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Aspettando la “notte delle stelle”

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Finalmente, dopo la consueta sbornia dei film natalizi (purtroppo i soli, ad esclusione dei blockbusters hollywoodiani, che danno ossigeno allo stremato box-office nazionale, sfruttando il sempre più infimo senso estetico degli spettatori italiani, giulivi d’incoronare l’insipido “Tolo, Tolo” di Checco Zalone incontrastato sovrano di questa stagione, assegnandogli un incasso vertiginoso) sullo schermo arriva l’ultimo Clint Eastwood (90 anni! e sempre più impegnato a cancellare l’immagine truculenta dell’ispettore Callaghan), per narrare la scioccante disavventura giudiziaria di “Richard Jewell”, vittima d’una martellante gogna mediatica (come non pensare al capolavoro del periodo nero di Billy Wilder “L’asso nella manica”?) e della stupidità criminale dell’F.B.I. accanitasi contro un mansueto addetto alla sicurezza che, dopo alcune ore vissute da eroe, viene ingiustamente incriminato di strage. Storia vera balzata sullo schermo, la vicenda del povero Richard, esaltato e poi distrutto da un micidiale storytelling resta soprattutto una parabola contro il potere dei media e delle istituzioni, difficilmente in odore di tripudio (ma, major permettendo, potrebbe accadere) alla notte degli Oscar. Macchina mobilissima “zavattinianamente” incollata sui protagonisti, poche fulminanti scene di massa, eccezionali scenografie, sbalorditivo e raccapricciante “1917” dell’inglese Sam Mendes ripercorre con crudo e asfissiante realismo d’immagine la logorante guerra di trincea della c.d. “Grande Guerra”, restituendo agli spettatori l’orrore e l’immane tragedia del primo conflitto mondiale, onusto d’esemplare carica di pathos estetico e umano, ma accolto con giudizi contrastanti dalla critica di cui forse farà strame l’ormai prossima “notte delle stelle” dove appare favorito (insieme a “Joker” di Todd Phillips e “C’era una volta a…Hollywood” di Quentin Tarantino).

Ignobilmente passato quasi inosservato (relegato in bassa posizione con un incasso di poco più di un milione di euro) l’ultimo lavoro dell’aedo del proletariato britannico Ken Loach “Sorry we missed you” sul dramma del lavoro precario, imperdibile se si vuol capire la dolorosa e infausta realtà nella quale siamo immersi. E nel paese dell’eterna commedia? Non commedia, ancora nelle sale il surreale e commovente “18 regali” regia di Francesco Amato (che sfiora i 3 milioni di euro) intriso di buonismo, storia adolescenziale di formazione con punte di struggente sentimento, antidoto fantastico contro il non raramente irragionevole ribellismo giovanile. Giro di vite della storia e lancette indietro sull’ombra di “tangentopoli” (ma è davvero finita?) con il manifesto che lancia un chiaro messaggio: il cosiddetto esule di “Hammamet” (fuggito dall’Italia per evitare le patrie galere) è solo, cogitabondo, tra i palmizi della città tunisina. L’autunno del patriarca Bettino Craxi lontano dalla madrepatria lo vede sconfitto ma non domo, pervicacemente legato ad un’idea di politica e ormai statista privo di truppe cammellate. Ambigua e nostalgica operazione del regista Gianni Amelio sul carismatico leader socialista defenestrato e condannato dalla storia, compensata dalla eccezionale performance mimetica di Francesco Savino, unico erede del trasformismo di Gian Maria Volontè. Torna alle sue tematiche predilette (le “famiglie arcobaleno”) l’italo-turco Ferzan Ozpetek, ottenendo un buon piazzamento con “La dea fortuna” (amori omo d’un etero pentito e improvvisa responsabilità genitoriale), mentre calano le fortune di Cetto (“Cetto c’è, senza dubbiamente”, regia di Giulio Manfredonia, ormai pirotecnico personaggio ripetitivo e scarico di novità per quanto in vesti “regali”) attestato intorno alla 18 posizione, poco al di sotto del tandem pressoché appaiato dell’esile e poco brillante “Il primo Natale” di Salvatore Picarra e Valentino Picone (lontanissimo dallo spassoso e originale “L’ora legale”) e il “Pinocchio” di Matteo Garrone (coproduzione italiana, insieme a Gran Bretagna e Francia) non proprio nelle corde del cinquantunenne regista-produttore-sceneggiatore romano, che rinuncia alla sua propensione noir con sfumature horror, per calarsi con riverenza nell’immortale favola di Collodi.

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