Sicilia Report
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Il racconto: Cenere

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La mia corsa è di 800 metri.

Solo due giri di campo per tagliare il traguardo.

Sin da bambino mi sono allenato sulla pista di atletica del quartiere di Picanello, a Catania.

Abitavamo li vicino, a Piazza Pergolesi dove c’è la Statua della Madonna della Salute.

Ricordo ancora quando mio padre Giuseppe, Peppe come lo chiamavano nel quartiere, mi prese per mano e mi portò a vedere gli atleti che gareggiavano sulle distanze della velocità, dai 100 agli 800 metri.

Eru nicuzzu e mentre li guardavo spingersi oltre i loro limiti, partire forte senza esitare sui 100 e sui 200 metri, per poi divenire più tattici sui 400 e sugli 800 metri, sentivo le mie gambe nervose e pronte a scattare su quella pista rossa a sei corsie.

Avevo 6 anni ed era il 12 febbraio del 2019.

Quel giorno conobbi il mio allenatore, Salvatore, o Salvo.

Peppe e Salvo si canuscevunu di quannu èranu carusiddi, avevano condiviso ogni cosa: i primi bagni notturni a Li Cuti, sciddicannu supra i scogghi, i primi attracchi, i primi mbriacati, i primi carusati.

Promettevo bene e in principio furono solo trionfi e soddisfazioni a tinchitè.

Sotto l’occhio sornione ma mai sopito del vulcano, la cui punta faceva capolino alla curva sud-est della storica pista del quartiere catanese, crescevo e correvo, fortificavo muscoli e mente, sudavo e maturavo.

Intorno ai dodici anni l’idillio subì un arresto.

Arrivò in squadra un ragazzino straniu, di n’autru Paisi.

Andreas aveva i capelli biondi e con i suoi occhi azzurri ti gelava il cuore, se avevi l’ardire di guardarlo dritto nelle pupille, prima di scattare allo sparo del via.

Aveva origini iberiche e noi lo avevamo soprannominato Rubio, che in spagnolo vuol dire biondo e che in poco tempo era divenuto “Rubbiu”.

Era spacchiusu, e questa sua spocchia la portava in campo e in gara, come fosse stata benzina per le sue gambe e per i suoi piedi. Rubbiu sapeva che ero il più veloce della squadra e sguardo dopo sguardo, insulto dopo insulto, demolì le mie certezze.

Sa spacchiava, era malandrinu ed era veloce.

Salvo mi guardava senza dire una parola. Ai bordi della pista urlava le partenze, gli stop, prendeva i tempi come se fosse stato tutto normale.

A volte lu ciccava cu l’occhi pi viriri si mi taliava, ma non aveva per me alcuno sguardo di compassione.

Così piano piano cominciai a schivarlo e a volte saltai gli allenamenti.

Mio padre era preoccupato e s’arraggiava cu mia, trascinandomi in campo anche con la forza.

L’idea di smettere di correre si stava insinuando nei miei pensieri e un senso di sconfitta aveva preso a pesare sul mio cuore.

Poi un giorno alla fine dell’allenamento, Salvo si avvicinò e mi disse: dumani a matinata, prima della gara, faremo un altro allenamento, diverso, dirò a Peppe di portarti alla Cattedrale verso le 9.00

Era l’ottava di S. Agata, di nuovo il 12 febbraio, stavolta del 2025.

Aituzza era esposta e così le sue reliquie.

La chiesa era china di genti.

Ci sedemmo stretti in mezzo agli altri devoti e assistemmo alla funzione.

Poi alla fine della messa quando la gente scemò, ci sedemmo nella prima fila e Salvo mi disse: “Sai perché ti ho portato qui?”

“No perché?”

“Perché ti stai spegnendo.”

Lo guardai in senso interrogativo e lui mi disse: “stai perdendo la tua luce ecco perché siamo qui”

“Che vuoi dire?”, chiesi.

“Lo sai che Catania è detta anche la città nera?”

