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Non siamo a questo

2.116

Era a sira del 31 gennaio e mi vineva i chianciri.

Aveva a frevi.

L’avevo sentita arrivare mentre facevamo le prove della candelora, che la sera dopo sarebbe uscita per annunciare la festa di S. Agata, nel quartiere del porto a Catania.

Facevo parte da nemmeno un anno della chiumma della candelora dei Pescivendoli, la “Bersagliera”, nel ruolo di curìa di destra.

Si chiama accussì per il passo ritmato che le danno i portatori, accompagnato dal movimento baldanzoso e allegro della ghirlanda di fiori posta dopo il secondo ordine, che la distingue da tutte le altre candelore.

Ero fiero di fare parte di quella chiumma, di portare la Bersagliera in giro per la città, maestosa, con i quattro angeli posti accanto alle scene del martirio e il suo piccolo pesce spada in argento, umile e necessario come il mestiere del pescatore.

Il mio era stato un lungo percorso, avevo servito in molte chiumme di altre candelore per diversi anni, a cominciare dai “Contadini” ad Aci S. Antonio, e adesso ero arrivato in quella che, a quel tempo, era la chiumma più temuta, nel cereo più famoso.

La chiumma dei Pescivendoli era spettacolare al pari della sua candelora: con sapiente perizia si batteva nelle dichette in pescheria, acchianannu i scinnennu macari i scali, a ritmo di battaglia, senza arrendersi mai e solo quando non vi era proprio altra scelta, sugellava la pace della parità con il bacio che la curìa davanti porge alla curìa dirimpettaia della candelora sfidante.

Avevo portato la luce ogni anno, ad ogni festa, senza saltarne mai una, perché essere un portatore vuol dire aver risposto a una chiamata, aver accettato per sempre il compito del fardello pesante, della fatica fisica e mentale che si deve sopportare con la candelora sulle spalle; un fardello che solo una fede inattaccabile e una radicata devozione possono rendere leggero, la fede in Cristo prima e la devozione in S. Agata subbutu appressu.

Il mio peccu era “Non siamo a questo”. Me lo ero guadagnato sul campo, picchì ammìa non mi sono mai piaciuti i sciarriati e le evitavo tutte le volte che potevo, anzi, le prevenivo.

In una chiumma i momenti di tensione non mancano: è un gioco di squadra complesso, fatto di equilibri e di sincronia, in cui il movimento di uno può agevolare o disturbare il movimento di un altro.

Prendete ad esempio le annacate, come pensate che potremo riuscire a realizzarle se non fossimo armonizzati come la migliore orchestra del mondo; o anche le sagghiate, amu a curriri tutti e subbutu nello stesso momento e nella stessa direzione, dopo aver issato la candelora in un unico istante, senza indugio alcuno.

Per non parlare del fatto ca si unu sa sdirrubba, si sdirrubbunu tutt’assemi ca cannalora n’coddu!

I allura ogni tanto, c’è qualche discussione, qualche malinteso ca sa risolviri subbutu subbutu, s’annunca si gonfia, si isa ed esplode comu a muntagna, la nostra Etna, e dopo arresta tuttu abbruciatu e nun c’è chiù nenti chiffari.

Così, quando vedo che la situazione si fa pesante, quando si respira aria di tempesta, io intervengo e dico: “carusi non siamo a questo”.

Metto una mano sul braccio di chiddu ca si st’affinnennu e ci ricu: “avanti ‘mpare non siamo a questo”.

Io e Franco, il capo chiumma, siamo amici da una vita e io sono la sua spalla.

Gli voglio bene, a lui e a tutta la chiumma, così come loro ne vogliono a me; per questo quasi quasi in alcuni momenti se lo aspettano che io arrivi e dica ad alta voce: “carusi non siamo a questo”.

U sacciu cetti voti sugnu annicchedda lisciu, ma durante la festa arriva sempre il momento in cui la stanchezza prende il sopravvento e c’è bisogno di un poco di divertimento, per dimenticare la fatica e alleviare la sofferenza.

