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U Siccu e a Signurina

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Mio marito è un portatore.

Io sono devota, cattolica e credente. Ma la fede, quella che ti sostiene, non la conoscevo prima di incontrare a me maritu.

Iddu nun n’avi dubbi e io lo so da dove nasce la sua fede: nasce di quannu era nicu, e partecipava alla processione, vistutu cu lu saccu, dietro al fercolo con la sua famiglia; nasce dalla tradizione del servizio che svolge, ormai da molti anni, come suo padre prima di lui, nella candelora de fruttarola a Signurina”, come viene chiamata, perché quando cammina lo fa con eleganza.

Ninì, meglio conosciuto con il suo peccuru U Siccu, l’ho incontrato durante la festa venti anni fa, quando io ero poco più che maggiorenne e lui era trentino.

Era la notte del 4 febbraio e le candelore avevano raggiunto Porta Garibaldi.

Erano ferme e i portatori si stavano riposando.

Ninì stava fumando una sigaretta. La teneva con le dita della mano sinistra; con l’altra mano sorreggeva un bicchierino di plastica con del caffè che stava bevendo per aiutarsi a combattere il sonno e il freddo. Aveva gli occhi che ridevano nonostante la fatica del servizio, delle sagghiate di quel giorno interminabile, a precedere la Santa, ad annunciarla alla città, alla gente, al mondo, con allegria e musica e colore.

Nella notte la Signorina era ancora più bella.

Le candelore, io, che mi chiamo Lucia, le ho sempre trovate tutte più belle di notte, perché rappresentano la luce, la luce della Santa, la luce della Fede che risplende nell’oscurità.

Le candelore sono come le stelle che illuminano il cielo e nella notte lo fanno brillare.

E macari iu, ca Fede n’aiu picca, u capisciu.

La Signorina, con i suoi calici di luce, con i suoi cigni dorati alla base sormontati da 4 angeli, con il suo mazzetto di fiori bianchi e rossi, era splendente e meravigliosa.

Ninì parlava con gli altri portatori e scherzava insieme a loro.

Splendeva anche lui, come la sua candelora.

Io ero con delle amiche e stavamo aspettando che arrivasse Sant’Agata.

A quei tempi non c’erano app, dirette Facebook o televisioni che riprendevano la festa senza lasciare nulla di inviolato. C’erano solo le voci dei fedeli che una volta dicevano: “È ancora a via Plebiscito, viri ca è a Badia”, oppure “Arrivau o futtinu, bi ca è.”

Ma solo quando la vedevi tirata dal cordone, in lontananza, potevi avere la certezza che fosse davvero quasi giunta nel punto in cui la stavi aspettando.

A un tratto tutte le chiumme delle candelore, dal Cereo Ventimiglia sino all’ultima del Circolo Cittadino, attaccarunu cui a sistimarisi a Vaddedda, cui a cuntrullari l’affucapattri e cui a mittirisi a currìa.

Stavano per ripartire e con le mie amiche ci avvicinammo un poco di più alla candelora degli ortofrutticoli.

Guardando verso il cereo, la mia attenzione cadde subito su Ninì perché era troppu siccu e mi colpiva come potesse far parte di una chiumma, che doveva portare niente di meno che la Signorina, che a detta di popolo proprio leggera non era, non è mai stata e non è mancu ora.

Ninì era ed è curìa di sinistra.

Cercai di posizionarmi dal suo lato, mentre la chiumma lasciava piazza Palestro per imboccare via Garibaldi e concludere il giro esterno.

Alla fine della sagghiata aspettai che sganciasse la curìa e poi, per ottenere la sua attenzione, principiai a ballare intorno a quell’uomo siccu e forte allo stesso tempo intonando: “Annaca cannalora annaca, annaca cannalora annà, annaca cannolara annaca, annaca cannolara annà.”

Ninì mi taliò un poco “stunatu” eppoi, senza ulteriore indugio, si mise a ballare insieme a me cantando la prima strofa della ben conosciuta canzone popolare: “Quantu è cuntentu oggi lu me cori quannu pi li strati viri i cannalori picchì a li catanisi hannu a rivuddari ca a Sant’Aituzza avemu a fistiggiari.”

E fu così che il successivo ritornello vide tutta la chiumma danzare e cantare, battendo le mani all’unisono con le mie amiche, quasi in un patto di complicità appena firmato.

E via con l’altra strofa e poi di nuovo il ritornello, in una festa di gente sempre più numerosa che si faceva trasportare dall’improvvisa serenata ca non si capeva si era po Siccu o pa Signurina!

