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Il racconto – U Miraculu da sciara

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Assicutata, curreva, nciampava, sciddicava e mi sruppiava.

Senza ciatu nt’o menzu da sciara, scicata, chiancennu, m’acciuncava i iammi e mi lazzariava i peri supra i petri duri e niuri.

Tuttu era niuru e nun c’era mancu a luna nt’o cielu.

Petri ranni, petri nichi, squatrati, cu i punti, arricciati e chiù tunni e mancu n’arvulu unni acchianari, un cespuglio dove nascondermi, na casuzza unni addumannari aiutu.

Un rantolo, ecco a cosa si era ridotto il mio respiro, un rantolo corto e agognante.

No sacciu comu mi sinteva.

Scantata, dispirata, ma nt’a testa sulu na cosa cuntava: non farmi raggiungere, non farmi acchiappare, madri mia, non farmi mettere le mani addosso, non farmi toccare, non farmi violare: Viola mi chiamavo e per il mio nome nulla doveva violarmi.

Mi erano bastate quelle mani indesiderate sulle cosce dentro l’auto che correva verso a muntagna, nella luce di un tramonto ormai finito, spento e stridente nella sua innata bellezza, con quella sera urlante di violenza.

Poco prima, in quel caldo pomeriggio di marzo, con la primavera alle porte e la presenza di volti amici, non avevo avuto alcun motivo per sentirmi minacciata o in pericolo.

Ero seduta a mangiare un gelato, nella luce ancora viva seppur morente di un giorno incantevole, trascorso a passeggiare su per la montagna, fino alla Valle del Bove, per poi scendere con tutta calma e riposarsi un poco prima di rientrare in città.

Insieme agli altri commentavo le caratteristiche della fauna di quel periodo sull’Etna. Si parlava dell’astralago o “cuscinu da soggira” con i suoi rametti pungenti, di come sarebbero esplosi in primavera i colori dei fiori del tanaceto e della saponaria, e di come nel tempo la Valle del Bove fosse mutata.

Eravamo un gruppo numeroso di ragazzi e ragazze intorno ai vent’anni. Da qualche anno, ci incontravamo almeno una volta al mese per un’escursione sulla montagna, che rappresentava una passione comune. Partivamo da Nicolosi e tornavamo sempre li, alla fine di ogni gita, per gustare un dolce sotto ai pini secolari del Paese etneo.

Paese a me caro.

Scenario della mia crescita estiva, con le prime comitive, i primi amori e la mia radicata passione per il vulcano. Ero venuta su tra la Chiesa della piazza grande, la villa comunale e il ritrovo dei pini, giocando ogni tanto a tennis con mio padre, e scappando al mare di mattina presto per tornare a pranzo e gustare a pasta che mulinciani, ca me nonna priparava pi tutta a famigghia.

A volte, ora che non c’è più, ne sento ancora il profumo, ammiscatu, senza soluzione di continuità, con la

dedizione che mia nonna aveva per suo marito per mia madre e per i suoi nipoti.

A canusciva bona a Muntagna.

Nica nica andavo a raccogliere i pinoli con mio nonno e poi chiu ranni, mi nni ieva pi funci cu me cucinu ca canusceva i megghiu funciari do Paisi.

Intorno ai 15 anni, a scuola mi fu assegnata una tesina sul vulcano e sulle sue caratteristiche geologiche. Capii allora che l’Etna era complessa: era vulcano, era muntagna, era un paniere chinu di doni comu i pinoli e i funci e macari u vinu che si produceva alle sue pendici. Capii che era anche scienza e allo stesso tempo mito e leggenda.

In quel pomeriggio, al gruppo dei soliti amici che conoscevo da tempo, si unirono altri tre ragazzi.

Non rammento comu fu ca s’assittanu cu nuatri.

Forse canuscevunu occarunu, no sacciu.

Mi passunu carusi a postu, cettu, parunu sempri accussi: a postu.

Interagivano con semplicità e scioltezza con tutto il gruppo e mi parse che fossero di buona famiglia, figli di gente sistemata, con una vita lineare, scontata quasi, senza sorprese.

Piano piano ognuno della comitiva che conoscevo da anni salutò e si avviò per la strada di casa. Purtroppo per il ritorno non c’era posto in macchina e così mi alzai per andare a prendere l’autobus che mi avrebbe portato a Catania.