Allora mi metto a fare degli scherzi, ma attenzione no schezzi babbi, scherzi ingegnosi.

Una volta m’abbiai n’coddu u sangu di l’agneddi che mi avevano dato i macellai, e portando la candelora in Via Etnea, improvvisammo, io e l’altra curìa di lato, di essere stati feriti dalla cintura, con gemiti e lamenti inframmezzati da qualche risata per non fare preoccupare nessuno.

Era na fassa, una esagerazione, che pur facendo sorridere, ricordava la fatica che ogni portatore patisce di continuo senza sosta alcuna.

Un’altra volta si ruppe, sbattendo contro un balcone vasciu, il vetro di uno dei fiori della candelora.

M’abbiai ‘nterra ca cannalora femma e accuminciai a fari tiatru: biii chi duluri, a testa, a testa!

Mentre facevo sta sceneggiata, taliava i portatori della chiumma ca si tagghiavunu i cianchi de risati, tentando d’ammucciarisi per non farsi vedere dalla gente, ma senza troppo successo.

Non avrei mai voluto lasciarli soli e così, sintennu ca a frevi ava acchinatu, i mancu picca, guardai la scena del martirio di S. Agata, quella in cui Quinziano le fa strappare il seno, raffigurata nel secondo ordine della Bersagliera assieme al martirio del fuoco, all’interrogatorio del Pretore romano, ed alla visita di S. Pietro.

Non ci puteva pinsari ca da carusa nica aveva dovuto sopportare una simile tortura, una sofferenza senza paragoni.

E mentre la guardavo, con la compassione nel cuore, la pregai: Agata mia, tu che puoi comprendere ogni dolore, fammi guarire, fammi passari sta frevi e lasciami la gioia, anche quest’anno, di illuminare la tua strada.

Mi scantai macari. Pinsai si pi casu non l’avevo offesa in qualche modo e addumannai perdono.

Non dissi nulla a nessuno della chiumma e, finite le prove, me ne tornai a casa.

Mia moglie, lesta, chiamò il medico.

Dopo una breve visita, il dottore annunciò che oltre alla febbre a 40 avevo anche le placche alla gola, e che prima di una settimana non sarei guarito: “Pippo”, mi disse, “di portare la candelora quest’anno tu po scuddari, sei troppo debole.”

Era vero, io lo sapevo, ero consapevole della forza che si doveva avere, della lucidità che non doveva mai mancare per portare il cereo in processione, e mi sentii sconfitto.

Gina, mia moglie, mi preparò qualcosa da mangiare e si preoccupò di procurarmi le medicine che avrei dovuto prendere al più presto ma che, in ogni caso, non avrebbero mai potuto risolvere il problema nell’immediato, o per il giorno dopo.

Stancu m’addummiscii.

Fu un sonno pieno di pensieri.

Ero cosciente di essere debole ed ero preoccupato per i miei compagni di chiumma, ca si u ionnu appressu non mi vedevano arrivare, avrebbero dovuto cercare un altro portatore e di cussa spatti.

Glielo dovevo dire, avevo ancora quella notte di tempo, ma poi avrei dovuto avvisarli.

La mia famiglia fu sempre accanto a me. In quella situazione, non mi lasciarono mai solo: sentivo il loro incessante amore circondarmi e scaldarmi il cuore.

I me figghi mi taliavunu di quannu avìanu nasciutu e per loro ero il gigante ca s’impuneva a cannalora.

A casa giocavano a fare i portatori e fantasticavano su quale candelora avrebbero servito da grandi.

Me mugghieri mi taliava con occhi innamorati come il primo giorno, e si faceva troppu sfozzu, addivintava seria e subbutu mi dava conforto, na parola duci, na carizza.

