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La Chiamata, il racconto

Da un racconto di Chiara Agata Scardaci

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La Chiamata

Amuninni

Ma unni?

Avanti acchiana, amuninni

Ca lassimi dommiri

Ti rissi acchiana fozza

(Biii), au ma si na svintura, avi tri notti ca t’insonnu, lassimi dommiri.

U Liotru mi taliau lariu, emise un barrito e se ne andò, interrompendo il mio riposo ancora una volta.

Non avevo dato molto peso a questi sogni, fino a che la quarta notte non accadde qualcosa di inaspettato.

Mentre dormivo sentii una dolce voce, giovane, che mi chiamava: Saro, Saro ascutimi

Cu è? Cu si?

Comu, no sai cu sugnu?

Non appena girato lo sguardo, riconobbi subito Aitina: era seduta ai piedi del letto e sembrava una regina con la sua corona e i suoi gioielli.

“Carusa Santa come posso servirti”

“Torna a casa Saro”

Un attimo dopo non c’era più. Al suo posto apparì di nuovo l’elefante: “Chi fai acchiani ora?”

M’arrusbigghiai annicchedda cunfusu.

Mi sedetti sul letto e allungai la mano per prendere il bicchiere d’acqua che ponevo sempre sul comodino, la sera, prima di addormentarmi. Lo bevvi tutto d’un fiato.

Era una chiamata e io lo sapevo.

E che facevo ora? Non rispondevo?

Respirai profondamente e nella mia solitudine mi lasciai andare alle immagini di un passato lontano.

Abitavamo nel quartiere di San Cristoforo, vicino a Via Mulino a Vento, e avevo ormai più di vent’anni.

Mio padre e mia madre, che avevano avuto solo me, sarebbero stati felici se io avessi scelto di continuare gli studi, ma non ne volevo sapere. Ero molto bravo nell’arte del commercio ed avevo buone doti tecniche. Riparavo e rivendevo qualsiasi cosa: oggetti elettronici o anche di semplice uso quotidiano.

Era la fine degli anni ‘70 e mio padre aveva paura che questa mia capacità potesse avvicinarmi ad altri mercati, ben più remunerativi ma illeciti, pericolosi e spaventosi.

L’unica via d’uscita sembrò essere la fuga.

Cu nesci arrinesci si diceva e si dici, i accussì niscemu.

Mio padre, che era un insegnate, chiese il trasferimento e in poco tempo, nel giro di un anno, ci stabilimmo a Santhià, in Piemonte.

Anche li S. Agata era patrona e ogni 5 di febbraio, potevamo festeggiare la nostra carusa.

Eravamo soli, isolati e molto tristi.

Vivevamo parentesi di gioia quando qualcuno ci veniva a trovare, o quando raggiungevamo Catania per le festività natalizie o in estate. Ma c’era sempre un retrogusto amaro in quell’allegria: la separazione dal calore degli affetti e da un’umanità che solo una città come Catania è capace di esprimere, lacerava le nostre anime.

Per questa ragione tornare, per brevi periodi, era anche più doloroso che stare lontano.

Man mano che i nostri parenti e amici morivano, le nostre visite in Sicilia si fecero sempre più rare, finché non cessarono del tutto.

Nel frattempo mi ero sposato, e avevo aperto un negozio di prodotti elettronici che in pochi anni si era ingrandito, sino ad avere altri punti vendita nella provincia.

Avevo avuto due figlie ed ora, ero solo.

Mia moglie era morta e le ragazze, come amavo chiamarle nonostante fossero ormai donne fatte, avevano scelto strade che le avevano portate lontano dall’Italia, e lontanissimo da Catania e da S. Agata.

Ogni tanto le andavo a trovare, ogni tanto venivano loro.

Ero solo, in pensione e non mi mancava nulla.

Potevo dirmi un uomo fortunato: avevo avuto tutto; tutto, tranne l’amore.

Legato a mia moglie da un’affezione profonda, nutrita dalla sua indiscutibile devozione per me e per le sue

figlie, sapevo bene di non averla mai amata.

