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Joker e Kerényi: tra mito e mitologema

«Questa dell’abuso della parola “mito”, intesa come narrazione, è deriva recente, ottocentesca»

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Il mito, se ricordo bene in Platone, non richiede alcuna dimostrazione. In ciò differisce dal “logos”, che semmai fruirà il mito come “mitologema”, nell’accezione kerenyana e poi di Jesi. Questa dell’abuso della parola “mito”, intesa come narrazione, è deriva recente, ottocentesca. Giovanni Reale lo spiega molto bene. Ora: confrontarsi con l’universo DC Comics o Marvel (e ci sono comunque abissi) criticandone la poetica dicotomizzante (eroe/cattivo) è – questa sì! – operazione di distorsione (ne ho lette di ogni tipo in questo periodo). Prendere il Joker per altro da ciò che è – ossia “figura” e non “immagine” (Jung direbbe archetipo) è altra sciocchezza. Infatti la maschera del Joker è dionisiaca-immagine perché indossata infinitamente, così come le figure di Prometeo e Niobe, ad es., potevano assumere le più diverse forme variate, nella rappresentazione, pur restando legate all’immagine della maschera. In questo senso ci vengono incontro le vicissitudini degli attori che hanno via via interpretato il Joker, da Nicholson a Ledger, e con le conseguenze che sappiamo (Nicholson fece delle dichiarazioni importanti dopo la morte di Ledger relativamente alla maledizione del Joker). Al di là del fatto che il film possa essere stato più o meno apprezzato o detestato, pertinenza vuole che non si stravolgano gli addentellati e i riferimenti espliciti. Tutta l’opera culmina in un fatto che ha sconvolto la comunità DC Comics, ossia sulla natura “messianica” del Joker, e sull’evidente determinazione dell’avvento di Batman alla luce dell’omicidio dei genitori, che non può più essere casuale, o attribuito al Caos (ricordate il dialogo tra Joker e il piccolo Wayne? Avete fatto caso che in prigione, dietro le sbarre protettive della lussuosa dimora è Wayne?). Come non vedere un ribaltamento dei valori in chiave “desadiana”? Il film è costruito secondo un percorso simbolico che rimanda a una molteplicità di aperture all’interno di un labirinto semantico privo di vie d’uscita.
Il finale del “Joker” di Todd Phillips, ove, peraltro, si risolve in chiave importante il dilemma del Demiurgo-Joker che genera la sua altra parte: Bruce Wayne, è determinato dalla rivoluzione del Joker, che da un processo individuale di follia ontologica diventa Dio, genera il concetto di “Storia” e di “Divenire”, e “partorisce” la stirpe dell’uomo affetto da senso di colpa; lui pura radice dionisiaca, crea l’eroe mortale, l’ambiguità della nevrosi dei conflitti interiori.

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