Sicilia Report
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Partenariato sociale urbano, beni comuni e altri strumenti di valorizzazione per la città

Rimboccarsi le maniche. Melior de cinere surgo. Ripartire dalle fondamenta.

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Sono alcune delle frasi che circolano nei dialoghi dei catanesi da quando la notizia del dissesto finanziario è diventata ufficiale e non più arginabile, in seguito al pronunciamento delle sezioni riunite della Corte dei Conti, con cui è stato rigettato il ricorso del Comune di Catania contro la delibera n.153 del 4 maggio 2018.

Sentire frasi come queste, considerato quel che comporterà in termini di riduzione del denaro circolante, dell’insolvenza di molta parte dei crediti dei fornitori privati e, in generale, dell’economia locale, è incerto qual modo confortante. E questo è un punto di forza: una tempra, una volontà incrollabile.

La frase in corsivo che campeggia all’inizio di questo articolo, incisa sul marmo di Porta Garibaldi, è illustrativa di una mentalità innata, coerente e inerente alla natura vulcanica dei nostri luoghi, che hanno sopportato altri e più consistenti problemi. Va tutto bene. Ma ciò non toglie che il problema attuale sia tutt’altro che leggero nelle conseguenze che reca con sé.

Non vogliamo unirci al cicaleccio sulle responsabilità, che vanno accertate in altra sede. Quel che più sembra rilevante è cominciare a pensare in altro modo. In primo luogo, respingendo ogni considerazione sulla speciale condizione della Sicilia: perché molti Enti Locali, del Sud come del Nord, sono in condizione di dissesto o di deficitarietà strutturale e questo non fa la differenza.

Già Sciascia, sul finire del secolo scorso, ammoniva indicando come un grave difetto di provincialismo il pensare che la condizione della Sicilia sia speciale. Non dovremmo commettere questo errore oggi, nel secolo della globalizzazione.

Al contrario, c’è da riflettere bene proprio sul sistema finanziario in cui questi debiti annegano, e sulle ragioni che determinano non solo le regole, ma anche le eccezioni. Perché non pochi hanno fatto notare un certo elemento tardivo nell’intervento della Giustizia contabile, che avrebbe certo potuto intervenire prima che il deficit divenisse irreparabile.

Sarebbe surrettizio indicare che prima c’era un governo di centrodestra al governo nazionale e un governo di centrodestra nell’Ente locale?  E che poi è stata la volta del governo di centrosinistra al governo nazionale e di un governo di centrosinistra nell’Ente locale? E che, fin qui, tutto si teneva?

Se questa analisi fosse eziologica, cioè capace di individuare le cause, allora il problema non sarebbe la compagine politica, ma l’interruzione di sistema. Corollario di questo teorema è che il tappo salta quando al governo nazionale c’è una componente inusitata, non più coerente e omologa al livello locale. Ma forse è più una sincronicità di tempi che non una relazione eziologica di causa-effetto.

Il fatto è che i tempi stanno cambiando, come diceva una vecchia canzone. Però, come dice una nuova canzone dello stesso autore, i tempi sono cambiati – e non nel modo in cui si immaginava negli anni ’60, quando era lecito sperare che il progresso, l’emancipazione e lo sviluppo portati dalla modernità fossero forze inarrestabili.

Assumendo come ipotesi che la dimensione locale non sia sufficiente a spiegare le dinamiche complessive ma solo eventuali elementi di interruzione del sistema ed eccezioni, per tentare di comprendere i cambiamenti del nostro tempo dovremo dare uno sguardo a elementi di sistema. Invece di guardare le foglie, proviamo a vedere i rami, il tronco, le radici dell’albero. E da questo dipenderanno le determinazioni di cosa conviene fare, come intervenire.

Un buon punto di partenza può esser dato dalla condizione di cittadinanza nel XXI secolo. Troveremo un concetto puro, che però ha subito una degradazione e un declassamento.

Da cittadini a consumatori: what happened?

Il concetto di cittadinanza è sempre stato ritenuto problematico. Tra i punti da porre a fondamento, c’è senza dubbio l’idea di partecipazione alla vita pubblica che, un tempo, come ricorda Thomas Marshall (Citizenship and Social Class, 1950), era fondata sull’assolvimento dei doveri che dava luogo ad un corrispondente statuto di diritti.

Guardando dal XXI secolo, noteremo che l’accento sui doveri è del tutto sfumato, mentre l’enfasi sui diritti appare illimitata, se si guarda dalle angolature della comunicazione pubblica, della propaganda e della pubblicità. Questa affermazione non deve essere letta in chiave semplicistica (che poi è il modello attraverso cui questi messaggi sono veicolati, poiché ogni pubblicità non è che un messaggio ipersemplificato da cui scompaiono le sfumature che introducono alla complessità), ma va intesa come elemento critico rispetto ai modelli di manipolazione che la comunicazione implica.

Per chiarire meglio questi concetti, occorre partire dalle visioni tradizionali dell’idea di cittadinanza: la liberale-individualista, la repubblicana e la comunitaria (Herman Von Gunsteren, Four Conceptions of Citizenship, 1994). La prima attiene al profilo della cittadinanza civica, connessa ai diritti intesi come libertà individuali; la seconda è focalizzata sui diritti politici, suffragio universale ed eleggibilità di tutti i cittadini; la terza è tipicamente sociale e si è evoluta come welfare state.

Possiamo derivare da questa sintesi come il welfare state, dopo le brillanti affermazioni durante i “trenta gloriosi anni” dello sviluppo ininterrotto, sia stato, a partire dagli anni ‘70, oggetto di aggressioni ripetute da parte dei sostenitori delle tesi liberiste. L’idea repubblicana appare sopita nel concetto di democrazia rappresentativa (anche se sarebbe necessaria una grande rilettura di questa tradizione, per scoprire dimensioni che attendono di manifestare la pienezza dei loro significati), mentre la schiera delle libertà individuali è sempre più fashion-oriented, e cioè per nulla attenta ai doveri, poco attenta ai diritti dei lavoratori e pressoché totalmente assorbita dalle libertà di comportamento individuale.

Sono queste caratteristiche che inducono a sostenere che viviamo in un’epoca che assiste all’eclisse del concetto di cittadinanza, in vece del quale viene proposta la versione supermarket di consumatore. In coerenza con questa chiave post-postmoderna, si potrebbe chiudere questo concetto introduttivo con un verso tratto da The Final Cut dei Pink Floyd in cui l’autore (Roger Waters), rivolto a Maggie (che è chiaramente Margaret Thatcher) si chiede con un grido di dolore: What happened to the post-war dream?

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