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La sinestesia di Gabriella Vergari

Le parole sono musica e devono uscire dallo spartito in maniera tridimensionale sinestesica, cioè stimolare vista udito tatto e quando vado nei ricordi nostalgici anche olfatto e gusto come il profumo delle madeleine i biscotti di Marcel Proust.

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Chi è Gabriella Vergari?

Al di là della consumata ma sempre valida prospettiva dell’uno, nessuno e centomila, credo che per una donna sia oggi davvero difficile dare di sé una definizione che comprenda tutte le sfaccettature del proprio essere. Se un tempo si era soprattutto madri e mogli, oggi si è in genere anche molto altro, sia dentro che fuori casa. Dunque di me potrei dire che sono catanese, figlia, madre, moglie, zia, sorella, insegnante, una ossessiva e parossistica lettrice, scrittrice, studiosa degli “antichi e nuovi suoni”, critica letteraria, giurata di un premio dedicato al teatro, appassionata di viaggi, musica, arte, porcellane d’epoca, ricami e lavori femminili…

Diciamo che, se mi fossi trovata nell’Alessandria dei Tolomei, avrei molto amato stare al fianco di Eratostene di Cirene, alla ricerca della “misura del mondo”. Una conquista straordinaria che, da allora, ha dato a tutti noi una visione dell’unitarietà e commensurabilità della terra e dunque di una sua possibile e potenziale conoscenza. La mia coscienza, e la mia incoscienza, in senso del subconscio, dell’Es freudiano, è inebriata da questo “sapere” da almeno trent’anni, producendo endorfine e alterazioni di coscienza, direbbero così oggi le moderne neuroscienze, deificate attraverso la letteratura e la parola: ecco perché mi definisco cittadina della libera repubblica dell’Immaginazione.

Perché scrive libri?

A pelle, mi verrebbe di ribattere e perché no? Ma per restare nell’Alessandria tolemaica, concordo con questa straordinaria affermazione di Demetrio Falereo, il filosofo promotore della famosissima Biblioteca: I libri hanno più coraggio dei cortigiani nel dire la verità ai re. Ma di fatto oggi in Italia, e non solo, non leggono né i cortigiani e né i re che al massimo riescono ad insultarsi sui social, nuovi sostituti dei proclami e dei bandi che esistevano ai tempi dei greci e delle agorà che frequentavano.

Come sono nate le storie dei suoi libri?

In genere da un incipit. Se le parole hanno cominciato a prender forma e a susseguirsi una dietro l’altra secondo un ordine che ho sentito valido, allora le ho assecondate per vedere dove mi avrebbero portato. Ho, per così dire, seguito l’ispirazione. Senza, la scrittura è solo un esercizio intellettuale, valido per quel che può, però sterile. Ma ho anche molto assecondato le sollecitazioni che mi giungevano dalla realtà stessa, spesso più fantasiosa di un’opera di fantasia. “Don Luigi”, il racconto con cui ho vinto il Premio Guareschi, dedicato al “mondo piccolo”, nasce ad esempio dalla trasposizione narrativa di un’esperienza vissuta con uno dei preti della mia parrocchia, Don Luigi appunto.  Quanto alla definizione di “libri”, sarebbe forse più appropriato parlare, nel mio caso, di racconti, il mio genere letterario prediletto. Preferisco il frammento, l’inquadratura di un fotogramma piuttosto che il film completo, lo spot teatrale che si accende all’improvviso su una scena e poco dopo si spegne, abbandonando il resto allo scavo interiore di chi abbia colto quell’attimo. Non è certo un caso se, tra i lasciti più intensi della letteratura antica, annoveriamo gli straordinari componimenti dei lirici greci.

Versi capaci di “misurare il mondo”, ma senza darci la possibilità di ricostruire con esattezza né cosa li preceda né cosa li segua, e che restano perciò sospesi nel tempo e nello spazio, rarefatti e bellissimi. Penso ad esempio al potessi sfiorare Neobule per la mano, di Archiloco, un autore del VII sec. a.C. ci fa giungere un’immagine di delicatezza infinita, travalicando i secoli. A meno che il gesto non alluda invece ad un preliminare erotico, come vogliono alcuni critici. E anche questo è, a mio avviso, particolarmente poetico, l’ambiguità, il gioco tra detto e non detto, l’allusione e il rimando alle mille possibili prospettive dei mondi possibili che solo la letteratura riesce a immortalare, da che ha cominciato a dare il proprio ordine al mondo e alla realtà. Sono inoltre convinta che il racconto, per quanto “messo al bando” (non capisco perché) dall’editoria nostrana, sia la forma letteraria più versatile a rendere l’attuale società liquida, di cui parla Bauman. E non è occasionale che la letteratura di area anglo-americana, ma anche quella francese, tedesca o dell’America latina stiano dando largo spazio a questa particolare forma narrativa, e spesso con esiti davvero pregevoli e innovativi.