“No non lo sapevo e perché?”

E’ niura comu a petra lavica con cui i suoi palazzi sono stati costruiti. Anche la piazza della Cattedrale, taliala bona quannu niscemu, è niura.”

“Adesso poi anche di più” risposi

“E perché secondo te?” mi chiese Salvo

“Perché l’Etna sta eruttando e la sua cenere ricopre tutta la città rendendola grigia scura, ancora chiù niura” dissi con tono riflessivo.

“Esatto in questo momento Catania è chiù niura do niuru ma splende lo stesso, splende sempre perché non perde mai la sua luce”.

“E come fa?”

“Perché la sua luce è qui – disse Salvo volgendo lo sguardo verso S. Agata – ed è da qui che si diffonde e invincibile illumina tutta la città, a dispetto di ogni superficiale copertura, in contrasto con il nero perpetuo che la caratterizza, in un’armonica lotta cu la muntagna che la sormonta e la sorveglia picchì Catania è macari cosa so.”

Salvo indicò il busto della Santa, allora io la guardai negli occhi e nell’immediato avvertii una nuova freschezza nel mio cuore.

“Perché non ti avvicini, puoi dirle una preghiera se vuoi” disse Salvo.

Mi portai il più vicino possibile al tronetto dove viene posta la Santa durante l’ottava e più che dirle qualcosa mi posi in ascolto, con gli occhi chiusi, mentre nella chiesa risuonava la prima strofa dell’Inno a S. Agata che la celebra Martire invitta, rifulgente di luce divina, grande Eroina.

Giunsero allora nei miei pensieri delle parole di carusa, sussurrate, non percepibili con le orecchie, ma chiare e limpide all’udito dell’anima: “corri Pietro, non preoccuparti della cenere, la soffierò via io”

Spalancai gli occhi e taliando Aituzza mi parse ca aviva uno sguardo fiero, comu di cu sapi che andrà in battaglia e che porterà a casa solo trionfi.

Vidi chiara tutta la cenere che avevo dentro e fuori di me, compresi il modo in cui si era accumulata nel tempo, dopo ogni sconfitta ogni spacchiusa parola, ogni tranello.

Insieme, io e Salvo, ci mettemmo a fare la fila per il tradizionale bacio alle reliquie.

Quel giorno erano esposti i femori e la mammella.

Non mi sembrò affatto casuale: la mammella rammentava l’importanza del petto che noi atleti dobbiamo tenere aperto e proiettato in avanti; i femori ricordavano le cosce e quindi le gambe che devono girare veloci e scattanti, alla ricerca della frequenza giusta e della misura corretta del passo.

Arrivò il mio turno.

Con grande attenzione e concentrazione toccai ognuna delle reliquie, pensando alle mie gambe ed al mio petto, affinchè potessero essere benedetti e andare a segno nella gara che avrei dovuto correre da li a poco.

Erano custodite nei loro reliquari, protette e in qualche modo lontane, eppure vive nell’energia che sentivo scorrere nella carne, ribollire nel sangue e rifulgere nella mente.

Salvo mi pose una mano sulla spalla e mi disse “E’ tardu, dobbiamo andare”

Erano le 10.00 e verso mezzogiorno al campo di atletica di Mascalucia ci sarebbe stata la finale regionale degli 800 metri. Io mi ero qualificato e dovevo gareggiare in corsia n. 4, ma fino al giorno prima nun eru cummintu di voler correre.

Ora dopo le parole di Agata, dopo la vicinanza con quelle parti del suo corpo che tanto avevano a che fare con la corsa, sentivo di poter gareggiare.

Certu eru carusu, e mano a mano che ci avvicinavamo al campo, mi agitavo e sentivo la cenere dell’insicurezza appesantire il mio animo e spegnermi in un pericoloso senso di sconfitta, nonostante la luce percepita poco prima.