Per non lasciare dubbi a chiddu ca sinteva essiri l’omu me, intonai ancora la terza strofa ciatu a ciatu cu iddu: “O cannalora mia annaca chiu fotti fanni scuddari i mumenti tristi, e Sant’Aituzza dall’altu di li cieli biniriciti sempri i so puttaturi.”

Nell’esultanza corale del popolo catanese, in mezzo a quella gioia semplice ma schietta, alla fine del successivo ritornello Ninì mi prese per mano e mi sussurrò all’orecchio: “Spostiamoci.”

Rimanemmo qualche passo indietro a guardare la gente che danzava e rideva, sotto le candelore che, pur ferme, sembravano annacarisi lo stesso, contente, per aver ancora una volta, scatenato la felicità.

Quelle mani che ci tenevamo, rimasero incollate per non so quanto tempo.

Lo seguii finché la processione non terminò e nonostante fosse stanco, finito il servizio, rimase con me e mi offrì la colazione.

Per il resto della festa camminai a fianco alla sua “Signurina”, fedele a lui, come uomo e come portatore.

Ninì è un uomo semplice che si sarebbe meritato molto di più di una donna sterile.

Ha da sempre, con la sua famiglia, un banco al mercato di Catania, un banco di frutta e verdura.

Si sveglia in piena notte per andare al MAAS a comprare tutto l’occorrente per “consare” il banco.

È un banco “ranni ranni”, sembra infinito: distese rigogliose di finocchi profumati e carciofi lunghi quando è stagione. Accanto a essi l’arancione dei mandarini, dei mandaranci e delle arance, il viola dei cavolfiori, il verde delle zucchine e delle insalate selvagge, u russu de pipi, u niuru de mulinciani.

La sua vita è scandita da orari massacranti e da un lavoro faticoso, e anche se è forte e sempre pronto a lavorare, anche se non lo dà a vedere, io lo so che si stanca e che anche lui ha bisogno di riposo.

Quannu s’arricampa, io gli dico: “Assettiti ca, mangiti ncannolo viddi e riposati.”

Gli piacciono tanto anche le paste di mandorla e le crispelle, quelle salate con le acciughe.

Io non gli faccio mancare niente, perché è un uomo buono, dotato di una fede incrollabile. Io non ho lo stesso dono che ha lui, non custodisco quella fede che nasce dal cuore e che consente di affrontare ogni difficoltà come se si possedesse un potere magico.

Come dicevo, io non gli faccio mancare nulla perché gli ho fatto mancare la cosa più importante: un figlio, il diventare padre, la paternità.

Mi sono chiesta spesso negli anni addietro perché fosse rimasto al mio fianco.

Abbiamo sperato insieme, abbiamo pregato insieme che potessimo avere figli e tanti, ma poi la mia sterilità è stata diagnosticata come una certezza, imbattibile al pari della sua fede.

Tuttavia, alla fine, la sua fede ha vinto.

I primi anni mi sono disperata e, a volte, gli ho chiesto di lasciarmi.

Ma lui mi ha sempre detto che sono io la sua sposa avanti o Signuri e nenti ci può separare.

Testardo, ha sempre aggiunto che dovevo avere fede e che prima o poi questo bambino sarebbe arrivato.

Quando ero molto triste mi diceva: “Devi pensare sempre alla luce che illumina le nostre vite, alla luce che c’è nel significato del tuo nome, alla luce che c’è nella candelora che porto sulla mia spalla.”

Mi sono accucciata appressu a iddu e ho aspettato senza troppa convinzione perché lui ne aveva per tutti e due.

Poi è avvenuto qualcosa di inaspettato.

Quel giorno, mi ero alzata presto e mi sentivo stranamente serena.

Taliai a fotu di Sant’Aituzza ca aiu a latu di lu lettu.

È la foto del suo viso che risalta su uno sfondo nero.

A taliai bona e mi passi ca m’arrireva.

Durante la processione ho sentito spesso i devoti dire che si capisce quannu è niura, quannu è cuntenta, ma io non l’ho mai capito, tranne quella mattina in cui sembrava uscire dalla raffigurazione e guardarmi convinta, con un’inspiegabile allegria.

Ninì sarebbe uscito di lì a poco per trasportare la candelora, insieme agli altri portatori, al Mercato di Catania. Era la fine di gennaio e quel giorno, dal pomeriggio in poi, ci sarebbe stata la festa al MAAS.

