Il racconto: La battaglia nascosta

di
Morti, feriti, dispersi, bambini urlanti, macerie e polvere, vestivano la città di un abito sanguinoso e terrificante, pauroso e privo di speranza, di qualsivoglia fede.

Morti, feriti, dispersi, bambini urlanti, macerie e polvere, vestivano la città di un abito sanguinoso e terrificante, pauroso e privo di speranza, di qualsivoglia fede. La gente correva in cerca di un rifugio, di un posto dove le bombe di quella guerra, la seconda in termini di mondo coinvolto, potessero non arrivare.

Ero stato sorpreso da un sibilo insistente, e poi da un botto a dir poco assordante che aveva squarciato le case intorno alla “putìa”, vicino al Monastero dei Benedettini, di fronte Piazza Dante.

La Putia era nota come la “putia” del “Mastro di Vara” perché vi andavo tutte le mattine; e io, Salvo questo ero per Catania ormai da molti anni, il “Mastro di Vara”: colui che dirige le manovre per far muovere la “vara”, il fercolo, sul quale viene posto il busto della “Santa”, di S. Agata, Patrona dell’antica città costruita dai greci, durante le festività a Lei dedicate.

Con un orecchio sanguinante, privo dell’udito almeno in parte, confuso, sperduto nella mia amata città, disorientato, ero corso verso via Garibaldi e poi come un pazzo, come uno straniero, mi ero diretto verso il fortino, ricordando che, forse, da quella parte potevo trovare rifugio.

Mentre tentavo di risalire via Garibaldi, sentii un forte dolore allo stomaco. Proprio in prossimità “ru futtinu” mi accasciai sulle ginocchia, e mi resi conto di essere stato colpito da una scheggia.

Mi portai le mani sulla pancia, all’altezza dell’ombelico, e vedendole tinte di rosso urlai: “mi scantu mi scantu, staiu murennu, santuzza mia santuzza mia unni si unni si, u sacciu ca si fora Catania a Fleri ma veni ni mia, mi scantu Aitina veni ca salvimi

La mia voce cominciò ad abbassarsi con rapidità: da forte e potente che era, si ridusse a un sibilo.

Tutti conoscevano il mio timbro di voce a Catania per come durante le processioni dei tre giorni di Febbraio in onore di S. Agata, gridavo le manovre agli altri portatori della Vara e a chi teneva il cordone. La gente diceva che quando intonavo “tutti devoti tutti” facevo commuovere “macari l’angili” con la mia voce.

Alto e robusto con gli occhi verdi e la barba rossiccia come i capelli, segnato da una deliziosa fossetta sulla guancia destra, ero visibile alla folla partecipante alle festività agatine, anche da molto lontano.

Solo e ferito in una città dolente, l’ultima cosa che vidi prima di chiudere gli occhi e rovinare a terra, fu la scritta “melior de cinere surgo”, che incorona la fenice posta sulla sommità di Porta Garibaldi.

Quando mi ripresi avevo tanto freddo e tremavo. Aprendo gli occhi mi accorsi che dal ventre non usciva più sangue e che le mani non erano più tinte di rosso.

Unni sugnu?” esclamai, e guardandomi intorno mi resi conto di essere dentro la cripta della Chiesa di S. Agata al Carcere, proprio ai piedi dell’altare dove la Santa era rappresentata in una delicata statua di marmo.

All’improvviso dall’ombra che si ergeva dietro l’altare, vidi sporgersi un uomo che teneva in mano delle briglie, e assieme e dietro di lui veniva trotterellando un elefante dalle dimensioni piccine che si muoveva a scatti. Era di pietra nera, lavica, e aveva gli occhi bianchi come la luna.

Cu si?” esclamai terrorizzato.

“Non mi riconosci? Eppure hai sentito parlare tante volte di me. Ti do qualche indizio: posso cavalcare quest’elefante inanimato volando nel cielo per raggiungere la lontana Costantinopoli; se voglio posso trasformarti in un animale e se mi ostacoli, allora, le fiamme dal sedere ti faccio uscire!”

U sangu m’aggilau intra i vini: “Eliodoro sei, il negromante e che vuoi? Chi voi i mia?”

Alla vista del fantasma del famoso mago vissuto in tempi lontani, dedito all’arte oscura, pensai di essere morto e che tutto era perduto. Una disperazione sconfinata si impadronì del mio cuore e la speranza di poter tornare alla mia vita ed alla mia città, si ridusse a ben poco.