Non di quell’amore  a cui avevo rinunciato lasciando la mia città.

L’amore di Rosa.

Lei apparteneva a quella rara specie di donne siciliane, catanesi, con i capelli corvini, neri più della notte, e la pelle chiarissima, trasparente, eterea come le nuvole.

Ma ciò che ti stregava senza rimedio alcuno, era la risata sonora, ampia e piena, acuta nelle sue tonalità, un canto di gioia alla vita, che restava presente anche nel sorriso più mesto, dove erano gli occhi a brillare, vivi e di una autenticità luminosa, come il sole sulle onde del mare.

E il mare si manifestava in Rosa, nei movimenti sinuosi che il suo corpo inventava, durante le feste di quartiere, quando ballavamo insieme e Catania splendeva, amata e libera dalle sue catene.

Saro e Rosa, nomi che si componevano delle stesse lettere, che si incastravano tra loro in un anagramma perfetto.

Fu così che la conquistai: mentre le cingevo la vita, passeggiando al chiarore della luna, in via plebiscito nella parte finale che sbuca all’acchi da marina, complice l’odore salmastro del porto e la scia rossa di lava che tagliava in due a muntagna, le dissi: “Saro e Rosa, Rosa e Saro, no viri? semu fatti i stissi”.

La baciai piano e più volte, finchè non arrivò l’ora di rincasare.

Quando partii, pochi mesi più tardi, ci promettemmo mille cose ma non ne mantenemmo nessuna.

Eravamo catanesi e digerimmo anche la sofferenza di quell’amore impossibile, perso in una distanza incolmabile perché quando te ne vai il dolore dell’abbandono è pari da entrambe le parti: chi resta si sente tradito, chi se ne va si sente tradito, in un senso di sfiducia crescente, dove si smarrisce la complicità dell’appartenenza.

Così, in silenzio, ci lasciammo.

Negli anni che seguirono, non dimenticai mai il suo sorriso, e seduto sul letto mi chiesi che fine avesse fatto.

Pochi giorni più tardi, sognai ancora l’elefante che fattosi uomo, aveva conservato la proboscide e stavolta mi diceva con aria rassegnata, “no capisci c’a scinniri a Catania?”

Questa storia dei sogni iniziava a infastidirmi: che ci andavo a fare a Catania? Erano morti tutti ormai e non conoscevo nessuno, e comunque anche fosse stato vivo qualche amico, non si sarebbe ricordato di me.

Ma l’occhi i Sant’Aituzza mi guardavano con amore e compassione e alla fine, con il permesso delle mie figlie, che mi incitavano con entusiasmo a tornare nella città natale, comprai i biglietti aerei di andata e ritorno per trascorrere tre giorni a Catania.

Scinnii di l’aeriu ca erunu i setti i matina e ciò che mi investì, svegliandomi alle origini dimenticate fu il dialetto, l’accento, a parrata: qualcuno accoglieva un parente lontano “Au arrivasti?”; qualcuno un uomo d’affari “prego dutturi s’accamodassi di ca banna, chi fa u voli ‘n cafè? Na granita?”, qualcuno commentava “au semu a maggiu e già c’è cauru? A c’amu a fari

Scesi dal taxi e fu tutto un correre dietro alle meraviglie della cucina catanese.

A Piazza Duomo, assittatu ‘n facci a S. Aita, mi gustai na granita mista mannula e ciucculattu cu du briosches e du cannoli uno iancu e uno viddi.

Mi susii ‘n pocu chinu e rotolante e guardando la fontana dell’Amenano, mi feci coraggio e mi avvicinai al mercato del pesce.

Camminai affianco alla fontana, superai l’acqua a linzolu e mi lasciai pervadere dal suono delle voci dei pescivendoli che, ognuno accanto alla sua vasca, cantavano in litania la loro merce: quantu era bona, quantu era frisca “ca nun sugnu caravigghiaru e picca ti costa”.

Scesi lento le scalette e principiai a passiari nt’o menzu do mircatu.