Quando durante i giorni di festa m’arricampava, trovavo pronto un vero e proprio banchetto di pisci, comu mi piaceva ammìa, nemmeno fossi stato un re, comprese saddi a beccaficu e pisci spada arrustutu.

La divisa era sempre pulita, stirata e profumata, il cambio non mancava mai, così come i massaggi alla schiena, alle spalle ed al collo, pieni di contratture e affaticati all’inverosimile.

Sapevo di essere un uomo fortunato perché la vita mi aveva fatto il regalo più bello, essere un portatore, e poi me ne aveva fatto un altro, avere una famiglia fiera di avere un portatore in casa.

Il servizio alla Santa è stato il mio, ma è stato senza alcun dubbio, anche il loro, perché nella vita niente si fa da soli e senza il sostegno della mia famiglia, non avrei mai potuto essere un portatore.

E questo sono prima di ogni cosa nella vita, un portatore: senza candelora, senza indossare la cinghia che mi lega al cereo, nuddu sugnu e nuddu mi sentu.

Si comu ammìa ricevi la chiamata e l’accetti, rimani portatore tutta la vita e si ti succeri ca na po puttari, per qualunque motivo, ti senti comu si t’avissuru ammazzatu.

Per questa ragione, in quel sonno disturbato che mi avvolgeva, avvertii una disperazione profonda: ca si nun puteva puttari a cannalora, puteva macari moriri, chi campava affari.

Vuleva sulu susririmi, e caminari fora, vuleva sulu iri na me chiumma, na cannalora, ma sapevo che non era possibile.

Intrappolato in uno sconforto senza rimedio, pinsai ca piddaveru Aituzza mi aveva abbandonato e che sarei morto di lì a poco.

All’improvviso, mentre ero preso da questi pensieri, vidi avanzare verso di me la Bersagliera ca si muveva e abballava sula, risoluta e determinata come solo lei sa essere.

C’era tanta musica, il cielo era sereno e la luce del sole era abbagliante.

Ad accompagnare la Bersagliera, con il suo incedere regale, con il manto ingioiellato e la corona in testa, c’era S. Agata. Affiatate si muovevano allo stesso ritmo, come se insieme avessero dovuto svolgere una missione speciale.

Aituzza mi raggiunse, si fermò e guardandomi con quel sorriso che nasconde tutti i misteri di questo mondo, mi disse: “Pippo susiti ca non siamo a questo! Susiti ca annacari a cannalora!

Vidi allora arrivare tutti i carusi della chiumma che a uno a uno mi si avvicinarono per convincermi che come aveva appena detto S. Agata, non stavo morendo, non ero ancora a questo.

Franco, il capo chiumma, arrivò e mi disse: “avanti Pippo tagghila e susiti ca non siamo a questo”

Poi le stanghe davanti, Santo e l’altro Pippo: “avaia ti mintisti a schizzari n’autra vuta, susiti che non siamo a questo”.

La Curìa di sinistra Nino: “Pippo non siamo a questo, mentiti sta curìa ca sulu cu chidda di destra a cannalora non camina”.

Cosimo e Orazio, stanghe di dietro: “chi è sta babbiannu? vedi che non siamo a questo Pippo”

L’altro Orazio, curìa di dietro: “Avanti va a Bersagliera sta aspittannu attia, Pippo non siamo a questo”

Poi la Candelora si fermò e tutta la chiumma raggiunse la propria posizione. Quando furono tutti pronti, mi ripeterono in coro, con piglio faceto e scherzoso: “Pippo non siamo a questo, vieni a metterti la cinghia e facemu caminari a Bersagliera”.

M’arrusbigghiai di bottu e accuminciai a ririri cuntentu, co cori c’abbatteva vivu!

Gina mi abbracciò e mi disse divertita: “avi menz’ura c’arriri cu l’occhi chiusi e chiami a S. Aita e a tutta a chiumma. Ca c’è a divisa, ti po susiri ca annacari a cannalora

E così fu. Non ebbi alcun bisogno di medicinali, in meno di una nottata ero guarito e non avevo più nemmeno le placche alla gola.

