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Wirth, Sloterdijk, Coomaraswamy, Baret: il “Dentro e Fuori”, accostamenti, assonanze, evocazioni.

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Consultando quello straordinario volume che è il libro sui tarocchi di Wirth, mi sono imbattuto nella sua analisi dell’arcano della Morte alla luce della teoria ermetica. La definisce Opera al nero e la descrive come un chirurgo che operi nel corso della fine e della decomposizione del soggetto, per separare ciò che è sottile da ciò che è denso e liberare lo spirito dalla materia: “finché restiamo imprigionati nel corpo, giudichiamo soltanto secondo la testimonianza delle nostre sensazioni. Queste ci rivelano solo l’esterno delle cose, la loro scorza morta, che non ha interesse per la filosofia ermetica”.
Coomaraswamy nel suo “La danza di Siva” ci rammenta che in tutto l’Oriente indù e buddista sia prassi credere che la concentrazione della mente in un solo punto possa fornire l’immediato accesso a ogni conoscenza senza l’intermediazione (distorsione) dell’intervento diretto dei sensi. La meditazione sulla vacuità (sunyata), sulla NON- ESISTENZA DI TUTTE LE COSE è ciò che col fuoco dell’idea dell’abisso distrugge i fattori della coscienza individuale (riscontrabile anche nella pratica kashmira del “bastrika”, ma, come suggerisce lo stesso Coomaraswamy, anche in Goethe – “chi raggiunge la visione della bellezza è liberato da se stesso”, ma anche nelle riflessioni di Sankaracarya, Blake ecc.).
Iniziazione e yoga sono due vie complementari per il raggiungimento di questo stato di unione-separazione che sublima l’esperienza della vita sensoriale. Negli “Agni Purana”, sostiene Coomaraswamy, “c’è un’anticipazione delle concezioni moderne che associano mito, sogno e arte in quanto simili alla rappresentazione delle speranze e delle paure umane più profonde”.
Nel suo ultimo volume della trilogia “Sfere”, Sloterdijk utilizza la metafora uterina dell’uterotopo per raccontare l’esperienza della nascita, del “venire al mondo” come condizione del fatto che “l’ambiente nel quale il nuovo venuto arriva è diventato un mondo”.
E cosa è questo essere dentro-fuori l’esperienza della vita e della morte? La dannazione cui fa riferimento Sloterdijk alla costante produzione di “intérieurs?” E dunque il nostro corpo come “interno” e contrapposto all’esterno del fuori-membrana? In questo immane giogo di espansioni di interni funzionali alla legittimazione di essere e mondo, forse l’unica via di sublimazione, perlomeno la più convincente per me, è quella dello yoga kashmniro.
Baret nel suo straordinario libro ”Lo yoga tantrico del Kashmir” ha il grande merito di riportare il corpo alla sua naturale dimensione. “Una tensione corporea è una frazione, un elemento che si è separato dal tutto. Quando questa tensione si ricollega al suo spazio circostante, essa lascia i suoi limiti e si reintegra nella totalità”. Eric Baret ha il grande merito di ricondurre la simbolizzazione del magistero filosofico kashmiro (“é un po’ come nell’arte khmer, il serpente si raddrizza dietro la testa del Buddha in meditazione”) alla disarmante semplicità del rapporto con la pratica (“l’impressione di lasciare la tranquillità per darsi a questi giochi dell’energia si fermerà. La tranquillità, il silenzio nel quale si esprimono queste modalità sottili rimane presente durante l’emissione, lo sviluppo e il riassorbimento delle energie. L’energia è solo coscienza; non c’è dualità”).
Il raffronto con l’idea di “mondo-vita-morte”è risolto in Abhinavagupta: “Sakti, che gioca all’infinito al LIMITE DEI MIEI SENSI. Il mondo intero risplende come il grande gioire della pura coscienza. In effetti non so a cosa la parola MONDO può essere riferita”.

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