliere il senso di un percorso, in quanto aspirano, nonostante le difficoltà, al cambiamento e alla trasformazione interiore, a un voler vivere in cammino e in mutamento per abbracciare nuovamente la vita con amore.

 

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