Uscii presto e andai subito da S. Agata nella maestosa cattedrale di Catania, che era aperta.

La Chiesa era ancora deserta. Poche persone erano sedute nei primi banchi in quieta contemplazione, altre ancora si erano sistemate sui gradini che precedono la cancellata dell’Altare dedicato alla Patrona di Catania, dove si trova “a Cammaredda” in cui è custodita S. Agata.

Rivolto verso il Sacello, mi inginocchiai e recitai un Padre Nostro ed un Ave Maria.

Pregai per le persone a me più care, per la mia famiglia e per la chiumma a cui appartenevo. Pregai per tutti i portatori, affinchè la festa riuscisse bene, senza intoppi. Infine, ringrazia Aituzza per l’aiuto e le promisi che in cambio, avrei portato la candelora fino a quando le mie forze non fossero venute meno.

Mi alzai in piedi e con l’animo commosso, ma gioioso, mi accommiatai dalla Santa.

Quando raggiunsi la chiumma, Franco mi venne incontro e disse: au ti stava chiamannu, no sacciu ho avuto uno strano presentimento e poi aieri mi parevi pallido. Comu si? Ti senti bonu?

Ponendo una mano sulla sua spalla gli risposi: “Staiu troppu bonu, amuninni ca ni stanu aspittannu o portu pi fari festa.”

Servii ancora a lungo nella candelora dei pescivendoli e poi in altre candelore fino a quando il mio corpo me lo permise, pochi anni prima di morire.

Sono rimasto quasi tutta la vita accanto alle candelore ed alla luce che esse rappresentano, una luce che è arrivata ai miei figli e ai miei nipoti, portatori proprio come me.

Una luce che illumina le loro vite e accompagna i loro cari, in una tradizione che abbraccia la nostra famiglia da tre generazioni.

Senza paura hanno risposto alla chiamata, alla fatica, e alla responsabilità che questo ruolo comporta.

Da quassù li seguo, li saluto e li benedico, e sento che è come se fossimo un unico portatore, immortale, che in candelore a volte diverse a volte uguali, con scarpe differenti, ma sempre sulla stessa strada, apre la festa al popolo in cammino dietro al Fercolo, nel privilegio senza paragoni, di illuminare il percorso.

Nella certezza che i miei figli e i miei nipoti restino sempre sulla via, e nella speranza che la tradizione del portatore prosegua, nella mia famiglia per altre generazioni, lascio questo “cunto” con fede e devozione, a coloro che lo leggeranno e che sempre vorranno gridare a Catania e nel mondo, “tutti devoti tutti”.

Chiara Agata Scardaci

I fatti narrati sono ispirati al portatore Giuseppe Mirabella detto “Pippo non siamo a questo”. Ringrazio la famiglia Mirabella per avermi consentito di onorare la memoria di Pippo con questo racconto a lui dedicato.

Tutti i racconti di Chiara Agata Marcella Scardaci, in arte Chiara Agata Scardaci, concessi in licenza gratuita per la pubblicazione e la conseguente divulgazione al giornale on line www.siciliareport.it, sono protette dal diritto d´autore nonché dal diritto di proprietà intellettuale. E’ quindi assolutamente vietato pubblicare, copiare, appropriarsi, ridistribuire, riprodurre qualsiasi frase, contenuto o immagine concernente i racconti, perché frutto del lavoro e dell´intelletto dell´autore stesso Chiara Agata Marcella Scardaci. É vietata la copia e la riproduzione dei contenuti e immagini in qualsiasi forma non autorizzata espressamente dall´autore Chiara Agata Scardaci.

 Glossario delle parole relative alle candelore ed ai portatori tratto dal libro “Candelore e Portatori” di Alessandro Miccione edito da Youcanprint.