“Voglio farti volare con me ed insegnarti l’arte magica” rispose Eliodoro

“Ma io non voglio venire con te” urlai “Io voglio vivere e voglio stare qua, a Catania, voglio aspettare che la guerra finisca e portare ancora la vara della Santa! Vicino alla vara sto bene, vicino ad Agata mi sento felice ed è lì che voglio stare”.

“E’ tardi ormai Salvo, vieni con me! Te lo ordino!” disse Eliodoro.

Il mago si elevò sopra di me e allungandosi come un’ombra disse: “se non vieni con me, tutto ciò che ami potrai vederlo solo dal regno dei morti.”

O bozzu o chiaia!” esclamai piangente

Avevo sempre saputo di essere un uomo semplice con una vita umile, allietata dal ruolo che mi era stato concesso nel tempo. Avevo iniziato a seguire la festa “nicu nicu”, prima stando dietro ai “ranni” poi occupandomi della cera, fino a quando non era arrivata inaspettata la nomina a Mastro di Vara che ricoprivo da quando avevo 30 anni.  Ormai ero rimasto solo, mia madre mio padre e i miei due fratelli non erano più con me. La mia compagnia più grande era la Santa e tutto quello che lei aveva portato nella mia vita: il ruolo di Mastro di Vara, la Putìa, i “carusi” con cui condividevo la festa, e la vita di ogni giorno.

Nel tempo e con l’età, avevo da poco compiuto 50 anni, la consapevolezza del mio ruolo si era fatta più grande, e nel mio cuore si era aperta la strada per una devozione appassionata e una fede salda, che mi avevano reso un uomo compassionevole e attento alle necessità altrui.

Ero amato e rispettato dalla comunità, e mi ritenevo un uomo felice, non fosse stato per il fatto di non avere accanto a me una “fimmina”, una donna con cui costruire una famiglia.

Nella mia semplicità, non capivo perché il negromante volesse proprio me, e non comprendevo cosa avrei mai potuto fare contro quell’essere diabolico, contro un mago.

Mentre pensavo che non avevo più scampo, mentre stavo per cedere e volare via sull’elefante di pietra lavica con gli occhi bianchi come un lenzuolo, mi balenò in mente che la mia unica forza poteva essere solo quella devozione nella Santa, quella Fede in Cristo che finora mi aveva sempre accompagnato, portandomi ad essere il Mastro di Vara.

E forse era per questo, pensai, che il Negromante voleva proprio me: a volte si è guerrieri e soldati di battaglie nascoste e sconosciute che si combattono in luoghi sacri, dove fare prigionieri è altrettanto importante che nelle guerre degli uomini, quelle con le bombe.

Il mago si avvicinò e allungando una mano cominciò a disegnare strani segni nell’aria.

Pensai che quella era la cripta dove San Pietro aveva guarito il seno martoriato della povera Agata, e sentìi crescere un coraggio inaspettato nel cuore, una speranza di salvezza che era quasi una certezza. Così, con tutto il fiato che mi era rimasto, gridai ciò che da sempre mi riportava alla fede ed al conforto di S. Agata: “tuuuutti devoti tutti”

“Tuuuutti devoti tutti” mi fece eco un’altra voce. L’invocazione rimbombò in tutta la cripta. Mi girai e vidi arrivare dietro di me una figura dal portamento fiero, con in capo una mitra e con al petto una croce. Sostenuta da un bastone pastorale, la figura avanzò autorevole verso Eliodoro, al quale si rivolse dicendo: “Come osi disturbare un’anima devota che si appresta a tornare alla vita ed al suo compito?”

“Ancora tu Leone? Non ti rendi conto che c’è la guerra, che le festività sono sospese e che non c’è nulla a cui tornare?” disse il mago.

“La guerra sta per terminare e tu non puoi più intercedere nemmeno conquistando un’altra vittima devota in questa cripta. Ti ho già irretito e sconfitto una volta, proprio qui, in questa città tanto amata” replicò Leone.

Il mago, lesto, si accinse a toccarmi, ma il Vescovo non glielo permise.

Alzò le braccia al cielo e dalla statua di S. Agata si staccò un lembo di tessuto, un velo, che mi coprì e mi fece scomparire agli occhi del Negromante.

