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L’unicità della festa di Sant’Agata

Vivere l'identità peculiare catanese di questa ritualità

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Chi mi conosce sa che posso permettermi di fare questo discorso. Misconoscere la peculiarità, oserei dire l’unicità della festa di Sant’Agata, lo trovo atto snobistico insopportabile. Al netto di tutto ciò che sappiamo – mafie, corruzioni, maleducazione, inciviltà ecc. – stiamo pur sempre parlando di una ritualità ancestrale che non può essere ricondotta a mera questione di malaffare della cittadinanza. Peraltro parliamo del martirio di una donna che simbolicamente rimanda a certe forze energetiche fondamentali, proprio di natura femminile, forze che caratterizzano questa festa nella propria essenza pagana. Il fatto che una città si fermi per tre giorni è sano. Festa significa ritualità collettiva, amore condiviso e panico. Un tempo tutto si fermava per le celebrazioni e intere comunità potevano mettere in scena il capovolgimento dei valori sociali diventando le maschere popolari del teatro della vita terrena e ultraterrena. Al netto di questa contemporaneità, rimane sempre uno scarto in questa festa agatina, scarto che non è commensurabile, né riducibile a mera questione di denuncia di atteggiamenti e modalità delinquenziali. La festa di Sant’Agata è festa sentita, non banale parata di Stato; certamente è vissuta con pathos nei suoi strati più popolari, dove vibra ancora di emozioni palpabili e sincere. Queste feste rappresentano ancora un baluardo identitario contro l’omologazione imperante e certamente, se purificate dagli orrori contingenti, potrebbero essere il volano per un grande riscatto cittadino in termini di turismo e cultura. Ridimensionare il portato simbolico della festività agatina è fare un torto alla bellezza del campare. Viva il baccanale, viva lo scialo, viva la festa. Vivere l’identità peculiare catanese di questa ritualità, in questo caso, è sano risuonare del magico. Forse il problema siamo noi, nel porci fuori da ogni ritualità collettiva, isolati nel solipsismo di una realtà deprivata della sua stessa storia, figli del disagio e della nevrosi dell’alterità.

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