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Il re pazzo e i suoi ministri ovvero apologia della follia da una fiaba armena secondo Giovanni Calcagno

Il libro “Tre mele cadute dal cielo", 56 fiabe popolari armene curato da Giovanni Calcagno edito da A&B racchiude una serie di indicazioni che hanno valori talmente universali da essere valide in qualsiasi tempo e in qualsiasi latitudine geografica

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Tra le 56 fiabe ne abbiamo scelta una che in qualche modo rappresentasse il momento che stiamo vivendo. Il re pazzo e i suoi ministri. Per comodità di riflessione l’abbiamo divisa in due parti.
“L’astronomo del re aveva saputo dalle stelle che avrebbe piovuto per sei giorni continuativi e che la pioggia si sarebbe miscelata con quella del fiume, e che chi avrebbe bevuto quell’acqua sarebbe diventato stupido. Allora andò dal re e glielo disse: lo avvisò di immagazzinare acqua fresca altrimenti il re e i suoi ministri sarebbero diventati matti. Essi fecero quello che lui disse. Iniziò a piovere e la predizione si avverò, la gente ammattì e cominciò a dispiacersi dicendo: “Avete sentito che il re i suoi ministri e il suo astronomo sono diventati matti?””
La storia racconta di un re che ben consigliato dal suo astronomo non avrebbe dovuto bere l’acqua del fiume, dopo abbondanti piogge, per non diventare pazzo. Lui e i suoi ministri infatti bevvero dell’acqua fresca per preservare le loro intelligenze in modo da poter guidare il popolo. I sudditi che non avevano questa informazione avrebbero bevuto l’acqua del fiume diventando pazzi: ma se avessero avuto l’indicazione avrebbero evitato di berla? Come è successo dal momento in cui la pandemia è scoppiata e la gente ha cominciato a crederci ha preteso che anche “il re bevesse l’acqua del fiume” altrimenti loro avrebbero giudicato il re pazzo e i suoi ministri nel non volerlo fare. Ovvero quando il re scopre di essere pazzo secondo i suoi sudditi è costretto a bere l’acqua del fiume a sua insaputa: da quel momento in poi si sarebbe uniformato alla visione, alla prospettiva, al ragionamento del suo popolo.
Infatti: “Il re atterrì nel sentire queste cose e, adiratosi, chiamò l’astronomo e gli disse: “Cosa mi hai fatto? Ti farò tagliare la testa!” “Non si irriti, maestà. Aggiusterò ogni cosa in un attimo”. Così andò a prendere l’acqua caduta dal cielo, la miscelò con quella che il re, lui e i suoi ministri avevano usato e diede da bere loro questa mistura. Essi la bevvero e divennero come i loro sudditi. Così cominciarono di nuovo a intendersi reciprocamente in modo perfetto. La gente si calmò e disse rinfrancata: “Che felicità! Il nostro re e i suoi ministri alla fine hanno ritrovato la saggezza!”
Chi è il folle in questa storia? Questa è la dimostrazione lampante che anche la follia è negli occhi di chi guarda e sulla sua relatività dei comportamenti uniformanti e uniformati. Erasmo da Rotterdam che scrisse il suo saggio “Elogio della follia” durante un periodo di malattia e riposo forzato, riporta numerosi esempi e citazioni a favore della grandezza della Follia e della sua utilità per la felicità dell’essere umano: essa si rivela infatti presente fin dalla nascita, che non potrebbe avvenire senza la sua presenza, e ci resta accanto per tutta la vita, facilitando le relazioni interpersonali e nell’autocompiacersi ci assiste fino alla vecchiaia, che “neppure ci sarebbe se i mortali si guardassero da qualsiasi rapporto con la saggezza”. Tutti gli esseri umani potenti, anziché curare gli aspetti spirituali e interiori dell’individuo, con i loro modi di essere inseguono follemente ciò che è materiale e di passaggio, destinato a finire: gloria, potere, ricchezza, lusso, successo.
Celebriamo allora il re e i suoi ministri della fiaba armena che per essere saggi sono dovuti diventare pazzi!

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