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Una lunga attesa: Orange is the new black alla catanese

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Occorre fare un doveroso riferimento alla fiction di Netflix “Orange is the new Black” che parla di “brave donne” dietro le sbarre. Anzi lo sconcerto degli spettatori della fiction inizia da lì: una brava ragazza eterosessuale che per una volta nella sua vita ha esportato narcodollari per aiutare la sua unica lesbo-amante, decide di patteggiare e si auto consegna per una pena di 15 mesi. Una volta ha “sbagliato” ed è stata punita da brava ragazza mal riuscita!

Diverse sono le donne di Fabrizio Romagnoli l’autore di “Una lunga attesa” messo in scena alla Sala Chaplin di Catania:  sono già quattro donne sbagliate, coraggiose, pazze, manipolate, condotte per mano ad unico destino, ad una pena che gli spettatori tramutano in compassione al momento finale dello svelamento, nonostante gli efferati e premeditati delitti. Il regista Nicola Costa in una scena essenziale realizzata da Arsinoe Delacroix, con l’aiuto regia di Rosa Lao, i costumi di Ariana Talio e la fonica di Letizia Contadino, e l’incarnazione favolosa delle attrici Elisa Franco, (Miki) Carmela Sanfilippo, (Flami) Alice Sgroi, (Eli), e Viviana Toscano, (Vale), ha realizzato, e ce lo ha comunicato alla fine dello spettacolo, di aver lavorato con otto donne contemporaneamente per circa un mese. Che non sia impazzito pure lui, pare sia stato tra i tanti pregi nella conduzione sagace e quasi impersonale del crescendo drammatico che si verificava davanti ai suoi e ai nostri occhi.

Un autore maschio, un regista maschio: per una storia di quattro donne e per quattro figure tecniche donne. Siamo ancora immaginate e dirette da maschi? Anche le vittime delle quattro donne imputate in qualche modo sono figure maschili, ad eccezione di una madre, ma la carnefice era una donna dai “gusti ambigui” quindi avrà avuto anche lei cattivi rapporti col padre?

Ancora una volta La Carrozza degli Artisti ha portato in scena uno psicodramma utile per far scaricare rabbia e tensione a chi questi problemi ce li ha nella vita reale: un marito perverso dipendente da droghe e sesso, l’orribile verità di un bambino di troppo, un capo molestatore e una madre connivente, un’altra madre opprimente, giudicante, insomma una meravigliosa famiglia a cui viene da dire “che cazzo volete” e “mi avete rotto i coglioni” linguaggio forte e scurrile,  forse un po’ troppo abusato nella rappresentazione.

D’altronde la scelta delle attrici è stata fortemente centrata sul loro fisique du role, identificazione tra ruolo e personaggio per dirla alla Grotowsky, che riesce a rendere plausibile l’intreccio tragicomico, surreale e grottesco, da vera black comedy: una Miki, finta casalinga e moglie devota, una Flami, finta ritardata segretaria e figlia modello, una Eli, finta prostituta d’alto bordo di politici e industriali, e una Vale, finta ragazzaccia spacciatrice di droghe ribelle alla madre perbenista e bigotta.

Era tutto benedettamente finto o maledettamente vero?

Il teatro permette alla natura dell’inconscio di esprimersi superando le barriere ornamentali e barocche della “nostra educazione psico-biologica-sociale” dando luogo ad una sorta di abreazione che permette ogni volta che assistiamo ad una rappresentazione la liberazione dei nostri istinti più efferati, ma non per questo maledettamente o benedettamente meno umani.

le foto sono di Dino Stornello e Vito Brullo.

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