Sugnu o non sugnu 2.0: sogno o son desto?

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Catania –  Al Teatro del Canovaccio di Catania, è andato in scena “Sugnu o non Sugnu 2.0”, per la settima rassegna teatrale Palco Off Catania. “La regia è di Nicola Alberto Orofino, di e con Francesca Vitale e con Francesco Foti e Daniele Bruno lavoro che ha già debuttato a Catania e a Milano due anni fa, quest’anno ritorna in una nuova edizione e con una riscrittura. La storia di una affiatata coppia, William e Anne e delle loro consuetudini all’interno della loro casa di Stratford; ogni notte i due si intrattengono ripercorrendo la loro vita inevitabilmente intrecciata con le importanti e numerose storie create dal marito drammaturgo”.

E questo andava ridetto per ripresentare lo spettacolo.

Durante lo svolgimento delle loro liti e ricordi che avvengono con citazioni dalla varie opere shekspiriane un “disturbatore”, il tipico saccente allievo di professore di Letteratura Inglese di Messina ci viene a raccontare da dove sono prese le frasi della coppia: si “insiste” nel prologo durante il piccolo rinfresco a sottolineare la sicilianità di Shakespeare che pare facesse Florio di padre e Scrollalanza di madre, (da cui Shakespeare) ma volendo in questo siculish insensato creato apposta dai due mattatori straordinari capaci di entrare e di uscire dal linguaggio aulico a loro piacimento, la traduzione potrebbe pure essere “scuoti la pera” o “scrolla la lanza come lancia e come vago simbolo fallico, visto che il caro William di doppi sensi sessuali e neanche tanto celati ne aveva messo a bizzeffe…

Il Siculish esiste veramente è un linguaggio che i nostri emigranti hanno inventato portandosi dietro la propria lingua…e non dimentichiamoci che nel 500 e nel 600 l’italiano era una lingua parlatissima nelle corti europee: anche il padre di Elisabetta I il famoso Enrico VIII parlava perfettamente italiano, ma un figlio di guantaio? Eh sì il disturbatore interveniva e infastidiva anche fisicamente lo spettatore ignaro e lì bloccava la sempre pronta risposta del dilettante conoscitore shekspiriano ma questa non era…e così ci riportava dove noi non eravamo e dove non dovevamo stare, noi gli ignari spettatori. Ma il risultato è stato pudico, intimo ovverossia a sottolineare le miserie e la quotidianità del nostro uomo anziché scrittore.

Sì pudico volendo è apparso pudico questo lavoro. In parte storico ispirato alla cospirazione che par che volesse il “nostro” soltanto l’attore, il guitto, il saltimbanco; è pur vero che un figlio di guantaio di Stratford sapesse perfettamente greco, latino, ebraico ed aramaico e possedesse un’intera biblioteca da cui attingere le storie sui miti e il linguaggio aulico ci appare strana e quantomeno bizzarra. Si dice di lui che fosse un viaggiatore nel tempo e cultore di una tradizione ermetica tramandata nei secoli: si dice sia stato Francis Bacon, la regina Elisabetta I e il suo amante mago John Dee. Fatto sta che ancora una volta il regista Orofino che per rispetto del Siculish ribattezzeremo Goldenfine ci ha tenuto in tensione come un Falstaff, citando Le allegre comari di Windsor di orsonwelliana memoria: c’è altro disse qualcuno non è possibile che sia finito qui. E la mancanza di commenti e domande agli attori com’è in uso per Palco Off ci lascia perplessi. Occorre rivederlo? Il teatro svolge questa sua funzione catartica e “te la lascia in pinta” come direbbe il classico ubriacone che si ritrova sempre nelle tragedie e nelle commedie shekspiriane. In scena fino a lunedì 29 ottobre.

Foto Gianluigi Primaverile