Scrivere è una forma di autoterapia?

Credo di sì. È in ogni caso un modo di fare chiarezza dentro di sé e la propria vita. Ma, anche in questo caso, mi sembra opportuno aggiungere che il mio rapporto con la scrittura può mostrare più volti, nel senso che mi occupo pure di articoli scientifici, nati dalle mie ricerche sul mondo antico, e di recensioni o contributi di vario genere, come quelli racchiusi in “Capriccio Siciliano”, Carthago, 2018, la mia particularissima dichiarazione d’amore per la mia terra.

Recensioni di stile “gustosamente dotto” che pubblicheremo in una rubrica nel nostro giornale. Altre esperienze di scrittura tecnica e creativa?

L’intreccio tra scrittura tecnica e scrittura creativa può essere, nel mio caso, molto stimolante e portare a soluzioni innovative nell’uso del periodare e delle parole. Le parole sono musica e devono uscire dallo spartito in maniera tridimensionale sinestesica, cioè stimolare vista udito tatto e quando vado nei ricordi nostalgici anche olfatto e gusto come il profumo delle madeleine i biscotti di Marcel Proust.

“Species. Bestiario del Terzo Millennio”, Boemi, 2012 è nato ad esempio in parallelo alle voci della letteratura latina, “Imago Maiorum. Profili e voci di autori latini”, Bonanno, 2010, di cui sono co-autrice. Il risultato è stato che, mentre scrivevo di Tacito, mi nascevano le immagini per il bestiario e, viceversa, mentre scrivevo, per così dire, dell’aquila di Zeus, mi nascevano le parole per Cicerone.

Anche nel libro pubblicato con l’illustratore Franco Blandino “Volteggi, orizzonti di immagini e di parole” io commento i suoi graffiti dando voce alle immagini, quasi un haiku orchestrato: rendere parola con l’immagine è la mia mission, sì penso che la sinestesia è il termine che più mi si addice. È la celebrazione della Vita, di Eros come Vitalità in contrapposizione alla Thanatos intesa come Morte: il mio è l’incedere del Sacrum Facere. Tutto è pervaso dal Sacrum Facere: scuola, figlie e nipoti adolescenti, saggi di danza e compiti in classe, nel pot-pourri che è la vita delle donne quando desiderino spendersi sia dentro che fuori casa. Niente è inutile o di minor importanza: è tutto una danza come quella di Rudra la forma primordiale di Shiva.

 

Crede nell’immortalità della parola?

Sì, assolutamente. Me lo confermano gli autori con cui mi confronto quotidianamente sia dentro che fuori dall’aula. Solo non immagino chi, dove, o come si conserveranno in futuro le parole destinate all’immortalità. I social sono ad esempio uno strumento potentissimo ma anche il trionfo dell’impermanenza. Una scommessa tra l’istantaneo e il permanente, tutta ancora da svilupparsi e vivere. O magari un giorno saranno costretti i nostri discendenti ad imparare tutto il sapere “a memoria” in una sorta di tradizione orale come nel favoloso romanzo fantascientifico-distopico di Ray Bradbury e poi film Fahrenheit diretto da François Truffaut: ma si sa queste mie fantasie dettate da “deformazioni” cattedratiche.

Per completare l’eclettico personaggio della nostra scrittrice segnaliamo lo spettacolo che andrà in scena dal 12 al 14 luglio a cura del Teatro Mobile dal nome Scupa! Dove le carte da gioco prenderanno vita. Insieme a Gabriella Vergari altri grandi autori della nostra tradizione vivente. Scupa!  nato da un’idea di Guglielmo Ferro e Angelo Scandurra, racconta la Sicilia attraverso le carte da gioco con testi originali di Giuseppe Bonaviri, Ottavio Cappellani, Emilio Isgrò, Micaela Miano, Angelo Scandurra, Gabriella Vergari e Carmen Consoli. La Donna d’oro a firma di Gabriella Vergari verrà interpretato dalla grandissima Lucia Sardo.

 

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