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Quando l’Iliade veniva raccontata così

Per la rassegna  Palco off l ’attore e regista, Corrado D’Elia ha portato in scena un racconto potente e carico di pathos del più antico poema epico della storia dell’occidente, al teatro Musco di Catania. L’Iliade di Omero a distanza di quasi tremila anni mantiene una forza evocativa che ci avvolge tutti, è ancora un testo che parla agli uomini e alla loro natura mortale e insegna come le gesta eroiche di quei combattenti rappresentino l’insieme delle passioni umane (personificate dagli dei che sono destinati ad assoggettarvisi) più radicate e che sono il fulcro di quest’opera. Omero racconta l’uomo, i suoi amori, la sua ambizione, il suo orgoglio, la sua scaltrezza, la sua dignità di fronte al nemico e quindi di fronte alla morte certa e imminente, così come la furbizia e l’inganno, l’arroganza e la mollezza d’animo, la prevaricazione e il risentimento, l’insanabile dolore per la tragica perdita delle persone amate. Nell’Iliade c’è tutto quello che scuote l’essere umano: i miti, gli dei e gli eroi narrati, simboleggiano archetipi che attraversando i secoli arrivano intatti ai giorni nostri e ci regalano il ventaglio più ricco di emozioni e sfaccettature dell’animo da cui è quasi impossibile estraniarsi, non ritrovarsi in un modo o nell’altro rappresentati negli atti di questo o quel personaggio, piangere o esaltarsi con loro.

Davanti a una scenografia che definirei più simbolica che minimalista, D’Elia, che oggi si direbbe essere un one man show, si presenta come un cantore del terzo millennio che ha saputo ridare corpo a quegli eroi e agli slanci di coraggio e di orgoglio così come ai dubbi che sconvolgono l’essere umano, e punta esattamente a questo: rievocare nell’animo dello spettatore quelle emozioni, quei tumulti dell’animo che difficilmente non scuotono anche il cuore più avvezzo e scafato, e lo fa con giusta e coraggiosa passione, esaltandosi e commuovendosi assieme al suo pubblico.

Ma la sua azione appare troppo orientata ai fatti del poema di Omero. Nel terzo millennio, nel tempo della psicoanalisi, che sull’Iliade e sui miti greci ha costruito buona parte del suo impianto teorico arricchendo la mitologia greca con riflessioni e interpretazioni che completano e riempiono di senso le scelte e le azioni degli eroi narrati, riproporre un testo come l’Iliade, a mio modesto giudizio, avrebbe potuto comportare una più ampia e anche personale rilettura delle dinamiche narrate soprattutto in virtù del fatto che si rivolge ad un pubblico maturo e preparato. Non intendo con questo volere stravolgere il testo o il susseguirsi delle azioni che avrebbe avuto il risultato di depauperare lo spettacolo di vis tragica e tensione scenica che D’Elia mantiene alte fino alla fine, ma aggiungere un tocco particolare, soggettivo dell’interprete e che tenesse conto delle implicazioni psicologiche dei personaggi, uomini ma anche e soprattutto degli dei in quanto personificazioni di quegli istinti, pulsioni e slanci emotivi, oltre che fonte di timori o di gioie per i personaggi umani, di cui l’opera è intrisa. Il mantenimento del teatro di narrazione utile nella fascia adolescenziale, dove l’immaginazione è ormai preda della vis mediatica.

 

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