Sicilia Report
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“La Voce della mia terra” libro di Gaetana Lo Giudice edito dalla Carthago

Una storia coinvolgente su una figlia che trascrive e racconta le memorie del proprio padre

Il libro “La voce della mia terra. Le Storie di mio Padre” di Gaetana Lo Giudice, racconta una parte della nostra storia del secolo scorso: grandi e piccoli avvenimenti letti in un’ottica di una “persona perbene” travolta da una serie di esperienze che sicuramente anche i nostri genitori e nonni avranno affrontato. La dedica di Gaetana Lo Giudice al padre ci racconta di un grande amore basato sulla essenziale funzione di un genitore: “Mi ha insegnato a mettere in atto atteggiamenti straordinari: non mantenere sentimenti di odio; superare le paure e i timori; sedare la voglia di vendetta e privilegiare il perdono, porgendo la mano anche ai nemici; rialzarmi dopo ogni caduta; ad essere umile, leale, corretta e onesta, ma mi ha insegnato anche e soprattutto a sapermi difendere dalle insidie e a combattere per i miei diritti. Mi diceva sempre di tenere sotto controllo la mia mente perché essa rappresenta un “laboratorio instancabile” capace di produrre i pensieri più disparati. “Il nostro cervello spesso si comporta come un filo di capello che va dove lo porta il vento, sta a noi indirizzarlo verso la giusta direzione”.

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Susanna Basile: Chi è Gaetana Lo Giudice?
Gaetana Lo Giudice: Sono figlia di Giovanni Lo Giudice, autore del libro “La voce della mia terra”. Ho lavorato per 40 anni come insegnante nella scuola dell’infanzia e primaria di primo grado, ho conosciuto diversi ambienti socio culturali della mia terra di origine, la Sicilia; ho gestito al meglio i miei diritti e doveri risolvendo in parte molti problemi cercando di limitare atteggiamenti egoistici ed egocentrici e di soddisfare i miei bisogni e interessi senza trascurare quelli di mio marito e dei miei figli. Ho impostato il mio matrimonio sull’amore e sul principio di libertà reciproca. Ho una personalità forte, decisa e determinata nel raggiungere gli obiettivi prefissati, e questo grazie ai miei genitori che hanno saputo trasmettermi il valore della vita, i valori della fedeltà, della purezza e dell’onestà, valori oggi messi spesso in discussione e addirittura derisi.

S.B.: Qual è stata l’ispirazione di pubblicare le memorie di suo padre o meglio come è avvenuto il ritrovamento di tali memorie?
G.L.: Mio padre era un autodidatta. Amava moltissimo leggere, i pilastri della nostra struttura familiare erano: lettura, lavoro, studio e dialogo. Iniziò a scrivere quando a seguito di una brutta malattia oncologica non ha più potuto lavorare. Si sentiva orgoglioso di ciò che riusciva a scrivere e desiderava pubblicare i suoi manoscritti, ma non ci riuscì per mancanza di mezzi finanziari. Dopo la sua morte ho conservato i suoi manoscritti con cura e tenevo il pensiero fisso di soddisfare il suo desiderio. Aspettavo l’occasione giusta che arrivò a seguito del mio pensionamento incontrando per puro caso l’editore Giuseppe Pennisi della Carthago Edizioni.

S.B.: “Spesso i genitori che vogliono bene ai propri figli cercano di avviarli alla migliore strada, provando ad aiutarli secondo la logica, sempre a fin di bene, anche se spesso possono commettere qualche errore”. Quali sono gli errori che spesso i genitori fanno a “fin di bene” per i loro figli?
G.L.: Mio nonno contrastava inconsapevolmente, il figlio su ogni singolo argomento, non riusciva ad accettare la sua eloquenza e saggezza. Era sempre convinto di trovarsi nel giusto, di non avere colpe, il suo amor proprio prendeva il sopravvento, assumeva comportamenti di difesa continui, considerava il figlio un extraterrestre. L’errore di base era quello di considerare l’uomo ancorato allo “Status Quo”. Concezione arcaica dell’uomo in cui la natura ha impresso l’amor proprio individuale, da difendere in ogni tipo di relazione nel mondo in cui vive. “Chi nasce povero non può diventare ricco”. Il figlio non doveva studiare perché figlio di contadino e tale doveva rimanere. Per ben due volte gli negò la possibilità di studiare. Pensate che avrebbe potuto frequentare un istituto privato “per ricchi” gratuitamente, di quanto era intelligente e preparato. E comunque l’errore più grave è stato quello, per egoismo, di abbandonare i suoi cinque figli dopo la morte della moglie: mio nonno fece domanda per partire come volontario in Africa nella milizia col grado di sergente.

S.B.: Le memorie trascritte nel libro rappresentano una microstoria che spesso i grandi eventi trascurano cosa ne pensa?
G.L.: Trascrivere le memorie autobiografiche degli avi diventa testimonianza di come i comportamenti degli uomini del passato hanno condizionato la nostra vita attuale. Hanno un valore storico perché raccontano la vita socio culturale dell’ambiente agricolo contadino ante e post guerra. Hanno un valore educativo perché evidenziano la ricerca della pace della gioia e della felicità come obiettivi assoluti di vita.

S.B.: A volte le tradizioni di famiglia si trasmettono in maniera sotterranea nel bene e nel male: lei pensa che sia necessario recuperarle per dare delle radici alla famiglia attuale?
G.L: Sì, è necessario conoscere le tradizioni di famiglia, perché sul passato si costruisce il presente, non solo nel senso di farle diventare parte integrante della famiglia attuale, ma per poter fare un discernimento, confrontarle con la realtà presente e poi, partendo da elementi positivi, superarli in maniera progressiva. Così diventiamo pronti ad affrontare i cambiamenti che la vita ci presenta.

S.B.: Nel libro si parla di ingiustizie, di danni, di truffe che ogni cittadino in un modo o in un altro ha subito nella propria vita: lei pensa che queste testimonianze possano essere utili a chi è spesso sprovveduto di fronte alla legge?
G.L.: Assolutamente sì! Mio padre testimonia con il suo comportamento come difendersi dalle ingiustizie e reclamare lo stato di diritto. Prestava fiducia nella legge e nella giustizia. Quando subiva un’ingiustizia scriveva ai dirigenti istituzionali competenti e quando non otteneva risposta si recava personalmente negli uffici idonei, ma quando la denuncia di un danno ricevuto poteva comportare un supplizio esagerato, come la carcerazione per chi aveva commesso l’errore, si arrendeva, ci metteva una pietra sopra e ricominciava a percorrere la sua strada. Il perdono era per lui la migliore medicina.

S.B.: Nel libro si parla anche tanto di amore: che tipo di rapporto aveva suo padre con le sue figlie?
G.L.: Mio padre si prendeva cura di noi figlie, mirando al nostro bene, ci amava in tutta serenità. Posso affermare che è stato la nostra forza, ci ha insegnato a sopportare i nostri e gli altrui errori, a rompere le catene dell’odio verso quelle persone che ci facevano un torto, ci guidava facendoci sentire parte integrante del creato, gentile con noi, comprendeva le nostre birichinate, suscitava in noi la gioia di vivere, la bontà nel cuore e la tenacia nei propositi, ci educava anche indirettamente con delle parole forti e autorevoli per stimolarci al senso del dovere, ci esortava a fare bene e a vivere in pace con tutti.

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