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Giornalista, scrittore, storico Giovanni Iozzia si racconta

Ha pubblicato Il Mistero dell'arcorano con Carthago Edizioni e Il meglio è passato con Algra Editore un romanzo e un saggio e ha fatto centro in ambedue i generi...

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Chi è Giovanni Iozzia?

Una persona normalissima. Amo leggere, studiare, scoprire cose antiche “nuove”. Coltivo l’ideale dell’amicizia e dei buoni rapporti con la gente. Posso dire che la descrizione che Tolkien fa degli Hobbit mi calza a pennello. Forse, però, sono molto meno tollerante di un Hobbit.

Mi hanno stancato gli sciocchi, gli ignoranti presuntuosi, i raccomandati ad ogni costo, tutti quelli che pensano di essere diventati professionisti di qualcosa solo perché emulano come le scimmie professionalità che non hanno. Detesto i maleducati, quelli che lo sono nella vita e quelli che lo sono mentre guidano. Sono uno che lavora e studia ancora, duramente, sia perché sono fatto così, sia perché è una sorta di reazione all’ignoranza crassa che ci circonda. “Dialogare” con i grandi del passato a volte è un vero e proprio toccasana in questo mondo di imbecilli patentati. Colin Wilson scrive che in buona sostanza solo il 10% scarso della popolazione ha un’intelligenza che va al di là della media. Non so se abbia o meno ragione. Il fatto è che gli imbecilli sono ovunque. Mi viene in mente la frase di Don Mariano, quello de “Il giorno della Civetta” di Leonardo Sciascia: “Io ho una certa pratica del mondo; e quella che diciamo l’umanità, e ci riempiamo la bocca a dire umanità, bella parola piena di vento, la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, i pigliainculo (con rispetto parlando) e i quaquaraquà. Pochissimi gli uomini; i mezz’uomini pochi, ché mi contenterei l’umanità si fermasse ai mezz’uomini. E invece no, scende ancor più giù, agli ominicchi: che sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi. E ancora più giù: i pigliainculo, che vanno diventando un esercito. E infine i quaquaraquà: che dovrebbero vivere come le anatre nelle pozzanghere, ché la loro vita non ha più senso e più espressione di quella delle anatre. Lei, anche se mi inchioderà su queste carte come un Cristo, lei è un uomo”.

L’ho citata per esteso perché sono in pochi che conoscono la versione originale visto che quella del film è accorciata e edulcorata.

 

Perché scrive libri?

Ho scritto racconti perché me lo hanno chiesto. Ho scritto saggi e cronache per non disperdere la memoria come, appunto, l’ultimo mio libro.  (“Il meglio è passato”). Ho scritto per vanità ma anche nel tentativo, forse vano e disperato, di contribuire alla lotta contro stupidità, imbecillità e ignoranza. Ma mi sono reso contro che i possessori di tali lusinghiere qualità spesso non leggono neppure. Tempo sprecato, allora? No, spero sempre ci poterci guadagnare qualcosa in termini di reputazione e, magari, anche in termini di denaro.

Come sono nate le storie dei suoi libri?

Le storie dei miei racconti sono nate in maniera assolutamente casuale, probabilmente legate al concetto di “sincronicità” più nell’accezione di Colin Wilson piuttosto che in quella di Jung. Le cronache, invece, sono frutto delle mie esperienze e della ricerca documentale ed hanno l’obiettivo di ricostruire tempi e fatti che rischiano di essere dimenticati.

 

Scrivere è una forma di autoterapia?

No. Scrivo perché è il mio mestiere. Non c’è nessuna forma di autoterapia: ho in mente alcune cose e le metto sopra dei fogli. Scriveva il filosofo francese Pierre-Paul Royer-Collard: “Noi scriviamo sempre di noi stessi”. Per me è vero nella misura in cui quello che scriviamo viene da noi stessi, ma penso anche che non debba essere necessariamente il nostro “intimo”. Almeno, credo che nel mio caso ci sia un fondamentale distacco emotivo e psicologico.

Qual è la sua mission?

Quella classica del cronista: raccontare fatti e persone e preservarne la memoria. Se, alla fine, si riesce anche a dare un contributo a rendere un tantino migliore la nostra società, ben venga. Il compito del giornalista, anche quando scrive romanzi o saggi, è quello di raccontare non di giudicare o, peggio ancora, pontificare sostenendo dottrine e stili di vita.

Che cos’è la letteratura?

Un modo per trasmettere idee, preservare la memoria ma, soprattutto, dare a chiunque lo voglia la possibilità di “dialogare” con grandi menti al di là dello spazio e del tempo.

Chi sono i sui lettori?

Non lo so. Non ho mai riflettuto sulla questione e non ho alcuna statistica. Mi auguro che possano essere persone intelligenti perché un loro apprezzamento mi gratificherebbe ovviamente di più. Allo stesso tempo avrebbero anche gli strumenti critici per avanzare osservazioni e qualt’altro possa essere utile e funzionale al miglioramento di un eventuale lavoro futuro.

Crede nell’immortalità della parola?

Sì. È un dato di fatto che la distinzione fondamentale tra l’uomo e gli animali è l’uso della parola che poi ha portato a alla nascita della scrittura. Quindi non solo noi uomini possiamo attingere all’esperienza sensibile quotidiana e alla memoria di razza, ma al contributo che grandi donne e grandi uomini ci trasmettono o ci hanno lasciato in eredità grazie alla parola e allo scritto.

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