Mi fimmai a ogni venditore e taliai i frutti di mare, i rizzi, i trigghi, u purpu, u stummu, i sparacanasci e i scannacavaddi,  i scazzupuli e  i masculini da magghia, e poi arreri i mia alivi cunsati e spezie varie: au ca c’era un origano ca t’arricriavi cu du ciauru.

Poi acchianai nella parte dedicata alla frutta, agli ortaggi ed alla pizzicheria.

E chi c’era n’viri sviri di ogni cosa! Basta m’accattai beddu caciu cavaddu, pani ca ciciulena, e na pocu di saddi a beccaficu, preparate tempu unu ie dui sutta l’occhi me, na pocu di albicocche e mi jìi assittari a Vidda Varagghi pi mangiari tranquillu.

Dopo mangiato, minni stava iennu rittu pi potta Uzeda, quannu m’arrivuddai ca su via Dusmet c’è uno spazio dedicato a S. Agata.

Trimai u sulu pinsero di irici dopu tutti l’anni passati.

Co cori chinu m’avvicinai e quannu visti a S. Aita raffigurata nella statua a menzu bustu, mi misi a chianciri comu ‘n picciriddu senza difese, comu si tuttu u duluri di sta vita fineva unni ava accuminciatu, dalla separazione dalla mia città sino a quel ritorno inatteso.

Chiansi accussì tanti lacrimi di sintirimi stancu e caminai alleggiu alleggiu lungo corso Vittorio Emanuele II per poi svoltare su Piazza Martiri, affacciarimi annichedda su Via San Giuliano, e raggiungere a Cianciana il BB dove alloggiavo.

Quannu ava prenutatu, m’ava passu u postu pi mia.

La cianciana, la campana, che squilla e ti sveglia e ti chiama, proprio come aveva fatto S. Aita cu mia ne me sogni.

Pi pranzu mi diressi in Via Plebiscito e mi jìi assittari in uno dei posti dove cucinano la carne di cavallo e la mangiai in tutti i modi ca esistunu, a sasizza, a puppetta, e poi nun m’arrizzittai, e mi fici ‘n paru di cipuddazzi o funnu, chiddi rossi di Giarri.

Madri, eru accussi chinu ca ci vosuru du cafè pi susirimi e passiari.

E passiai assai lungo la città, ma scialai: a via etnea, a villa bellini, (biii) a statua di Garibaldi, Piazza Borgo e poi tutta Via Monserrato pi arrivari sulla spiaggia di San Giovanni Li Cuti, dove restai fino a che u suli non calau.

Poi stancu, pigghiai ‘n tassì e mi feci portare a Piazza Cutelli. Li vicino c’era un panificio aperto, dove preparavano schiacciate crispelle salate, arancini, pizza e biscotti.

Accattai ‘n pocu di  tuttu e mi jìi assittari sutta  a funcia do liotru.

Ascutai i vuci da città, sentii u caluri della pietra lavica sutta e attorno a mia: ero felice e in pace con me stesso.

Tornando, decisi di fare un giro nel quartiere della Civita e vagando qui e la, capitai in Piazza San Francesco di Paola “dove mi sorpresero delle voci” che cantavano, fuoriuscire dalla chiesa omonima.

Entrai e mi sedetti negli ultimi banchi ad ascoltare il coro.

Mentre intonavano Casta Diva dell’amato Bellini, la vidi: Rosa era li in piedi e cantava insieme al suo coro polifonico, il coro di San Giorgio in San Francesco di Paola. Era meravigliosa proprio come quella luna a cui Norma si rivolgeva.

Aspettai che terminassero e quando nell’uscire si avvicinò alla mia panca, le dissi risoluto: Ciao Rosa.

Lei sgranò gli occhi, tremò, e si appoggiò alla panca. Poi, in un contegno arrangiato, si sedette accanto a me e prese le mie mani fra le sue.

Ci guardammo a lungo. Ogni tanto Rosa distoglieva lo sguardo per salutare i suoi amici che andavano via.

Qualcuno le chiese se era tutto a posto, e lei accennò un si con la testa.

Quando ci fu il silenzio necessario, sussurrando timida, mi disse: ogni annu, m’aia misu u saccu e aia priatu a Sant’Aita picchì ti facissi turnari.

