Sicilia Report
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Una classifica che riflette la storia

Il prevalere del capitale sull’etica personale è spesso indicato come fonte della crisi che sta ingoiando le nostre città e con esse i suoi abitanti (cioè noi). La nostra attualità social ci rende ancor più testimoni, poiché possiamo condividere, scrivere, commentare, ma non evitare un declino che sembra ineluttabile e che non si può fermare.

Questo pensiero vale per tutte le città dell’occidente, se vogliamo dare un’interpretazione radicale: resta vero però che alcune città, se messe in comparazione alle altre, sono ancor più sopraffatte, tanto minori gli anticorpi su cui possono far affidamento rispetto alla fluida corsa monetaria del darwinismo sociale.

Non stupisce quindi se, nell’indagine commissionata all’Università La Sapienza da Italia Oggi, le città del corridoio jonico, Messina, Catania e Siracusa, si trovino agli ultimi posti della classifica. Non che questa logica da hit-parade per fare notizia sia convincente, ma è comunque un dato su cui riflettere.

Gli elementi di valutazione dell’indagine sono nove: affari e lavoro, ambiente, criminalità, disagio sociale e personale, popolazione, servizi finanziari e scolastici, sistema salute, tempo libero e tenore di vita. Si potrebbe discutere sull’accorpamento tra servizi finanziari e scolastici, ma non è questo il punto.

Il dato è che Catania è al penultimo posto, Siracusa solo due posizioni più su; Messina 97esima. Possiamo certo dire che i parametri e gli indicatori sono discutibili, ma resta il dato.

Cosa si può dire e cosa si può fare? Probabilmente, cercare le cause. E, nel farlo, evitare l’approccio delle specificità del Sud. Altrimenti, piuttosto che cercarlo in limiti atavici, dovremmo trovarlo nel sistema di classe che l’Italia unita (e cioè non il sogno repubblicano di Mazzini, ma il sistema predatorio dell’annessione al Piemonte) ha determinato e coltivato, imponendo la produzione delle proprie industrie, chiudendo quelle che esistevano, svuotando l’economia meridionale a sistema di assistenzialismo per mantenere un reddito adatto ad assorbire i prodotti del nord.

Questa interpretazione non è contrabbandabile per nostalgia borbonica: il regno dei Borboni è stato un bene solo per gli aristocratici e il clero. Il resto del popolo ne ha avuto solo servitù senza quasi possibilità di emancipazione, un Medioevo protratto fino a metà Ottocento. Resta vero che il sogno di affrancamento e modernizzazione portato da Mazzini è stato negato dal nuovo potere borghese, che ha stabilito un sistema di dominio del settentrione sul mezzogiorno.

L’avvento dell’industria non ha migliorato le cose: possiamo risolvere con l’immagine dello smantellamento dei tram a Catania l’imposizione della politica delle auto voluta da FIAT (Messina è stata più orgogliosa, resistendo, ma ha subìto comunque le pressioni culturali che qualificavano quel sistema di tram come desueto – quando invece si tratta di un sistema elettrico e a basso impatto ambientale!).

Con il venir meno della lira come moneta nazionale attraverso il passaggio all’euro, anche quel mondo è finito. Si dovrebbe dunque guardare altrove. Ma dove?

 

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