Sicilia Report
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ph Santo Consoli

Odissea di Anfuso 2020: la Dea Athena si è “infusa” ed è scesa tra noi

Tra ragione e sentimento la Dea Athena di Anfuso è scesa tra noi e si è fatta “carne” per guidarci col cuore e con l’intelletto verso una missione salvifica: travalicando pregiudizi e stereotipi sul termine “maschera” che in greco antico significava persona o meglio personaggio, ma anche paura, deformità e follia

Non era facile da parte del regista Giovanni Anfuso attento “navigatore dell’anima” cedere alle norme di distanziamento e seduta da parte dei suoi spettatori. Mentre l’anno scorso la nostra Madonna Athena che proveniva dagli anfratti celesti dell’Olimpo in senso orizzontale, come dalle origini ancestrali rispettando il senso e la foce del fiume e gli archetipi della sua nascita, in similitudine di Afrodite, nata dalla  spuma del fiume, immagando gli spettatori deambulanti che con lei ripercorrevano le sponde dello Stige alcantariano, e per coloro che hanno ripercorso le gesta, in pratica per coloro che hanno rivisto l’immane spettacolo, hanno colto che quest’anno la Dea è scesa tra noi travalicando in maniera frontale, il suo passaggio dall’ascensionale Olimpo al discensionale percorso verso la Terra, quindi un passaggio verticale, in una atipica espressione del “deus ex machina greco”, estrinsecato in maniera invertita.

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E poi ancora in inversione al classico deus ex machina, a ritroso, “a cascata” nel senso del “torrente” del termine, le “donne” della vicenda, Nausicaa (offerta come dono al naufrago), Circe (strega lussuriosa) e la stessa Penelope che per vent’anni aspetta lo sposo restando “immacolata” nel suo vuoto letto di vedova “bianca” e le stesse “sirene” carnali e proficue, tutte queste figure femminili sono diventate più potenti, più visibili, più proattive verso l’anziano Odisseo ormai distrutto dai suoi “inesauribili” ardori. Tutte le “donne” dell’Odissea di Anfuso hanno preso il potere sono diventate “persone” che hanno influito sul suo personaggio e hanno trasformato l’aggressività, in saggezza, forza e temperanza, che il giovane avatar di Odisseo, maturo nel suo viaggio dell’Eroe, è riuscito a donare, come linfa vitale e nuovi effluvi energetici, in maniera diretta e vitale al giovane figlio Telemaco, confuso dalla mancanza virile della figura del padre.

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Ma è certo che la nostra dea Athena, demiurgo affrancato della nostra vicenda, ha inventato sotterfugi divini, con un barlume di malizia terrena, che camminava tra noi, immaginando un ultimo incantesimo, quale il “cencio sdrucito”, affinché Odisseo non potesse essere riconosciuto dai suoi rivali, dai Proci, quest’anno ancora più avidi, invasivi e vigliacchi: i Proci da anni mantenuti a spese sue del suo casato e della sua stirpe. Ma i suoi rivali rappresentavano lo stato, o meglio il parlamento di Itaca, e Odisseo invece rappresentava il suo popolo? Ah! L’ardua sentenza sta sicuramente situata nei meandri etico-politici di Anfuso, e non è dato di saperlo se non per interpretazioni simboliche e psicanalitiche.
Forse quest’anno Athena incarnava di più la nostra S. Agata che col suo velo  nel 1866 riuscì ad arginare la tanto temuta lava: sì, forse quel “cencio” apparso dal nulla significava “basta pandemia”. Ancora una volta l’intelligenza dell’immaginazione registica di Giovanni Anfuso ci ha spiazzato: portando “l’irreale nel reale” travalicando la visione dello schermo a cui ci ha costretto questa “separazione virale” financo bagnandoci dell’acqua del fiume a noi spettatori ignari, nonché protagonisti di una scena concreta, alludo all’ira di Poseidone, magari svegliandoci, anche per un “attimo” dal nostro torpore, raggiunto da questi mesi di “dom comfort” chiusi nelle nostre case dove il virtuale, ci ha abbrutito più del normale.

Ph Santo Consoli

Sì, il nuovo significato dello spettacolo di Odissea di Anfuso 2020, era lo scatenarsi del cammino spirituale dell’eroe “infuso”, mi si lasci il gioco di parole sul cognome del regista, in una “nevrosi attuale”, termine strettamente freudiano, alla stregua del “panico catartico” scatenato dalle antiche rappresentazioni greche. Tra ragione e sentimento la Dea Athena di Anfuso è scesa tra noi e si è fatta “carne” per guidarci col cuore e con l’intelletto verso una missione salvifica: travalicando pregiudizi e stereotipi sul termine “maschera” che in greco antico significava persona o meglio personaggio. Gli scopi della maschera sono stati da sempre i più diversi: rituali, avendo ruoli magici dalla serietà funerea a una folle giocosità; guerreschi per spaventare i nemici; sindromici per designare la guarigione, si pensi ai monatti guariti dalla peste di manzoniana memoria o per nascondere deformità e naturalmente si pensi allo spettacolo, per significare una caratterizzazione immediata e precisa dell’attore e delle sue azioni. E chi era il “vero mascherato” nella rappresentazione di Anfuso? L’attore o lo spettatore? Senza soluzione di continuità “l’infuso” di Anfuso è riuscito a trascinarci nella sua sfera alchemica di profusa vitalità e verità. Ancora una volta.
E c’è un prodromo anche minimo nella registrazione dell’atto e della presentazione delle prodi orme dell’Eroe.

Per chi volesse approfondire anche da un punto di vista storico lo spettacolo dell’ Odisseoa di Anfuso 2019 vi invitiamo a leggere questo link

 

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