La abbracciai e fu un abbraccio infinito che da allora non si è più sciolto.

Tornai a vivere con lei a San Cristoforo, nella vecchia casa appartenuta ai genitori di Rosa.

Siamo vissuti in semplicità, gioiosi di esserci ritrovati.

Siamo morti insieme nello stesso momento, diversi anni più tardi.

Devoti a S’Agata fino alla fine, testimoni che alle sue chiamate si deve rispondere: diversamente non si compirebbe il proprio destino che noi non conosciamo, ma Lei si.

Idda ti canusci e t’attrova perché sa di cosa hai bisogno.

I allura, si ti chiama, ovunque sei, ascutila.

Chiara Agata Scardaci

Questo è un racconto di fantasia. Nomi, personaggi, istituzioni, luoghi ed episodi sono frutto dell’immaginazione dell’autore e non sono da considerarsi reali. Qualsiasi somiglianza con fatti, scenari, organizzazioni o persone, viventi o defunte, veri o immaginari è del tutto casuale.

Tutti i racconti di Chiara Agata Marcella Scardaci, in arte Chiara Agata Scardaci, concessi in licenza gratuita per la pubblicazione e la conseguente divulgazione al giornale on line www.siciliareport.it, sono protette dal diritto d´autore nonché dal diritto di proprietà intellettuale. E’ quindi assolutamente vietato pubblicare, copiare, appropriarsi, ridistribuire, riprodurre qualsiasi frase, contenuto o immagine concernente i racconti, perché frutto del lavoro e dell´intelletto dell´autore stesso Chiara Agata Marcella Scardaci. É vietata la copia e la riproduzione dei contenuti e immagini in qualsiasi forma non autorizzata espressamente dall´autore Chiara Agata Scardaci.

 

Traduzione in italiano delle Parole e delle Espressioni utilizzate

Amuninni: andiamo

Ma unni?: ma dove?

Avanti acchiana, amuninni: avanti sali, andiamo

Ca lassimi dommiri: lasciami dormire

Ti rissi acchiana fozza: ti ho detto sali forza

Au ma si na svintura, avi tri notti ca t’insonnu, lassimi dommiri: oh ma sei una sventura, sono tre notti che ti sogno, lasciami dormire.

U Liotru mi taliau lariu: l’elefante mi guardò brutto

Ascutimi: ascoltami

Cu è? Cu si?: chi è?, chi sei?

Comu, no sai cu sugnu?: Come non lo sai chi sono?

Acchiani: Sali

M’arrusbigghiai annicchedda cunfusu: mi sveglia un pochino confuso

Cu nesci arrinesci si diceva e si dici, i accussì niscemu: chi esce riesce, si diceva e si dice, così siamo usciti

Carusa: ragazza

Acchi da marina: archi della marina

A muntagna: la montagna

No viri? Semu fatti i stissi: non lo vedi siamo fatti allo stesso modo

No capisci ca a scinniri a Catania?: non lo capisci che devi scendere a Catania?

L’occhi i Sant’Aituzza: gli occhi di S’Agata

Scinnii di l’aeriu ca erunu i setti i matina: scesi dall’aereo che erano le sette del mattino

a parrata: la parlata

“Au arrivasti?”: oh sei arrivato?

“prego dutturi s’accamodassi di ca banna, chi fa u voli ‘n cafè? Na granita?”: prego Dottore, venga da questa parte, lo gradisce un caffè, una granita?

 “au semu a maggiu e già c’è cauru? A c’amu a fari”: oh siamo a Maggio e già c’è caldo? E che dobbiamo fare?

assittatu ‘n facci a S. Aita mi gustai na granita mista mannula e ciucculattu cu du briosches e du cannoli uno iancu e uno viddi: mi sedetti di fronte a S. Agata e gustai una granita di mandorla e cioccolato, con due briosche e due cannoli, uno bianco e uno verde.

