Sicilia Report
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Gliel’avete servita come carne da macello

Studio per carne da macello: lo spettacolo “machine war” che promuove la riflessione

“You served her up like lamb to the slaughter”, letteralmente in italiano: gliel’avete servita sopra (ad un tavolo) come carne da macello. Questa è la frase “tormentone” che la sessuologa Susanna Basile ripete durante lo spettacolo “Studio per carne da macello” andato in scena questo 25 novembre al Teatro Verga di Catania. Inutile parafrasare su ciò che è stato detto, ridetto, letto e recensito su questo spettacolo, è mia intenzione analizzare lo spettacolo tutto partendo, anzi ponendo proprio come indicatore di controllo tutta la frase, recitata più volte durante l’interpretazione della sessuologa in scena. Partendo dall’analisi del testo, proprio dal punto di vista semantico ed epistemologico si può intravedere un discorso relativo all‘analisi delle differenti forme di violenza ed abuso contro qualsiasi categoria, che siano esse le donne o gli uomini o i bambini, insomma tutti gli esseri umani. Partendo dal celebre racconto di Roald Dahl, per intenderci l’autore di “La fabbrica di cioccolato” di Tim Burton quello che si vuole evidenziare è la duplicità semantica che proprio “cosciotto d’agnello” assume nella memoria storico-religiosa (e non solo) del genere umano. Infatti rispetto al significato di sacrificio e/o omicidio e di fronte all’aspetto pragmatico e duplice dell’uso che si può fare di qualcosa di così gentile e indifeso come un cosciotto d’agnello ci si pongono di fronte alcuni quesiti esistenziali. La violenza, la subiamo, la facciamo o la sublimiamo? La violenza in genere e di genere ad esempio, come dice Amartya Sen, si realizza in ogni società della comunità mondiale non tanto attraverso la privazione della vita, ma mediante l‘impedimento di un autonomo sviluppo umano, come quello che si garantisce attraverso il gioco infantile, una corretta prevenzione sanitaria, l’educazione in famiglia, della famiglia, delle cerchie primarie e secondarie innanzitutto, nello “stato di appartenenza” sociale. Proprio ciò che ti dovrebbe proteggere ti tutela? E proprio chi ti dovrebbe amare ti difende? Cosa è giusto dal punto di vista epistemologico, cioè per spiegarmi meglio cosa è moralmente o eticamente giusto, quale forza sociale istituzionalizzata permette e perpetra la violenza, cosa la scagiona o la legittima? All’interno di un concetto di familismo, cioè l’estremizzazione della famiglia, ampiamente diffuso e contrastante. Nonostante la ricerca del bene personale sovrasti concettualmente il senso civico moralistico, tutte le espressioni di violenza vengono legittimate da speculazioni sociali, oggi “social”. Si cerca il colpevole assoluto in “totali” dicotomie, si cerca l’assassino o il carnefice, si cerca il bianco e il nero, si odia, si accusa e ci si discolpa. Nessuno cerca dentro sé stesso, nemmeno uno dice: “siamo stati noi”. Il “Noi” inteso come sistema, come società, come insieme e che come “insieme” dovremmo colmare il vuoto dell’ingiustificabile. Non abbiamo nessun diritto di poter gestire la vita di alcuno e a volte neanche la nostra poiché potrebbe nuocere agli altri.

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