L'intervista

Paolo Mare e il suo romanzo “Una settimana da uomo” edito da Carthago

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Lo scrittore Paolo Mare: ha già il piglio dei più cinici scrittori americani come Henry Miller, Norman Mailer e Charles Bukowski, la visione acuta dell’economista, la gentilezza e l’umiltà di un sano ragazzo di “campagna”: cosa manca a Paolo Mare? Assolutamente nulla perché l’esperienza mancante della vita vissuta l’apprende attraverso film e serie-tv di cui è un appassionato fruitore.
Susanna Basile: Chi è Paolo Mare?
Paolo Mare: Un ragazzo che si interessa di questioni legate ai fenomeni economici e sociologici.

S.B.: Perché ha deciso di scrivere un libro e qual è il messaggio?
P.M.: Sentivo il bisogno di scrivere qualcosa di diverso dal mio lavoro da studente di economia, l’Università mi svuota, avevo bisogno di fare qualcosa di sentimentale, artistico, uscire fuori dagli schemi comportamentali dei Social Network. Ormai scriviamo tutti lì, mi ero stancato di scrivere i soliti post. Ho concepito il libro in un anno circa, ma l’ho partorito in una settimana, avevo una distorsione alla caviglia, ero immobilizzato e mi stavo annoiando. Da sempre la cultura è stata espressione di libertà ma, in un momento come questo, in cui siamo isolati e confinati è evidente che dobbiamo fare qualcosa di straordinario per ricercare la libertà che ci manca. Le idee arrivavano non le ho cercate. L’ispirazione veniva a disturbarmi quando non me l’aspettavo.
Battuta: “Oppure semplicemente sono un mitomane Ahahah!”.

S.B.: Dal suo libro Una settimana da uomo: “Ma io lo amo questo Smith, –scrive Concetta Rundo nella sua prefazione – ha i tratti marcati di un Ulisse moderno, vittima e carnefice di una società talmente liquida da fermarsi in gola come uno sputo catarroso o un tiro ad alto dosaggio di nicotina”: chi è Smith?
P.M.: Siamo tutti noi, è anche Adam Smith con la sua mano invisibile che raggiunge l’equilibrio in maniera automatica. È quindi anche una critica al suo pensiero, al padre del liberismo.
Che cosa fa? Niente sostanzialmente, non fa niente. Al massimo guarda una serie tv.
Riconoscere che Smith è un personaggio della finzione, ma anche un personaggio storico realmente esistito, è anche tutti noi in alcuni aspetti.

S.B.: Dal testo: Smith era, “Una di quelle persone che non lascia mai nulla al caso. Era curioso e ardeva dal desiderio di apprendere e spiegare le cose agli altri. A volte se pensava una cosa, non riusciva a tenerla per sé, doveva per forza condividerla col mondo. Se non lo faceva, iniziava a sudare freddo e accusava attacchi d’ansia”: qual era il difetto di “costruzione” di Smith?
P.M.: Ha più di un difetto di costruzione, la società che lo circonda nella sua vita, la solitudine oppure semplicemente non crede nell’equilibrio delle cose, o forse la tecnologia, la complessità, il non poter governare la complessità che ci circonda. Come possiamo governare questo caos?

S.B.: “Il lavoro è una critica all’economia moderna, al sistema capitalistico e alle relazioni sociali, viste dalla mia prospettiva, dai miei occhi quelli di un giovane uomo che si interessa di questi temi e che è preoccupato del futuro che lo aspetta”: si desidera veramente o è l’economia capitalistica che genera i nostri desideri?
P.M.: Certamente vi è una consistenza nella scelta, ma il processo è pilotato o alterato a monte.

S.B.: Come si può decidere di essere felici e soprattutto si può essere felici?
P.M.: Ci sono indizi di felicità nel libro ma non c’è certamente una ricerca della perfezione, quindi la felicità non sta in quello spazio.

S.B.: Smith e il senso della vita.
P.M: Non lo sa però si interroga per capirlo, forse il senso sta nei ricordi, nelle opere che lasciamo agli altri.

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S.B.: Smith e i sogni come utopie distopiche.
P.M.: Utopia e distopia luogo ideale, luogo che non c’è, luogo che non gli piace, ma che non ha gli strumenti per cambiare perché Smith è un individuo che subisce la vita, come tutti in fondo.

S.B.: “Il discorso cinema, che da quando c’è Netflix, il cinema si è disperso nei salotti delle case delle persone, è diventato intimo, individuale e quotato in borsa”. Perché la scelta di accompagnare il racconto con film e serie-tv?
P.M.: Perché è sia una buona sintesi per descrivere le preferenze pilotate, sia perché ho voluto inserire indizi di bellezza; all’interno di quelle opere che cito, vi è altro sulla storia di Smith. Come se fosse una matrioska.
Nel libro emerge la ricerca del piacere, che è un modo per ricercare la felicità; vi è una bellezza data dal cinema, calata dall’alto, cito dei film, delle serie tv, delle canzoni, dei luoghi.

S.B.: Smith e le donne.
P.M.: Due mondi che non si incontrano bene, forse per il suo carattere o forse per la sua continua ricerca dei sentimenti in una società troppo veloce e telematica.

S.B.:  Pagare qualcuno che deve aiutarti a trovare un lavoro; cercare un lavoro è esso stesso un lavoro: come è cambiato il lavoro nella società odierna?
P.M.: Il lavoro intanto che cos’è? Chi l’ha inventato? L’Uomo o Dio? Intanto sappiamo che anche Dio lavora o quanto meno ha lavorato almeno una settimana. Ma ha un senso e significato chi lavora di più? Il sacrificio è visto come una virtù esterna ma interiormente è frustrante
Cosi furono portati a compimento il cielo e la terra e tutte le loro schiere. Allora Dio nel settimo giorno portò a termine il lavoro che aveva fatto e cessò nel settimo giorno da ogni suo lavoro […]

 S.B.:  La mano invisibile di dio di Adam Smith e la genesi: connessioni e fluidità, ma lo Smith del racconto è l’economista o il suo autore?
P.M.: A Tratti è Adam Smith ai tempi moderni come direbbe Chaplin, a tratti è un uomo qualunque, a tratti vi sono aspetti della mia personalità. Penso che sia impossibile fare qualcosa avulsa da sé stessi.

S.B.:  La genesi e l’amore: quale connessione?
P.M.: Tutto nasce da lì, dall’amore, da un atto bilaterale. Secondo me la ricerca dell’amore è tutto. Non conta il successo, né i soldi, né le lauree. In questa vita senza l’amore sei finito.

Articolo del 1 Maggio 2021 9:45

Susanna Basile

Susanna Basile Assistente di redazione Psicologa e sessuologa

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