Nuovo allestimento di “Andrea Chénier” al Teatro Massimo Bellini

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CATANIA – “Tutte le idee politiche in fondo sono buone, sono gli uomini che son ladri”. Così scrive in una lettera, nel marzo 1901, il celebre librettista Luigi Illica (1857-1919), autore di “Andrea Chénier”, melodramma incentrato sulle vicende politiche della Rivoluzione Francese e della controrivoluzione, musicato da Umberto Giordano (1867-1948), andato in scena per la prima volta nel 1896, rappresentato poi innumerevoli altre volte, divenendo una presenza costante nei cartelloni teatrali.

A Catania quest’opera lirica è stata riproposta dal Teatro Massimo Bellini, in un bell’allestimento che ha richiesto notevoli investimenti in termini di risorse umane e finanziarie. Molti i personaggi in scena – il libretto contempla, oltre ai protagonisti, una schiera di figure minori quali la Mulatta e la Contessa, l‘Abate e il Salculotto, ecc.- ma qui bisogna almeno citare le tre principali: Andrea Chénier interpretato dal tenore armeno Hovhannes Ayvazyan, Maddalena di Coigny impersonata dal soprano Amarilli Nizza, mentre il baritono siciliano Francesco Verna riveste il ruolo di Carlo Gérard (nelle recite del 31 ottobre, 3, 7 novembre vanno in scena il tenore Gianluca Zampieri, il soprano Cristiana Oliveira e il baritono serbo Dragutin Matić).

I cantanti hanno rivelato belle le voci e, seguendo le indicazioni di Giandomenico Vaccari, regista che crede molto nell’importanza del gesto nella recitazione, si sono mossi in scena in modo convincente. Velocissimi cambi di costume sono stati imposti ai coristi, ai quali è stato anche richiesto di fare qualche passo di danza. Diretti da Luigi Petrozziello, gli artisti del coro hanno così visto riconosciuto il loro valore di interpreti, ricevendo applausi, alla fine del terzo quadro. Lo stile operistico verista, caratterizzato da arditezza e passionalità, è stato affrontato in modo controllato dall’Orchestra del Teatro Massimo Bellini, diretta da Antonio Pirolli. Ascoltando l’opera commuove sentire come Giordano si sia ispirato all’Otello di Verdi nelle note di coloritura di “Un dì all’azzurro spazio”. Anche l’aria di Carlo Gérard, nel primo quadro, quando enuncia la sua fede politica, ricorda molto il “Credo in un Dio crudel” di Iago nel secondo atto, sempre dell’Otello di Verdi.

La scenografia sorprende per la trovata dei quadri giganteschi, con cornici da cui sbucano i personaggi. Ma la cosa dello spettacolo che più ha convinto è stata la regia. Vaccari – che già nell’estate del 2016 aveva lavorato con gli orchestrali e le maestranze del Teatro Massimo Bellini, come regista di “Norma” al teatro antico di Taormina– ha confermato di essere un esperto nella messinscena della opere di Umberto Giordano ( proprio in questi giorni sta curando in Puglia la regia di “Fedora”). Il regista ha le idee chiare. Detesta le etichette e non vuol sentire palare di “Musica Verista” o di “Giovane Scuola”, come genericamente vengono indicate le opere di Umberto Giordano e dei compositori suoi coevi. Il regista, piuttosto, guarda l’opera “Andrea Chénier” con gli occhi di chi vive i nostri giorni, con le percezioni dell’oggi. Dalla prima rappresentazione – difatti – sono ormai trascorsi oltre 120 anni. Nel corso del Novecento sono accadute tante cose: la Rivoluzione Russa, i regimi totalitari, la caduta di monarchie e il loro risorgere, i populismi vecchi e nuovi. La Rivoluzione Francese, secondo alcuni, sta al principio di ogni degenerazione successiva.

La trama di “Andrea Chénier” rivela il pensiero politico, a volte ambiguo, del librettista. Luigi Illica, tratteggiando la figura di Carlo Gérard, mostra l’eterna figura del rivoluzionario – sia esso di destra o di sinistra – che, stringi stringi, si esprime nella frase “levati tu che mi ci metto io”. Gérard, infatti, prima della Presa della Bastiglia, è un servitore figlio di servitori. Protesta contro la società corrotta e inefficiente dell’antico regime, invoca il potere del popolo contro i privilegi delle classi dirigenti. Scoppiata la rivoluzione, è un intellettuale che si schiera con il nuovo potere, ottenendo a sua volta una rapida ascesa sociale e i privilegi che tanto detestava negli altri. Diviene un affermato e dispotico uomo pubblico, ma poi si pente del suo accanimento contro il poeta Andrea Chénier. Quest’ultimo è condannato a morte perché considerato controrivoluzionario. La sua grande colpa, agli occhi dei rivoluzionari più accesi, è – si badi bene – l’essere straniero: è infatti nato a Costantinopoli ed è perciò macchiato sin dalla sua nascita dal peccato originale di non essere perfettamente figlio della Francia, sebbene generato da emigrati francesi. La nascita all’estero confligge, dunque, con la piena cittadinanza ….. Quanto è attuale il libretto di Illica!