Annacata: andatura dondolante, oscillante, caratteristica della candelora; il termine viene usato anche per descrivere il ballare del cereo al suono della banda. Quando un commerciante o un privato, richiede la presenza della candelora presso la propria attività commerciale o la propria abitazione, la chiumma esegue l’annacata a suon di musica.

Chiumma, ciumma, ciurma: derivato dal linguaggio marinaresco; indica l’insieme dei portatori di una  candelora, come una squadra o un team. I componenti della chiumma si dividono nei ruoli di stanga e curìa. Le curìe sono posizionate davanti, dietro, a destra e a sinistra del cereo. La curìa davanti è il “conducente” della candelora a cui tutti i portatori fanno riferimento; decide il percorso, le soste, e i movimenti dell’annacata e generalmente sceglie i portatori che diventano la “sua” chiumma, anche in caso di cambi di “casacca” in un altro cereo. Le due curìe di lato (destra e sinistra) hanno il compito di mantenere l’equilibrio laterale della candelora. La curìa di dietro segue la direzione imposta dalla curìa davanti correggendo gli eventuali squilibri del cereo. Le stanghe portano un peso maggiore delle curìe, anche più di 100 chili. Doti indispensabili delle stanghe (davanti, dietro, sinistre e destre) sono ovvia- mente la forza e la resistenza alla fatica sotto carico. Le stanghe portano il peso distribuito su ambedue le spalle per mezzo di aste di legno chiamate stanghe, mentre le curìe utilizzano solo una spalla mediante un cinturone regolabile in cuoio detto ugualmente curìa o currìa.

Peccuru o peccu: soprannome, nomignolo, dato per i più svariati motivi, professionali, fisici, compor- tamentali, geografici, occasionali, intellettuali o altro. Il peccuru si può trasmettere anche per via ereditaria e serve a identificare con esattezza l’identità senza rischi di omonimia. Spesso il peccu sostituisce il vero nome nei rapporti sociali.

Curìa, currìa: portatore o anche robusto cinturone in cuoio (regolabile in base all’altezza delle curìe portatori) da collegare con un gancio alla base del cereo.

Sagghiata: tratto di strada corrispondente a 30/35 metri che la candelora compie fra una sosta e l’altra.

Dichetta, tichetta o etichetta: confronto, sfida, fra chiumme consistente nel far ballare le candelore al ritmo della banda. Non sempre la dichetta ha un vincitore, spesso si conclude in parità con il bacio fra le due curìe davanti che sancisce la pace fra i cerei.

Traduzione in italiano delle Parole e delle Espressioni utilizzate

A sira: la sera

Vineva i chianciri: veniva da piangere

Aveva a frevi: avevo la febbre

Accussì: così

Acchianannu i scinnennu macari i scali: salendo e scendendo pure le scale

Subbutu appressu: subito di seguito

Picchì ammìa: perché a me

Piaciuti i sciarriati: piaciute le litigate

Amu a curriri tutti e subbutu: dobbiamo correre tutti e subito

Ca si unu sa sdirrubba, si sdirrubbunu tutt’assemi ca cannalora n’coddu: che se uno cade a terra, cadono tutti insieme con la candelora addosso

Allura: allora

Ca sa risolviri subbutu subbutu s’annunca si gonfia si isa: che si deve risolvere subito subito altrimenti si gonfia si alza

Comu a muntagna: come la montagna

Arresta tuttu abbruciatu: resta tutto bruciato

Nun c’è chiù nenti chiffari: non c’è più niente da fare

Carusi: ragazzi

Chiddu ca si st’affinnennu e ci ricu “avanti ‘mpare”: quello che si sta offendendo e gli dico avanti compare

U sacciu cetti voti sugnu annicchedda lisciu: lo so certe volte sono un poco spiritoso

No schezzi babbi: non scherzi sciocchi

M’abbiai n’coddu u sangu di l’agneddi: mi gettai addosso il sangue degli agnelli

Era na fassa: era una farsa

Vasciu: basso

M’abbiai n’terra ca cannalora femma e accuminciai a fari tiatru: biii chi duluri, a testa, a testa: mi gettai a terra a candelora ferma e cominciai a fare teatro: biii che dolore, la testa, la testa.

