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“Tempu voli tempu” vs “Tri pila avi u poccu, u poccu avi tri pila”

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Ieri disquisivamo amabilmente con un amico circa l’enorme buco nero (di significato e significante), la voragine semantica che viene ad aprirsi con il detto siciliano (vero e proprio “koan”): “Tempu voli Tempu” (Tempo vuole Tempo). Lo immaginavamo annunciato solennemente da un remoto profeta all’attonita calca di rustici pastori, dall’alto d’una cima d’un promontorio, terrificante monito antecedente all’eclissi. Nulla supera questo Monolite di Conoscenza che viene incontro simbolicamente al disperato tentativo lacaniano di rispondere alla domanda “Perché c’è qualcosa anziché il nulla?” con: “Questo qualcosa che è a dispetto del nulla si chiama Sintomo”.
“Tempu voli Tempu” è, dal punto di vista archetipico, antecedente alla sua riduzione fenomenologica dell’altrettanto efficace: “Tri pila avi u poccu, u poccu avi tri pila” (tre peli ha il maiale, il maiale ha tre peli).
Il primo detto esclude la triade mondo-linguaggio-soggetto, e non è neanche minimamente toccato dalla tirannia dell’Assolutismo del Significante. Di più: non è rappresentativo “tout court”, è deprivato di strutturazione simbolica, laddove il secondo, viceversa, è già sintomo di una realtà manifesta, strutturata, “compromessa”. A partire da queste perle di saggezza, forse, andrebbe rigenerata la sapienza dei siciliani, popolo eterogeneo ma connotato dagli stessi ambiti territoriali di una regione/continente che fiorisce dallo (nello) Stupro Ciclico, che si “identifica” nel sincretismo e nella sua prerogativa: il rapporto tra Distruzione e Costruzione. Popolo rivolto al passato – il collo torto a sinistra,- fin dalle sue viscere semantiche (la lingua che non contempla il verbo al futuro), e dunque “orientale”, nel senso di una visione del mondo più intima, il resto essendo celebrazione del fatuo, rito iniziatico (la piramide dell’arancino che si frantuma a colpi di morsi), paradossale negazione dell’esistenza materiale.

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