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Alla faccia dei Siciliani di Gabriella Vergari

Leggendo saprete perché gli occhi siciliani non hanno né un colore né una forma univocamente definiti, ma possano essere lodati per le ragioni più disparate, una volta perché chiari e un'altra perché scuri, oppure perché ammaliatori come sireni, o lucenti come stiddi, o ardenti come farcuni 'nnamurati e frangiati di gigghia...

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Chi non si sia mai sperduto nel lago dei nostri occhi, tersi di trasparenze azzurre e smeraldine, o caramellati nelle più svariate tonalità del bruno, oppure fondi di un nero velluto di luci languide e sensuali, non riuscirà mai a comprendere appieno quanto sia arduo comporre e abbracciare insieme tutto il tessuto dei diversi caratteri etnici presenti in Sicilia.

Né capirà come, a fronte di espressioni tese ad enfatizzare i canoni del bianco e del biondoFacci di Luna e di biunni capilli, Fruntidda di n’avoriu adduratu, Cudduzzu di carabba cristallina -la tradizione isolana ne annoveri altre antitetiche, quali, ad esempio: Lu niru nun leva biddizza , e La niura è caddusa, la bianca sdignusa.

Chi abbia invece un minimo di dimestichezza con la nostra terra (e le tracce in essa lasciate dalle genti che vi sono via via insediate), non si stupirà affatto di simili contrasti e giustificherà l’assenza di uniformità e omogeneità dei parametri estetici, ascrivendola ad un’inevitabile duttilità generata dal contatto e dalla sovrapposizione di molteplici tipologie somatiche, oltre che dalla convivenza, più o meno prolungata, di genti diverse: Normanni, Arabi, Saraceni, Greci, Svevi, Lombardi, Albanesi, Aragonesi, Francesi e chi più ne ha, più ne metta.

Con queste premesse sembra, dunque, naturale che, nella letteratura popolare e nei proverbi nostrani, gli occhi siciliani non abbiano né un colore né una forma univocamente definiti, ma possano essere lodati per le ragioni più disparate, una volta perché chiari e un’altra perché scuri, oppure perché ammaliatori come sireni, o lucenti come stiddi, o ardenti come farcuni ‘nnamurati e frangiati di gigghia di ‘na niura marturina, se non invece cilestrini come lu mari matutinu.

Guai, però, a quelli inespressivi e banali, pena la degradazione ad occhi di lu crastu, giudizio certo sommario, ma irrevocabile, di insipida bruttezza.

Allo stesso modo accade per il naso, che tanto più è celebrato quanto più simile a quello greco, dritto, proporzionato, ben angolato, delicato come una piccola cannila.

Se però fosse camuso, aquilino, adunco, lungo o storto (e ce ne sono tanti così da noi), non sarebbe ad ogni buon conto criticato, stante la tollerante affermazione che: Ogni nasu sta beddu a la sò facci. L’importante è, semmai, che non si lasci mettere sopra la sputazza, che sappia ciaurare a modo e sentire, all’occorrenza, fetu di lu mecciu (o di abbruciatu).

Senza poi dire dell’equivalenza: tali nasu, tali fusu, che offre ad ogni Cirano trinacrio l’occasione di una non indifferente consolazione a garanzia di indiscussa virilità.

Anche per la valutazione della struttura corporea e della statura ideali, i Siciliani oscillano incerti tra modelli legati, ora, a fattori fisici, antropologici ed etnografici dominanti, ora al gusto individuale, ora a valutazioni etiche, fedeli al concetto ellenico di kalokagathìa (buono=bello e viceversa).

Per cui, se è vero che di un individuo alto e ben piantato si può sentir parlare, in segno di ammirazione, come di un pileri, e che di un altro, minuto e basso, si può fare scherno con la scurrile espressione tri pidita e un pizzuddu, altrettanto vero è che molte massime ricordano: l’omu non si misura a palmu e l’omini ‘un si pisanu a cantàru/ ma vannu ad unza e a pisu come l’oru.

Vale, tuttavia, la pena di notare come l’avvertimento: si vidi un omu longu e sapienti, loda a Diu onniputenti sottolinei, in fondo, una sorta di disprezzo o di diffusa diffidenza per i fisici longilinei, asciutti e slanciati. Un atteggiamento certo piuttosto settario – rimarcato anche da detti quali: longu  ammatula, longu comu la fami, siccu comu ‘na resca (‘n sparaciu, n’spirtu), Sucasimmola  ̶  ma tutto sommato comprensibile in un popolo per lo più composto da curtognoli tracagnotti.

Così, in barba alle moderne concezioni di bellezza femminile, e alle splendide nordiche, altissime, anoressiche Twiggy oggi propinateci da tutti i media, anche le donne nostrane dovrebbero proverbialmente incarnare un paradigma coerente con le caratteristiche somatiche prevalenti nell’isola, ed essere di giusta tagghia e di giusta misura, tondette, piacenti e prosperose, lontane quanto più possibile dal pariri un pezzu di carni cu’ l’occhi e dall’essere state piallate da San Giuseppe cu’ l’ascia e lu chianozzu.

 

Eppure, al di là di ogni considerazione connessa a componenti esteriori, ciò che veramente preme ai Siciliani è valorizzare, negli individui, l’intima qualità dell’indole, la presenza di doti caratteriali e di ingegno capaci di riscattare qualunque sgradevolezza fisica.

Gèniu fa biddizza e no biddizza amuri, Onestati e gentilizza avanzanu ogni biddizza, Costumi e no biddizzi fannu amuri sono solo alcuni dei motti più comuni per rappresentare l’interesse nostrano per la sostanza più che l’apparenza. Quest’ultima può, tuttavia, rivelarsi un ottimo strumento per giungere alla prima, grazie ad un’esperta e oculata interpretazione di segni rivelatori.

È, probabilmente, in questa prospettiva che si inscrive la nostra nutrita e pittoresca fraseologia fiorita attorno al termine faccia: Aviri quattru facci comu lu cascavaddu (detto a spregio di comportamenti “camaleontici”); Aviri la facci ca’ si ‘cci può cunfissari o fari facci di farla (per bollare fasulle espressioni di circostanza); Aviri la facci di musicu, (per indicare la scarsa virilità di qualcuno); Aviri la facci ca’ si ‘cci ponnu sparari pospiri di lignu; Aviri la facci a prova di bummi; Aviri la faccia d’intagghiu (per indicare inguaribile sfrontatezza).  E Li megghiu corpa su’ ‘ntra la facci, ammonisce la voce popolare, invitando ad essere leali e aperti, senza però Pavalla di facci, come avviene nel gioco della zecchinetta.

 

Il viso non è, d’altronde, l’unico carattere fisico contraddistintivo di comportamenti o atteggiamenti mentali peculiari.  Ad esso si può ad esempio affiancare la panza, assurta perfino ad emblema di omertà e convivenza nell’ormai celeberrimo: essiri omu di panza, da non confondere con lo:   stomacu di li mascarati, inconfondibile marchio di sopportazione alla vista di spettacoli disgustosi.

Cos’altro aggiungere, infine, in questa breve carrellata?

Soltanto un cenno fugace dedicato, come giusto, ai piedi che, se tunni, promettono cadute e scivoloni, se ‘ncritati, denunciano l’origine contadina, se cotti, preannunciano raffreddori o sudorazione eccessiva, se asciutti  e sormontati da una testa fridda, assicurano perfetta salute, se colti così, sic et simpliceter, nella loro funzione primaria, reggono la testa, e scusate se è poco.

                  Gabriella Vergari

 

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Tratto dal libro Capriccio Siciliano edizioni Carthago

 

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