Salvo, indovinando i miei pensieri, mi disse: “non è come pensi tu Pietro, la cenere può fare brutti scherzi e condurti a una visione delle cose come non sono in realtà”

Iddu è chiù viluci

“Non è più veloce, tu brilla e vedrai”

Con quelle parole nel cuore, seguii il mio allenatore e pensai che aveva ragione: mi ero appesantito di una cenere che non era mia, e che avevo lasciato mi cadesse addosso facendomi annaspare.

Io Peppe e Salvo arrivammo in poco tempo al campo di Mompileri, a Mascalucia.

L’Etna da li si vedeva benissimo e per intero, dalle falde sino alla punta ora innevata.

Erano luoghi quelli in cui il nero del vulcano si avvertiva nettamente.

Ma li c’era stato anche il miracolo del velo di Aituzza, che aveva fermato la lava nel 1537, preservando il Santuario.

C’era luce in quel posto, e io potevo brillare.

Pochi attimi prima della partenza, uno strano silenzio calò nella mia mente a spegnere ogni sabotante pensiero, una calma tangibile scese lenta sul mio cuore, tacitando ogni emozione.

Io in quarta, Rubbiu in terza.

I nostri sguardi si incrociarono per pochi istanti ma nulla nel colore glaciale dei suoi occhi, questa volta, mi fici scantari.

Allo sparo Rubbiu scattò velocissimo sulla prima curva e si portò in prima posizione.

Io seguii la scia di un altro compagno di squadra che si trovava appena dietro ad Andreas.

Lasciai che la spinta della curva mi accompagnasse lungo il primo rettilineo, e senza perdere il ritmo del respiro, mi impegnai sulla costanza del passo che diventò l’obiettivo principale nei successivi 300 metri.

Concentrato per non farmi prendere dalla smania di correre in testa da subito, vidi nitide scie di cenere uscire dal mio corpo e cadere via lungo la pista, come se non mi fossero mai appartenute.

Nell’avvertire una schicchera di energia lungo la spina dorsale, che dritta giunse fino alla testa, e inarrestabile aprì il cuore, alla fine del primo giro cambiai la frequenza e sfruttai la prima curva del secondo giro per superare l’atleta davanti a me.

In quella fase della gara Rubbiu avrebbe dovuto aumentare la velocità, ma attaccato alla sua schiena avevo l’impressione che non stesse ancora spingendo.

Fu alla seconda curva del secondo giro, all’inizio degli ultimi 200 metri che Rubbiu si voltò e con il viso stremato, nella ferrea volontà di vincere, non curante della botta di lattato che aveva raggiunto entrambi, intensificò il ritmo del respiro e mise le ali ai piedi.

“Corri Pietro corri” disse una voce accanto a me e fu allora che la vidi, scalza, con una tunica bianca, carusa comu a mia, leggera, che sorridendo correva, volava accanto a me e poi davanti a me.

“Corri” ripetè e sentendomi invadere da un luccichio abbagliante, brillai negli ultimi 100 metri, superando in volata il mio avversario, e conquistando il primo posto in quel podio regionale tanto sofferto.

Incommensurabile fu la gioia di aver vinto, ma soprattutto di aver ritrovato la mia luce nel segno di Agata, che mi aveva aiutato a brillare e a vincere correndo insieme a me.

Da allora lungo è stato il mio cammino: ci sono state vittorie ma anche sconfitte. Ci sono state molte altre gare, molte altre medaglie, ora per me e ora per Rubbiu.

Dopo quella gara la spocchia gli passò.

Salvo la sapeva lunga e nella competizione che mi aveva visto protagonista, anche la cenere di Rubbiu venne soffiata via. Andreas continuò ad essere veloce e la sua luce nel tempo divenne più forte, rendendolo un avversario sempre temibile per me.

Quel giorno, commosso, con la medaglia al collo, riflessa per sempre negli occhi di mio padre, diventai atleta di fede, come ce ne sono tanti a Catania e nel mondo, nella consapevolezza da allora mai perduta, che il segreto è non smarrire la luce, risplendere sempre di quella energia che possediamo e che non dobbiamo mai dimenticare.