Taliava: guardava

Tagghiavunu i cianchi de risati: modo di dire tagliarsi i fianchi dalle risate, ridere a crepapelle

D’ammucciarisi: di nascondersi

Sintennu ca a frevi ava acchianatu e mancu picca: sentendo che la febbre era salita, e nemmeno poco

Nun ci puteva pinsari ca da carusa nica: non ci potevo pensare che quella ragazza piccola

Passari sta frevi: passare questa febbre

Mi scantai macari: mi spaventai perfino

Pinsai si pi casu: pensai se per caso

Addumannai: domandai

Tu po scuddari: te lo puoi scordare

Stancu m’addummiscii: stanco mi addormentai

Ca si u ionnu appressu: che se il giorno seguente

Di cussa spatti: di corsa per giunta

I me figghi mi taliavunu di quannu avìanu nasciutu: i miei figli mi guardavano da quando erano nati

Ca s’impuneva a cannalora: che si caricava la candelora

Me mugghieri mi taliava: mia moglie mi guardava

Troppu sfozzu: troppo sforzo

Addivintava: diventavo

Na parola duci: una parola dolce

Na carizza: una carezza

M’arricampava: ritornavo a casa

Pisci: pesce

Comu: come

Saddi a beccaficu e pisci spada arrustutu: sarde a beccafico e pesce spada arrostito

Nuddu sugnu e nuddu mi sentu: Non sono nessuno e nessuno mi sento

Si comu ammìa: se come me

Si ti succeri ca na po puttari: se ti succede che non la puoi portare

Comu si t’avissuru ammazzatu: come se ti avessero ammazzato

Ca si nun puteva puttari a cannalora, puteva macari moriri, chi campava affari: che se non potevo portare la candelora, potevo anche morire, non c’era motivo di vivere

Vuleva sulu susirimi e caminari fora vuleva sulu iri na me chiumma, na cannalora: volevo solo alzarmi e camminare fuori, volevo solo andare dalla mia chiumma, dalla candelora

Pinsai ca piddaveru: pensai che veramente

Ca si muveva e abballava sula: che si muoveva e ballava da sola

Pippo susisti ca non siamo a questo: Pippo alzati che non siamo a questo

Pippo susiti ca annacari a cannalora: Pippo alzati che devi muovere la candelora

Tagghila e susiti: smettila e alzati

Avaia ti mintisti a schizzari n’autra vota: andiamo ti sei messo a scherzare un’altra volta

Ca sulu cu chidda: che solo con quella

Non camina: non cammina

Sta babbiannu: stai scherzando

Sta aspittannu attìa: sta aspettando a te

Facemu caminari: facciamo camminare

M’arrisbigghiai di bottu e accuminciai a ririri cuntentu, cu cori c’abbatteva vivu: mi svegliai di colpo e cominciai a ridere contento, con il cuore che batteva vivo.

Avi menz’ura c’arriri cu l’occhi chiusi e chiami a S. Aita e a tutta a chiumma: è mezz’ora che ridi con gli occhi chiusi e chiami a S. Agata e a tutta la chiumma

Ca c’è a divisa, ti po susiri ca annacari a cannalora: qua c’è la divisa, ti puoi alzare che devi muovere la candelora

A Cammaredda: la Cappella dove è custodita S. Agata

Ti stava chiamannu: ti stavo chiamando

No sacciu: non lo so

Aieri mi parevi pallido: ieri mi parevi pallido

Comu si? Ti senti bonu?: come stai? Ti senti bene?

Staiu troppu bonu, amuninni ca ni stanu aspittannu o portu pi fari festa: sto benissimo, andiamo che ci stanno aspettando al porto per fare festa

Cunto: Racconto

 

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