Lo raggiunsi in serata per partecipare anche io a quello che era ormai diventato un appuntamento immancabile per molti catanesi che giungevano al MAAS con tutta la famiglia, con i loro ragazzi o bambini ancora piccoli, con i nonni e i cugini, i nipoti, per cantare, ballare, mangiare dolci o semplicemente correre dietro alla candelora, lungo il bianco e grande corridoio del mercato.

Ero lì a fare festa come tante altre volte, attenta a Ninì, pronta ad aiutarlo in qualunque modo.

La candelora aveva realizzato una magnifica sagghiata veloce, alla fine della quale si era fermata e ora i portatori erano intenti nell’esecuzione di una annacata senza precedenti, in cui la candelora si inclinava a destra e a sinistra come un pendolo.

In mezzo a quello spettacolo, attirò la mia attenzione un bambino che, un po’ in disparte, guardava rapito ed estasiato i movimenti della candelora e i portatori che la facevano ballare, correre, muovere, onorando la sua funzione di animatrice primaria della festa.

Aveva gli occhi grandi e il viso segnato da rivoli secchi di lacrime che dovevano aver bagnato le sue guance tempo prima. Aveva addosso vestiti vecchi e usurati, sporchi. Ai piedi portava dei sandali di cuoio e dei calzettoni blu.

Era nicu.

Aviva i capiddi rizzi i era niuru.

Non appena la candelora si fermò, ricominciò a piangere singhiozzando.

Senza un attimo di esitazione gli corsi incontro e lo presi in braccio.

Lo abbracciai e gli diedi un bacio sulla guancia, infilando le dita na da parda di capiddi.

Vistu ca non si accuitava, cominciai a dondolare con lui a cavalcioni sul mio ventre e gli cantai piano piano, quella canzone antica che già una volta aveva tessuto il mio destino e quello di mio marito: “Annaca cannalora annaca, annaca cannalora annà, annaca cannalora annaca, annaca cannalora annà.

Mentre lo stringevo al petto, alzai gli occhi verso il muro di fronte a noi e vidi l’immagine di Sant’Agata, raffigurata in un manifesto delle festività che si sarebbero svolte di lì a pochi giorni.

M’arrireva ora, cu l’occhi cu a vucca e la sua visione aprì il mio cuore, lasciando che lo attraversasse quella gioia della fede realizzata che non ha eguali.

Mi sentii invasa da una felicità che avevo dimenticato.

Guardai il bimbo negli occhi e lui di rimando mi fece una carezza sulla guancia, come a confermare di essere il dono che tanto avevo atteso.

Quella Fede di cui avevo sentito soltanto parlare appariva ora viva tra le mie braccia lasciandomi senza ciatu.

Arrirennu e chiancennu o timpu stissu, cu l’occhi circai a me maritu.

Ma Ninì era già accanto a noi e stava chiancennu macari iddu perché dopo tanti anni, in una complicità certa e indistruttibile come la pietra lavica, non c’era bisogno di parole, o almeno non troppe.

Bastau sulu na frasi che Ninì pronunciò circondando me e il bambino con le sue braccia affusolate e muscolose: “Tutti devoti, tutti.”

Poi ci guardò e con le lacrime ancora negli occhi sorrise con il cuore aperto, spalancato, perché quella fede mai oggetto di dubbio lo aveva premiato. Prendendo il mio viso tra le sue mani ruvide e consumate mi disse: “Resterà con noi, nella luce troveremo la strada.”

Il bambino indicò la raffigurazione di Sant’Agata, così lo presi in braccio e gli dissi: “Vuoi sapere chi è? ora te lo racconto.”

Con commozione, in una chiave giocosa ma riverente, gli parlai della Santa come una sorella che accompagna le vite di tutte le donne a lei devote, senza mai lasciarle sole.

Ora anche io sapevo che la sua mano salda è una certezza ed è sempre un conforto da non dimenticare mai, anche quando il dolore ti schiaccia e ti lascia senza speranza.

Per il resto della festa, restammo sempre accanto alla candelora che piaceva tanto al bambino: lo rendeva felice con i colori e le musiche della banda che le suonava intorno, nella sua luce indiscutibile che non si spegneva mai, fuori ma anche dentro di noi.

Quando si fermava, Ninì lo prendeva in braccio e gli raccontava come era composta la candelora, facendolo salire e sedere davanti con grande meraviglia do picciriddu.

Mentre si abbracciavano ridendo di cuore, spiai me stessa in uno specchio di fortuna: vi scorsi una Lucia differente che accoglieva una maternità giunta da una rotta inaspettata, approdata da un percorso straniu eppure familiare, ammiscatu cu da città dai suoi mille strati di tempo e di civiltà, nei lineamenti greci di la me facci, e nna la peddi scura di me maritu.