Oggi, in questo campo rinnovato, in questa terra miracolosa, taliu i me carusi, i me picciriddi, li prendo per mano, li guido, perché possano brillare ogni giorno, in pista come nella vita.

Oggi, il pensiero corre verso quegli angeli custodi che non ci sono più, verso Peppe e Salvo, che mi sembra di veder camminare ancora, scherzando e ridendo, lungo le vie del quartiere di Picanello, e ntra lu cori li ringraziu, per avermi condotto unni a luci nun s’astuta mai.

Chiara Agata Scardaci

Questo è un racconto di fantasia. Nomi, personaggi, istituzioni, luoghi ed episodi sono frutto dell’immaginazione dell’autore e non sono da considerarsi reali. Qualsiasi somiglianza con fatti, scenari, organizzazioni o persone, viventi o defunte, veri o immaginari è del tutto casuale.

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Traduzione in italiano delle Parole e delle Espressioni utilizzate

Eru nicuzzu: Ero piccolino

Si canuscevunu di quannu èranu carusiddi: Si conoscevano sin da quando erano ragazzini

Sciddicannu supra i scogghi, i primi attracchi, i primi mbriacati, i primi carusati: Scivolando sopra gli scogli, le prime rimorchiate, le prime sbornie, le prime ragazzate

A tinchitè: A iosa

Straniu, di n’autru Paisi: Straniero, di un altro Paese

Spacchiusu: spocchioso

Sa spacchiava, era malandrinu: Si vantava, era malandrino

Lu ciccava cu l’occhi pi viriri si mi taliava: Lo cercavo con gli occhi per vedere se mi guardava

S’arraggiava cu mia: Si arrabbiava con me

Dumani a matinata: Domani mattina

China di genti: Piena di gente

E’ niura comu a petra lavica: È nera come la pietra lavica

Taliala bona quannu niscemu, è niura: Guardala bene quando usciamo è nera

Ancora chiù niura: Ancora più nera

Chiù niura do niuru: Più nera del nero

Cu la muntagna: Con la montagna

Picchì Catania è macari cosa so: Perché Catania è anche cosa sua

Carusa: Ragazza

Taliando:Guardando

Ca aviva: Che aveva

Comu di cu sapi: Come di chi sa

Spacchiusa: Spocchiosa

E’ tardu: È tardi

Nun eru cummintu: Non ero convinto

Certu eru carusu: Certo ero ragazzo

Iddu è chiù viluci: Lui è più veloce

Mi fici scantari: Mi fece spaventare

Carusa comu a mia: Ragazza come me

Taliu i me carusi, i me picciriddi: Guardo i miei ragazzi, i miei bambini

Ntra lu cori li ringraziu: Dentro il cuore li ringrazio

Unni a luci nun s’astuta mai: Dove la luce non si spegne mai

Questo è un racconto di fantasia. Nomi, personaggi, istituzioni, luoghi ed episodi sono frutto dell’immaginazione dell’autore e non sono da considerarsi reali. Qualsiasi somiglianza con fatti, scenari, organizzazioni o persone, viventi o defunte, veri o immaginari è del tutto casuale.

Tutti i racconti di Chiara Agata Marcella Scardaci, in arte Chiara Agata Scardaci, concessi in licenza gratuita per la pubblicazione e la conseguente divulgazione al giornale on line www.siciliareport.it, sono protette dal diritto d´autore nonché dal diritto di proprietà intellettuale. E’ quindi assolutamente vietato pubblicare, copiare, appropriarsi, ridistribuire, riprodurre qualsiasi frase, contenuto o immagine concernente i racconti, perché frutto del lavoro e dell´intelletto dell´autore stesso Chiara Agata Marcella Scardaci. É vietata la copia e la riproduzione dei contenuti e immagini in qualsiasi forma non autorizzata espressamente dall´autore Chiara Agata Scardaci.

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