Abitavo dalle parti di Viale Mario Rapisarda, dove la città smetteva di suonare la sua ballata antica per cantare una serenata più moderna.

I tre ragazzi mi offrirono un passaggio e io non ci pensai troppo su.

Non avevo alcun motivo per non fidarmi.

Tutto il mio gruppo, del resto, sembrava essersi fidato, sembrava averli accettati.

Lungo la strada per arrivare alla macchina cominciai ad avvertire qualche dubbio.

I tre ragazzi assunsero una formazione anomala: camminavano due ai miei fianchi uno a destra e uno a sinistra, mentre il terzo subito dietro di me con la sigaretta accesa che penzolava dalle labbra.

Mi voltai a guardarlo e notai uno strano luccichio negli occhi che mi fece rabbrividire.

Mi rivolsi al ragazzo che camminava sulla mia destra e gli dissi: “forse è meglio se prendo l’autobus, non voglio darvi disturbo”.

Il ragazzo sorrise a denti stretti e afferrandomi per un braccio disse: “chi è ti sta scantannu? Ci pinsamu nuatri a tia”

Tutti e tre scoppiarono in una risata acuta e malevola e mi spinsero a forza dentro quell’auto vecchia e maleodorante nella quale, a quel punto, non avrei più voluto salire.

Uno guidava e gli altri due si sedettero accanto a me sul sedile posteriore.

Attaccarunu a tuccarimi, a palpeggiarmi e mi ficcarono un fazzoletto in bocca perché non potessi fiatare.

Avìa scuratu e nuddu ni puteva viriri guardando la macchina dall’esterno.

Avevano preso la direzione del rifugio sapienza.

Da Nicolosi, per salire sul vulcano, si passa davanti all’altarino dedicato a S. Agata e quando, procedendo in macchina con i miei rapitori, riconobbi la piccola costruzione, dentro di me invocai Aitina affinchè mi aiutasse; dentro di me sapevo di non avere alcuna speranza se non Aitina e la sua forza, la mia fede in lei e null’altro.

E mentre continuavano a violarmi, seppur non ancora nelle mie profondità, la macchina subì un arresto improvviso.

Non so cosa avessero in mente quei tre fitusi ma avevo capito che volevano portarmi in una casa isolata e che nonostante il prurito alle parti basse, avevano paura di continuare li in mezzo alla strada, perché avrebbero potuto essere sorpresi da qualche passante.

In un momento di distrazione, mentre due di loro davano un’occhiata al motore, riuscii ad assestare un pugno all’organo riproduttivo del terzo malfattore a cui era stato affidato il compito di tenermi d’occhio, e in un attimo mi ritrovai a correre nt’o menzu da sciara.

E ca semu, curreva e mi sruppiava.

Erano dietro di me, non erano distanti, mi avrebbero preso di sicuro e forse sarei morta.

Ero troppo pericolosa, potevo parlare, potevo denunciarli, del resto la forza di fuggire l’avevo trovata.

Accussì assicutata nt’o scuru avevo poche possibilità di sopravvivenza, anzi forse nessuna.

Eppure nel mio cuore sentivo che c’era ancora una speranza e non la persi nemmeno quando caddi rovinosamente a terra rompendomi la gamba destra.

A quel punto, la paura mi abbandonò e sentii che S. Agata era li accanto e che non avrebbe permesso che la mia prima volta avvenisse in quel modo sporco e irrispettoso; non avrebbe consentito che un tale misfatto avvenisse proprio li na so terra, nt’a so muntagna.

I fitusi erano orami quasi intorno a me.

La paura se n’era andata e al suo posto una raggia m’acchianò a inchiri u cori e l’anima.

L’innocenza racchiusa nel nome del fiore che recavo, la viola, custodita nel semplice amore familiare che mi aveva cresciuta, urlava implacabile e furiosa.

U sangu curreva viluci e bolliva rosso come la lava del vulcano, come la lava di quella montagna ca era fimmina comu ammia, i comu Aitina.

Mai prima avevo provato un simile sentimento. Avevo sempre avuto un carattere mite e accondiscendente: nulla che non fosse per il mio bene mi era mai stato negato, perché avrei dovuto essere diversa, quindi.

Affondai le dita nella terra lavica che piena di silicio, strideva nei miei pugni, ora chiusi in una morsa così stretta da farmi sanguinare.

