Sicilia Report
Direttore Paolo Zerbo
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Mozart massonico nel Flauto Magico

CATANIA – Si è aperta questa domenica la stagione lirica del teatro Massimo Bellini con l’opera Il flauto magico con musiche di Mozart e libretto di Emanuel Schikaneder. Un’opera che attraversa i secoli e rimane viva e potente anche nell’allestimento in chiave moderna presentato al Teatro Massimo Bellini. Scenografia e costumi ci proiettano in un presente dove i turbamenti del giovane, debole e ignorante principe Tamino, simboleggiati dal serpente/dragone, non sono differenti da quelli che potrebbe vivere un giovane del terzo millennio: spaesamento, confusione dei concetti di bene e di male e impotenza di fronte all’inganno. Turbamenti che il principe scioglierà allorché spinto dalla forza dell’amore per la bella principessa Pamina, figlia della oscura Regina della Notte, sottratta ad essa dal potente Sarastro che simboleggia la luce del sole, e guidato da questi attraverso un percorso iniziatico volto a irrobustirgli lo spirito, farlo diventare un uomo coraggioso, capace di non cedere alle mollezze della vita e a dargli la saggezza per comprendere la differenza tra il bene da perseguire anche in condizioni ostili e il piacere spesso facile e lusinghiero ma altrettanto spesso effimero e ingannatore.

A fare da contraltare alla solennità con cui il principe Tamino affronta le prove di coraggio e saggezza dettategli dal sapiente Sarastro, la rassegnazione con cui Papageno, il compagno di ventura di Tamino, giovane uccellatore al servizio della Regina della Notte, suonatore di flauto, all’apparenza bugiardo e codardo, accetta la fuga dalle prove e le sue debolezze, ma avendo preso coscienza dei suoi limiti acquisisce quella saggia e fraterna onestà che gli dà la forza, coraggio e astuzia per aiutare Tamino e lo premia con ciò di cui lamenta la mancanza fin dalla sua prima aria, una compagna, una Papagena da amare perché anche lui ne è degno.

 

Originariamente l’opera era ambientata nell’antico Egitto ed esattamente in un tempio sacro dove il senso e il significato profondo, il filo rosso che conduceva la trama, era l’iniziazione ai misteri religiosi. La novità di questa edizione è stata non solo la modernità dell’ambientazione, ma l’aver esplicitato la matrice massonica della parabola mozartiana: perché Mozart era un massone. Nel pensiero massonico di fine Settecento confluivano teorie alchimistiche, ideali della classicità greco-romana, concezioni etiche di lealtà e garantismo giuridico, valori libertari e protofemministi, idee di tolleranza e di pacifismo, apologia del perdono, volontà di influenzare in senso liberale gli esponenti del dispotismo illuminato. A partire dagli anni dell’iniziazione massonica, Mozart entra in contatto, con esponenti dell’élite intellettuale del tempo, diventando progressivamente consapevole del grande progetto illuministico-libertario dell’utopia massonica, condivisa da spiriti magni come Goethe. Anche se molti dei suoi confratelli massoni erano degli aristocratici, nella sua personale utopia egli auspicava una società senza classi, una legge uguale per tutti, un rifiuto della guerra in un regno dello spirito confortato dalle gioie della vita. La scenografia parte da un’immensa biblioteca sede del sapere umano che nasconde un tempio massonico dove il nostro protagonista il principe Tamino bussa per essere iniziato a ciò che i libri non possono dare: i libri sono la conoscenza, Tamino (in origine il principe Thamos re egiziano) rappresenta l’essenza, l’essere iniziati rappresenta la comprensione. Il sacerdote Sethis diventerà il Gran Maestro Sarastro e qui troviamo una commissione abbastanza chiara dalle ricerche effettuate dell’opera: la massoneria austriaca viveva un momento di controllo governativo e l’opera probabilmente serviva a calmare l’opinione pubblica, infatti si diede un taglio popolare nell’ aspetto esteriore e un significato esoterico nell’ambito simbolico: l’interno di un cerchio solare che sovrasta il capo del filosofo, una stella a cinque punte, emblema del grado, ma anche simbolo dell’unione fra principio maschile e principio femminile, fra uomo e donna nella Coppia, unione che sarà esaltata nel finale del Flauto Magico. Tutta la tematica storico-simbolica dell’antico Egitto e dei miti di Iside e Osiride sono comunque presenti così i riferimenti alla luce, alle tenebre ed ai rituali. E la Regina della Notte Astrifiammante, non rappresenta il male se non nell’accezione profana del termine che fa da contraltare alla superstizione del bigottismo religioso.

L’opera messa in scena nel 1791 rappresenta l’ultimo barlume prima della caduta dei lumi prima dell’ascesa irrefrenabile di una restaurazione che porterà veramente all’oscurità, all’ipocrisia, al puritanesimo dell’ottocento, dove la massoneria dovrà nascondersi per continuare a propugnare i propri ideali di libertà, eguaglianza e fratellanza. “I raggi del sole dissipano la notte, annullano il potere carpito con frode da ipocriti”. Fortunatamente almeno la favola tutto finisce bene, la bellezza, la saggezza e la forza elevano le loro luci nel perseguimento della verità e della giustizia: il messaggio simbolico si perpetua per i secoli nella capacità dell’animo umano di saper comprendere e voler trasmettere, come è vero che si dice negli ambienti massonici che alcune scelte si compiono per il miglioramento personale ed il bene della Umanità,  e si può forse affermare che il transito passeggero dell’essere umano sulla terra, ha avuto il suo significato per l’evoluzione cosmica.

 

Un regista coraggioso Pierluigi Pizzi l’ottima direzione d’orchestra di Gianluigi Gelmetti direttore stabile del teatro catanese.  Un cast veramente azzeccato dove le figure della Regina della notte di Eleonora Bellocci immenso soprano di coloratura. Le si contrapponeva l’austero Sarastro del basso australiano Karl Huml, mentre Elena Galitskaya, soprano russo di Dimitrovgrad, vestirà i panni di Pamina. Tra gli artisti italiani, vanno menzionati il giovanissimo Tamino di Giovanni Sala, e l’esperiente funambolico Papageno di Andrea Concetti; lodevoli le tre Dame Pilar Tejero, Katarzyna Medlarska e Veta Pilipenko,

 

 

 

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