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Il paradigma della bottiglia “letale”

Da una storia realmente accaduta a Francesco Cusa

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Per farvi intendere quanto imbranato io possa essere, vi racconto quanto or ora accaduto. Sono giorni che il frigo non si chiude. Giorni che tento di contattare un uomo tutto-fare, un “ciappinaro”, come si dice meravigliosamente a Bologna, che da ora in poi denomineremo “Il Santo”. Bene, dopo tante tribolazioni e il frigo tenuto chiuso per giorni tramite assurde composizioni di sedie e tavolini, degne di una istallazione alla Biennale, con relative esondazioni di liquidi e perdite, finalmente oggi Il Santo può venire. Entra e si accomoda, sempre gentilissimo e cordiale. Apre il frigo e con un gesto ancestrale e magico, toglie la bottiglia che impediva la chiusura della portiera. Pacche sulle spalle come a dire: “figliuolo, non è più tempo tuo. Forse non lo è mai stato”. Mortificato e intimamente consapevole della mia più totale, assoluta, ontologica COGLIONAGGINE, cerco disperatamente di fargli fare qualcos’altro. Niente. Tutto pare reggersi in un equilibrio domestico talmente perfetto da rasentare lo sconcertante. Allora abbozzo una prece al Santo. Chiedo se possiamo PREVENIRE un futuro problema. Lo imploro di controllare. Ahimè, al
momento pare tutto a posto. Il Santo se ne va con un sorriso bonario, di quelli che un tempo gli uomini dotati di grande anima riservavano ai miserabili, ai derelitti e agli incapaci. Io dovrei semplicemente ritirarmi. Questo so. Solo questo.

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