E in quelle poche gocce di sangue che uscivano, in quel dolore minimo che mi stavo arrecando, rombando come solo un vulcano in eruzione può fare, gridai con la testa rivolta al cielo: tutti devoti tutti!

Il calore da muntagna salì ad avvolgermi in un abbraccio amorevole e materno.

A quell’invocazione la terra bagnata dal mio sangue, si fece rossa di fuoco, trasformandosi in un fiume di lava che all’improvviso cominciò a scorrere, circondandomi e mettendomi al sicuro da qualunque tocco impuro.

Si dice che i ciechi percepiscano la luce quando sentono calore, come un raggio di sole che si poggia sulle loro mani, o il tocco di qualcuno che li ama e che accarezza loro la pelle.

Nella lava del vulcano, in quel fuoco rosso era custodita la luce della fede, la luce della Santa che invocata mi stava aiutando.

Nel buio cieco della notte, in quella sciara desolata, la luce aveva trovato il modo di manifestarsi: l’Etna si era fatta strumento di fede e di salvezza.

I tre ragazzi terrorizzati dall’improvvisa colata, fuggirono via.

Feci in tempo a vedere che si allontanavano urlando e poi svenni dalla stanchezza e dal dolore pa iamma rutta.

M’attruvarunu sulu alle prime luci dell’alba.

Un gruppo di esploratori che aveva sbagliato strada mi distinse da lontano e chiamò i soccorsi.

Il terreno era rimasto caldo, proteggendomi dal freddo della notte e i pochi arbusti che avevano trovato vita in mezzo alla sciara risultarono bruciati.

I tre ragazzi nella foga, avevano perso la strada e si erano separati e dispersi per la montagna.

Vennero trovati a distanza di pochi giorni, con i vestiti strappati, infreddoliti e folli per la fame e la sete ma ancora vivi.

Durante le deposizioni confessarono le loro intenzioni malevole e l’intero accaduto, affermando allo stesso tempo che mai più avrebbero provato a usare violenza contro una donna, mai più.

Nello scorrere del tempo, i fatti divennero leggenda.

Una scritta sembra fosse sorta spontaneamente sulla gamba destra dei delinquenti.

Poco dopo il manifestarsi del fiume di lava che mi aveva circondato, mentre fuggivano via terrorizzati, pare avessero sentito la pelle bruciare, scottare, come se qualcuno li stesse marchiando a fuoco.

Avevano avvertito la carne infiammarsi e ardere in profondità, mentre le lettere si incidevano una dopo l’altra incandescenti, per poi a scritta finita, spegnersi e cicatrizzarsi in quell’ammonimento antico, che già aveva fatto desistere Federico II dalle nefaste azioni architettate contro la gente e la città di Catania: N.O.P.A.Q.V.I.E. ovvero Noli Offendere Patriam Agathae Quia Ultrix Iniuriam Est (non offendere il Paese di Agata, perché è vendicatrice di ogni ingiustizia).

Alla fine della scritta una piccola viola spuntò, anch’essa marchiata a fuoco, sulla loro carne.

Guarii e non li vidi mai più.

Ancora oggi continuo ad arrampicarmi sull’Etna con i miei amici, non accetto più passaggi e ogni 4 e 5 di febbraio con il sacco addosso ringrazio S.Agata e la prego perchè mi protegga sempre.

I fatti accaduti continuano ad essere narrati, intonati in canti popolari, vanniati de baccuni, rappresentati in teatri improvvisati, sempri nt’o menzu da sciara.

Simboleggiano un monito per gli uomini che hanno cattive intenzioni: ca ci pinsassuru bonu perché le donne non si toccano altrimenti si rimane marchiati a vita, proprio come ci succeri ai porci.

Le donne devote mancu si sconcicanu e pure quelle che non sono devote, perché tutte siamo donne di Agata: Idda a tutte protegge e a nessuna si scodda.

Chiara Agata Scardaci

 

Traduzione in italiano delle Parole e delle Espressioni utilizzate

Sciara: accumulo vulcanico che si forma sulla superficie o ai lati delle colate laviche.

Assicutata, curreva, nciampava, sciddicava e mi sruppiava

Inseguita, correvo, inciampavo scivolavo e mi facevo male

Senza ciatu nt’o menzu da sciara, scicata, chiancennu, m’acciuncava i iammi e mi lazzariava i peri supra i petri duri e niuri.