Cosa accadde dopo nella cripta non è dato sapere. Certo è che qualcuno, qualche giorno dopo, vi trovò una mitra antica che poteva risalire, ai tempi del Vescovo Leone II detto “il Taumaturgo”. Vennero rinvenute anche delle briglie, antiche e bruciate.

Mi svegliai in un ospedale militare, ai confini della città. Ero steso in una brandina e quando aprii gli occhi, ancora dolorante e confuso, avvertii una presenza accanto a me.

Era una donna dalla pelle chiara, arricchita da piccole lentiggini, con gli occhi verdi e i capelli lunghi, impreziositi da un colore castano chiaro, che ben si addiceva con i lineamenti dolci del viso. Indossava una divisa bianca da infermiera e quando si accorse che ero sveglio chiese: “come ti senti?”

Sussurrai appena: “Chi sei tu? sei S. Agata?”

“No” mi disse lei, “ma mi chiamo allo stesso modo. Sono giorni che deliri e hai la febbre alta, stavo pregando per te. Non speravo potessi svegliarti. Mi sembra un miracolo”.

“Credo lo sia stato davvero” risposi un po’ più lucido.

Poi misi a fuoco il viso della donna e mi accorsi di come mi somigliasse nei colori della pelle e degli occhi, nelle sfumature di rosso che le scorrevano tra i capelli.

Allora aggiunsi: “E’ stato come morire e nascere di nuovo”.

Agata mi sorrise e mi accarezzò piano la barba.

La familiarità del suo tocco accese il mio cuore e in pochi istanti mi ritrovai a domandarle, commosso: “non mi lascerai più vero?”

Agata senza esitazione rispose: “non ti ho lasciato un attimo in questi giorni, non vedo perché dovrei farlo adesso”.

Chiara Agata Marcella Scardaci

Questo è un racconto di fantasia. Nomi, personaggi, istituzioni, luoghi ed episodi sono frutto dell’immaginazione dell’autore e non sono da considerarsi reali. Qualsiasi somiglianza con fatti, scenari, organizzazioni o persone, viventi o defunte, veri o immaginari è del tutto casuale.

………………………………………………………..

Chiara Agata Marcella Scardaci nasce a Catania il 25.11.1972 da genitori catanesi.
A soli 8 anni si trasferisce con la famiglia nella Provincia di Roma per ragioni legate al lavoro paterno.
Coltiva sin da piccola un grande interesse per la lettura e la scrittura incoraggiata dal padre Salvatore che le propone continuamente letture di vario genere, dalla fantascienza ai grandi classici.
Terminati gli studi liceali, Chiara si laurea in giurisprudenza, e dopo il conseguimento del titolo di Avvocato, si specializza in diritto ambientale e degli appalti, divenendo legale “in house” di un grande gruppo imprenditoriale.
Oltre a svariate pubblicazioni di natura giuridica, Chiara si afferma come scrittrice con due romanzi: il primo di formazione, “Chiaramente” (Edizioni Rebus – 2006), ambientato nel mondo motociclistico romano colorato da numerose presenze femminili; il secondo “Un solo colore” (Edizioni Progetto Cultura – 2014), legato alla nuova maturità acquisita come genitore di due meravigliosi bambini, dedicato alle figure femminili della sua famiglia, mette a confronto diverse donne, ognuna con la propria esperienza rispetto al divenire madri.
Nel 2015 vince con il racconto “Una domenica d’Inverno” il premio letterario Concorso Fede e Arte, VII Edizione, dedicato a S. Agostina Pietrantoni.
Nel 2016, durante un viaggio di fine anno con la famiglia, Catania si affaccia di nuovo nella vita della scrittrice e con i suoi colori e i suoi sapori, la riporta indietro alla sua infanzia, facendo nascere in lei il desiderio di scrivere della sua città. Chiara asseconda questo desiderio, intraprendendo un percorso di studi e approfondimenti sulla città di Catania ed in particolare su Sant’Agata – di cui è profondamente devota – e sui festeggiamenti di febbraio e di agosto.
Runner appassionata, scrive le lezioni maratona per la Ippolife (#lezionimaratonaippolife) e non manca mai alla Coppa di S. Agata con la Atletica Fortitudo di Catania, che si svolge ogni anno il 3 febbraio.
Questo è il suo primo racconto sulla amata città natia.