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Cambiare “la pelle sociale” ci renderà immuni

Orazio Maria Valastro, sociologo, scrittore, formatore e consulente autobiografico, ricercatore indipendente, specializzato nell'immaginario della scrittura autobiografica ci racconta la sua visione dei fatti che stiamo vivendo

Tempo di lettura: 3 minuti

Il mio primo pensiero, in questi giorni difficili, è rivolto a tutte le persone che sono vicine e si prendono cura di chi soffre a causa dell’epidemia in corso. A loro rivolgo il mio personale apprezzamento e la mia ammirazione.

L’emergenza sanitaria che stiamo affrontando ha messo a nudo la nostra debolezza. Ci siamo illusi di avere sconfitto la malefica terna che ha contrassegnato la nostra storia, le guerre, la fame e le epidemie, tenendo quanto più possibile distante dalla nostra vita quotidiana i conflitti, le carestie e le infezioni, presenti oltre i confini dell’Occidente. Il fenomeno biologico dell’attuale pandemia si accompagna ad antiche e nuove paure collettive rispetto a ciò che non si mostra, si cela e ci resiste propagandosi. La combinazione di questi accadimenti ha generato delle manifestazioni estreme e contraddittorie che non abbiamo vissuto in prima persona, sentimenti collettivi di panico e disgregazione dei legami sociali. Quando la paura e la morte diventano compagne prendono corpo gravi ferite e tensioni sociali.

Oggi siamo di fronte alla fine di un mondo, quello costruito sulle certezze e le illusioni del nostro tempo e della nostra cultura, e questo ci rende consapevoli che stiamo vivendo una crisi su scala planetaria. Nell’epoca della globalizzazione le nostre debolezze sono racchiuse nella difficoltà di un mondo che sottovaluta l’interconnessione fra le condizioni sanitarie, economiche e sociali, e l’interdipendenza fra gli esseri umani e il loro agire individuale e collettivo per preservare la vita. Ma la fine del mondo, se non ci lasciamo paralizzare dallo smarrimento, sarà ancora una volta rinviata a data da destinarsi, orientando il nostro agire a partire da nuove consapevolezze.

Andrà tutto bene? Sarà così, e non è soltanto una frase che rafforziamo reiterandola come un mantra per darci forza o conforto. Perché andrà tutto bene? Perché possiamo riprenderci la nostra vita, nonostante tutto quello che sta accadendo, ricucendo o immaginando una nuova pelle con uno stato d’animo che scaturisce dalle nostre debolezze e le trasforma nella nostra forza, affidando nuove energie benefiche alla nostra stessa umanità. Il genere umano ci racconta da tempi remoti, attraverso i miti, di come le divinità offrivano alle creature il dono di cambiare pelle e di rinascere. Le donne e gli uomini della nostra contemporaneità, ci raccontano ancora oggi, ad esempio attraverso la scrittura autobiografica, come nell’inquietudine della nostra condizione umana sia presente la rinascita.

In uno di questi numerosi messaggi in bottiglia, affidati alla nostra lettura e alla comune condivisione del rifiuto delle brutture del mondo, possiamo contemplare la bellezza di questo stato dell’animo. Lorenza Di Pasquale, una donna che ho conosciuto e ho avuto l’onore di accompagnare nella scrittura della sua storia di vita, pur nella sofferenza della malattia che ce l’ha portata via, custodiva in queste parole il senso di tutto ciò: “volevo dirvi che il serpente sta ancora una volta cambiando pelle”. Quando le esperienze che viviamo rivelano tutta la nostra fragilità, è necessario disimparare per apprendere dal cambiamento ad abbracciare nuovamente noi stessi e la vita con amore.

Ed allora, quando pensiamo fra lo sgomento e lo stupore, che ciò che stiamo vivendo lo avevamo relegato nelle trame dei racconti cinematografici, nelle rappresentazioni fantascientifiche della fine di un mondo decretata dalle epidemie, come possiamo cambiare pelle per renderci immuni, rispetto alla nostra vita in comune, dalle lesioni inferte da questa epidemia al tessuto sociale? L’isolamento in cui possiamo sentirci costretti in questi lunghi giorni trascorsi chiusi in casa, divisi dai nostri affetti e allontanati dai nostri impegni e dalle nostre abitudini quotidiane, suscita allo stesso tempo delle consapevolezze.

Ci sentiamo isolati ma differentemente consapevoli di essere collegati e interdipendenti gli uni dagli altri, questa condizione ci rende coscienti del rischio del contagio da arginare e dell’interconnessione fra generazioni e mondi differenti. I più giovani, ad esempio, modificando i loro comportamenti per non mettere a rischio sé stessi e gli altri, tutelano la salute dei più anziani, e le persone impegnate ad assistere chi non è autosufficiente o è a rischio di emarginazione, o chiunque viva gravi condizioni di emarginazione, simboleggiano entrambi la nostra capacità di contrastare una crisi che nuoce a ciò che ci rende umani, la solidarietà come legame e valore sociale della comunità vivente.

Andrà tutto bene perché oggi possiamo essere coscienti che stiamo ancora una volta cambiando pelle, e se riusciamo a farlo insieme, non come singoli individui, ma come parte del tutto e della vita che condividiamo, saremo immuni come corpo collettivo, risvegliato dal torpore delle illusioni, abbracciando una rinascita etica.

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