Senza fiato nel mezzo della sciara, stracciata, piangendo, mi facevo male alle gambe e mi graffiavo i piedi sopra le pietre dure e nere

Tuttu era niuru e nun c’era mancu a luna nt’o cielu.

Tutto era nero e non c’era nemmeno la luna nel cielo

Petri ranni, petri nichi, squatrati, cu i punti, arricciati e chiù tunni e mancu n’arvulu unni acchianari,

Pietre grandi, pietre piccole, con le punte, squadrate e più tonde, e nemmeno un albero dove salire

Na casuzza unni addumannari aiutu.

Una casetta dove chiedere aiuto

No sacciu comu mi sinteva.

Non so come mi sentivo

Scantata, dispirata, ma nt’a testa sulu na cosa cuntava

Spaventata, disperata, ma nella testa solo una cosa contava

Madri mia: mamma mia

A muntagna: la montagna

Cuscinu da soggira: cuscino della suocera

a pasta che mulinciani, ca me nonna priparava pi tutta a famigghia.

La pasta con le melanzane che mia nonna preparava per tutta la famiglia

Ammiscatu: mischiato

A canusciva bona a muntagna: la conoscevo bene la montagna

Nica nica: piccola piccola

Chiu ranni: più grande

Mi nni ieva pi funci cu me cucinu ca canusceva i megghiu funciari do Paisi

Me ne andavo per funghi con mio cugino che conosceva le persone più esperte di funghi del Paese

Chinu di doni comu i pinoli e i fungi e macari u vinu

Pieno di doni come i pinoli, i funghi e pure il vino

Comu fu ca s’assittanu cu nuatri: come accadde che si sedettero con noi

Forse canuscevunu occarunu, no sacciu: forse conoscevano qualcuno, non lo so

Mi passunu carusi a postu, cettu, parunu sempri accussi: a postu

Mi sembrarono ragazzi a posto, certo, sembrano sempre così: a posto

Chi è ti sta scantannu? Ci pinsamu nuatri a tia: Cos’è ti stai spaventando? Ci pensiamo noi a te

Attaccarunu a tuccarimi: iniziarono a toccarmi

Avìa scuratu: si era fatta sera

Nuddu ni puteva viriri: nessuno poteva vederci

Fituso: uomo spregevole

Nt’o menzu da sciara: nel mezzo della sciara

E ca semu, curreva e mi sruppiava: e siamo a questo punto correvo e mi facevo male

Accussì assicutata nt’o scuru: così inseguita dentro l’oscurità

Nt’a so terra nt’a so muntagna: nella sua terra, nella sua montagna

Raggia m’acchianò a inchiri u cori: la rabbia montò a riempire il cuore

U sangu curreva viluci: il sangue scorreva veloce

Ca era fimmina comu ammia i comu Aitina: che era femmina come me e come Aitina

Pi a iamma rutta: per la gamba rotta

M’attruvarunu sulu: mi ritrovarono solo

Vanniati de baccuni: urlate dai balconi

Sempri nt’o menzu da sciara: sempre nel mezzo della sciara

Ca ci pinsassuru bonu: che ci pensassero bene

Ci succeri ai porci: succede ai porci

Mancu si sconcicano: nemmeno si infastidiscono

Idda: Lei

Si scodda: si dimentica

Questo è un racconto di fantasia. Nomi, personaggi, istituzioni, luoghi ed episodi sono frutto dell’immaginazione dell’autore e non sono da considerarsi reali. Qualsiasi somiglianza con fatti, scenari, organizzazioni o persone, viventi o defunte, veri o immaginari è del tutto casuale.

Tutti i racconti di Chiara Agata Marcella Scardaci, in arte Chiara Agata Scardaci, concessi in licenza gratuita per la pubblicazione e la conseguente divulgazione al giornale on line www.siciliareport.it, sono protette dal diritto d´autore nonché dal diritto di proprietà intellettuale. E’ quindi assolutamente vietato pubblicare, copiare, appropriarsi, ridistribuire, riprodurre qualsiasi frase, contenuto o immagine concernente i racconti, perché frutto del lavoro e dell´intelletto dell´autore stesso Chiara Agata Marcella Scardaci. É vietata la copia e la riproduzione dei contenuti e immagini in qualsiasi forma non autorizzata espressamente dall´autore Chiara Agata Scardaci.

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