Mi susii ‘n pocu chinu: mi alzai un poco pieno

a linzolu: a lenzuolo

quantu era bona, quantu era frisca “ca nun sugnu caravigghiaru e picca ti costa”: quanto era buona, quanto era fresca, che non sono costoso e poco ti costa.

(Per la parola caravigghiaru vedere: http://www.siculopedia.it/definizioni/item/156-u-caravigghiaru.html)

principiai a passiari nt’o menzu do mircatu: iniziai a camminare nel mezzo del mercato

Mi fimmai: mi fermai

Taliai: guardai

i rizzi: i ricci

i trigghi: le triglie

u purpu: il polpo

u stummu: lo sgombro

i sparacanasci: triglie piccole

i scannacavaddi:  pagelli rosati

i scazzupuli: pagelli

 i masculini da magghia: alici pescate con specifiche reti

arreri i mia alivi cunsati: dietro di me le olive condite

au ca c’era un origano ca t’arricriavi cu du ciauru: oh che c’era un origano che ti sollazzavi con quel profumo

acchianai: salii

n’viri sviri: un ben di Dio

m’accattai beddu caciu cavaddu, pani ca ciciulena, e na pocu di saddi a beccaficu, preparate tempu unu ie dui sutta l’occhi me: comprai un bel cacio cavallo, pane con il sesamo, un po di sarde a beccafico, preparate sotto i miei occhi, li per li

na pocu: un poco

e mi jìi assittari a Vidda Varagghi pi mangiari tranquillu: e andai a sedermi a Villa Sbadigli (Ovvero Villa Pacini) per mangiare tranquillo

minni stava iennu rittu pi potta Uzeda quannu m’arrivuddai ca su via Dusmet: me ne stavo andando dritto per Porta Uzeda quando mi ricordai che su Via Dusmet

 Trimai u sulu pinsero di irici dopu tutti l’anni passati: tremai al solo pensiero di andarci dopo tutti gli anni passati

Co cori chinu m’avvicinai e quannu visti a S. Aita: con il cuore colmo mi avvicinai e quando vidi a S. Agata

a menzu bustu: a mezzo busto

mi misi a chianciri comu ‘n picciriddu: mi misi a piangere come un bambino

comu si tuttu u duluri di sta vita fineva unni ava accuminciatu: come se tutto il dolore di questa vita finiva dove era cominciato

Chiansi accussì tanti lacrimi di sintirimi stancu e caminai alleggiu alleggiu: piansi così tanto da sentirmi stanco e camminai piano piano

affacciarimi annichedda: affacciarmi un poco

Quannu ava prenutatu m’ava passu u postu pi mia: quando avevo prenotato mi era parso il posto per me

La cianciana: la campana

cu mia ne me sogni: con me nei miei sogni

Pi pranzu: per pranzo

mi jìi assittari: andai a sedermi

ca esistunu, a sasizza, a puppetta e poi nun m’arrizzittai e mi fici ‘n paru di cipuddazzi o funnu chiddi rossi di Giarri: che esistono, a salsiccia, a polpetta, e poi siccome non mi accontentavo, mi feci un paio di cipolle al forno, quelle grandi di Giarre

Madri, eru accussi chinu ca ci vosuru du cafe pi susirimi e passiari: Mamma mia ero così pieno che ci vollero due caffè per alzarmi e passeggiare

E passiai assai: e passeggiai tantissimo

ma scialai: me la sono goduta

pi arrivari: per arrivare

u suli non calau: il sole non tramontò

Poi stancu, pigghiai ‘n tassi: poi stanco, presi un taxi

Accattai ‘n pocu di  tuttu e mi jìi assittari sutta  a funcia do liotru: comprai un poco di tutti e andai a sedermi sotto la proboscide dell’elefante

Ascutai i vuci: ascoltai le voci

sentii u caluri: sentii il calore

sutta e attorno a mia: sotto e attorno a me

ogni annu, m’aia misu u saccu e aia priatu a Sant’Aita picchì ti facissi turnari: ogni anno ho indossato il sacco e ho pregato S’Agata perché ti facesse tornare

Idda ti canusci e t’attrova: Lei ti trova

I allura: e allora

Ascutila: ascoltala

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