Guardavo quella donna che nasceva quel giorno come madre, per mano di una fede mai negata, in un accaduto dalle modalità sorprendenti, ma in linea con le Vie luminose del Signore, che del resto si sa, sono infinite.

Chiara Agata Scardaci

Questo è un racconto di fantasia. Nomi, personaggi, istituzioni, luoghi ed episodi sono frutto dell’immaginazione dell’autore e non sono da considerarsi reali. Qualsiasi somiglianza con fatti, scenari, organizzazioni o persone, viventi o defunte, veri o immaginari è del tutto casuale.

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Glossario delle parole relative alle candelore ed ai portatori tratto dal libro “Candelore e Portatori” di Alessandro Miccione edito da Youcanprint che ringrazio vivamente.

Annacata – andatura dondolante, oscillante, caratteristica della candelora; il termine viene usato anche per descrivere il ballare del cereo al suono della banda. Quando un commerciante o un privato, richiede la presenza della candelora presso la propria attività commerciale o la propria abitazione, la chiumma esegue l’annacata a suon di musica.

Chiumma, ciumma, ciurma – derivato dal linguaggio marinaresco; indica l’insieme dei portatori di una  candelora, come una squadra o un team. I componenti della chiumma si dividono nei ruoli di stanga e curìa. Le curìe sono posizionate davanti, dietro, a destra e a sinistra del cereo. La curìa davanti è il “conducente” della candelora a cui tutti i portatori fanno riferimento; decide il percorso, le soste, e i movimenti dell’annacata e generalmente sceglie i portatori che diventano la “sua” chiumma, anche in caso di cambi di “casacca” in un altro cereo. Le due curìe di lato (destra e sinistra) hanno il compito di mantenere l’equilibrio laterale della candelora. La curìa di dietro segue la direzione imposta dalla curìa davanti correggendo gli eventuali squilibri del cereo. Le stanghe portano un peso maggiore delle curìe, anche più di 100 chili. Doti indispensabili delle stanghe (davanti, dietro, sinistre e destre) sono ovvia- mente la forza e la resistenza alla fatica sotto carico. Le stanghe portano il peso distribuito su ambedue le spalle per mezzo di aste di legno chiamate stanghe, mentre le curìe utilizzano solo una spalla mediante un cinturone regolabile in cuoio detto ugualmente curìa o currìa.

Peccuru o peccu – soprannome, nomignolo, dato per i più svariati motivi, professionali, fisici, compor- tamentali, geografici, occasionali, intellettuali o altro. Il peccuru si può trasmettere anche per via ereditaria e serve a identificare con esattezza l’identità senza rischi di omonimia. Spesso il peccu sostituisce il vero nome nei rapporti sociali.

Curìa, currìa – portatore o anche robusto cinturone in cuoio (regolabile in base all’altezza delle curìe portatori) da collegare con un gancio alla base del cereo.

Affucapattri – il primo nodo che lega gli stanguni con la stanga.

Vaddedda – sorta di copricapo che le stanghe (portatori) usano per proteggersi la nuca e le spalle dal contatto della stanga. Nel passato la vaddedda era usata dagli scaricatori di porto di Catania, ricavata da grandi sacchi di juta per il trasporto degli alimenti.

Sagghiata – tratto di strada corrispondente a 30/35 metri che la candelora compie fra una sosta e l’altra.

Questo è un racconto di fantasia. Nomi, personaggi, istituzioni, luoghi ed episodi sono frutto dell’immaginazione dell’autore e non sono da considerarsi reali. Qualsiasi somiglianza con fatti, scenari, organizzazioni o persone, viventi o defunte, veri o immaginari è del tutto casuale.

Tutti i racconti di Chiara Agata Marcella Scardaci, in arte Chiara Agata Scardaci, concessi in licenza gratuita per la pubblicazione e la conseguente divulgazione al giornale on line www.siciliareport.it, sono protette dal diritto d´autore nonché dal diritto di proprietà intellettuale. E’ quindi assolutamente vietato pubblicare, copiare, appropriarsi, ridistribuire, riprodurre qualsiasi frase, contenuto o immagine concernente i racconti, perché frutto del lavoro e dell´intelletto dell´autore stesso Chiara Agata Marcella Scardaci. É vietata la copia e la riproduzione dei contenuti e immagini in qualsiasi forma non autorizzata espressamente dall´autore Chiara Agata Scardaci.

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