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Utopie sotto chiave

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Occorre progettare l’imponderabile, metaforizzare l’esperibile, stirare il collo all’utopia. Celebrare l’istante nella totalità deprivata dall’intenzione. Spettacolarizzare la noia nel gesto da mostrare al cieco. Esautorare il senso della vista in favore di quello uditivo. Apprendere al chiodo. Contemplare senza giudicare. Leccare la rappresentazione visiva d’un geranio. Evocare Tolomeo e dare una bella pacca alla sua spalla eterica. Strizzare l’occhio al panno. Cacciare i mercanti dal tempo. Sincronizzare l’autismo. Riaprire le case aperte. Stigmatizzare la Tragedia. Sistemare il cappotto alla gruccia e appenderlo in una delle pause tra ispirazione ed espirazione. Rovistare nell’endecadimensionale. Porre un limite al totemico. Mettere in scena la ricerca antropologica. Ricercare il Bello in ciò che è pieno e in ciò che è vacuo. Riempire di prana i Sei Otri che sovrintendono l’Alto e il Basso, il Davanti e il Di Dietro e il Lato Destro e il Sinistro. Declinare la voce del tempo nella posizione del suryanamaskara. Bere il Soma direttamente dai capezzoli di una fitoterapista. Mangiare i Carpazi. Viaggiare nello spazio con la fantasia dell’Estronauta. Indossare il pe-rizoma per vivere l’erotismo sotto differenti prospettive. Disegnare una pesca a partire dal nocciolo. Stuprare come si deve una monade. Ammazzare il tempio. Nuotare in stile liberty… occorrerebbe insomma fare tante belle cose. Ma poi guardo il panettiere con la patta aperta e la moglie con lo sguardo della scimmia nasica e realizzo che è meglio lasciare tutto così com’è.

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