Titoli e qualifiche, quando al maschile o al femminile?

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È ciclico il riaccendersi il dibattito su “questioni di principio”, sollevate anche da personaggi di grande caratura, che sanno di filosofia intesa come cosa con la quale e senza la quale il mondo rimane tale e quale.
Tra i busillis ancora irrisolti c’è quello secondo il quale nomi, qualifiche, attribuzioni al maschile come per esempio ministro, andrebbero volti al femminile con una desinenza in A per rispetto del “genere” e in nome della parità – sacrosanta – tra donna e uomo. Accorate e a volte dotte sono state le disquisizioni sul tema, viste però, sempre e comunque, dal versante femminile.
Ma se parità dev’esserci, nell’italiano, i maschietti potrebbero rivendicare che si parlasse non solo di ministrA e, che so, di sindacA, avvocatA (a proposito, si dovrebbe dir medicA?), ma anche di atletO, alpinistO, centrocampistO, ciclistO, ginnastO, maratonetO, mezzofondistO, pallanotistO, pallavolistO, velocistO, surfistO. E questo per rimanere soltanto nell’ambito sportivo, ossia quello, a quanto si dice, di maggior interesse per gli uomini.
Perché, seguendo questo sistema, in famiglia dovremmo anche dire patriarcO e non più papÀ ma papÒ. E, nel mondo dei mestieri e delle professioni, riferendoci a soggetti di sesso maschile, saremmo costretti a parlare, che so, di anestesistO, banconistO, cassazionistO, farmacistO, latinistO, matrimonialistO, tassistO, terapistO, zincotipistO.
Immaginiamo i giornalisti maschi a lottare strenuamente all’interno delle redazioni per essere chiamati, singolamente, giornalistO, cronistO, pubblicistO, editorialistO, quirinalistO eccetera. E che dire degli uomini impegnati nell’arte, dall’arpistO al cabarettistO, dal clarinettistO al jazzistO, magari pianistO, dal registO al poetO, persino.
Se la desinenza in A oppure in O è il discrimine, tra l’altro, c’è davvero da sorprendersi per quanto di femminino c’è nel linguaggio del potere, a cominciare da quello religioso, il più alto se pensiamo a PapA.
Dovremmo forse chiamarlo PapO? E volgere al maschile parole come gesuitA e seminaristA?
Peraltro, per ovvie ragioni, il militaristA e il sommergibilistA si vergognano di quella finale in a che svela la radice donnesca del loro io, ma il rossore coglierà probabilmente anche chi ama definirsi orgogliosamente cameratA, squadristA e, naturalmente, celoduristA. Che dire poi, parlando sempre di politica e potere, di altri nomi declinati al femminile, a cominciare da monarcA – da non confondere naturalmente con il mEnarca – per proseguire con (li buttiamo lì alla rinfusa) ducA, gerarcA, golpistA, nazifascistA, negazionistA, segregazionistA e persino zaristA. Ma anche comunistA, classistA, separatistA, zapatistA.
E voltagabbanA.
Il gioco potrebbe continuare all’infinito, ma poiché il fine di questo scritto era soltanto quello di indurre al sorriso, non proseguiremo. Perché finora abbiamo parlato di linguaggiO e di italianO.
Ma sia la linguA sia l’idiomA sono al femminile.