Sicilia Report
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L’inquietante e affascinante spettacolo, La Cena, sul Teatro della Persona di Walter Manfrè

CATANIA – Ieri sera è andato in scena al Piccolo Teatro della Città: La cena.  La cena è uno spettacolo che ti entra nella carne e nelle ossa. Sei lì inerme seduta a quella grande tavola dove estranei spettatori, quasi come se fossero congiurati assisi al dramma annunciato, dramma familiare si suppone, assistono davanti ad un piatto vuoto e un calice pieno di vino rosso…

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Il padre che arringa ad un maggiordomo Fangio, inquietante assistente di una storia che avviene tutte le sere come se fossero imprigionati in uno spazio tempo, dove noi ignari e inermi rivediamo non una ma cento volte quello che ci è accaduto in passato: come un eterno presente. La figlia del padre, Giovanna è una ragazza che scappata via per rappresentare la sua autonomia porta con sé un nuovo uomo. Bistrattato umiliato, il genero invano posseduto da un immane dinamica e proiezione perturbante di una padre/padrone che ha potere sulla psiche, diremmo disturbata della figlia, che ha bisogno ancora una volta del suo assenso. Mirabile profonda intima la performance degli attori che diventano parte integrante della nostra storia. Quella dei “malcapitati” spettatori. Costretti a bere vino per sopportare le “angherie” di figure familiari rimosse dove il nostro apporto ahimè risultava impotente e pressoché inutile. Nella Cena che fosse l’Ultima si spera, lo spettatore è attore poiché innesca e ravviva una dinamica che non ha un inizio e né una fine: è in quanto tale, come se fosse in una seduta psicanalitica di uno psicodramma. Scagli una pietra a chi non assistito mai ad una tragedia piena di ombre di lussuria intrinseca dove ad adornare l’amore filiale, soprattutto nel rapporto padre figlia, ci sia stata la dominanza del possesso del potere e la seduzione del danaro e di un imprinting denotato di una serie “di insomma” sindromi di incertezza e dolcezza e di una cattocultura della mancata o bruciata erezione. Del malcapitato genero. A volte per perseguire le orme paterne, costretto a diventare un de-generato.

Ala regia della tavola sontuosamente apparecchiata di un visionario Walter Manfrè, siedono l’attore modicano Andrea Tidona, nel ruolo del padre, affiancato da Chiara Condrò (la figlia), Stefano Skalkotos (il genero), Cristiano Marzio Penna (il maggiordomo). Il testo, scritto su sollecitazione di Walter Manfrè da Giuseppe Manfridi, uno dei più importanti drammaturghi italiani contemporanei, restituisce un’opera carica di tensione drammatica e di ironia. Lo spettacolo che vide il suo debutto a Roma nel 1992, ha visitato i più importanti teatri nazionali e ha preso nuovamente vita nel 2016 approdando, ancora una volta, in alcuni dei più importanti teatri d’Italia. La pièce si innesta come anello fondamentale all’interno di quel “Teatro della Persona”, con cui il critico Ugo Ronfani, nel 1993, sintetizzò il senso della poetica espresso dal percorso registico del regista messinese Manfrè. Fino a domenica 11 novembre al Piccolo Teatro della Città. I posti sono quelli della tavola quindi una ventina di persone se volete andare dovete prenotare subito.

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