“Il Candide del Maligno”

di

In queste mie perenni peregrinazioni sono perseguitato da operai che trapanano e martellano. Fanno una pausa e urlano nei più disparati dialetti. E quindi poi martellano e trapanano (con l’accento sempre sulla seconda “a”). Io, nel dubbio atroce del dormiveglia, mi domando se sia più molesta la fase del dialogo o quella delle percosse d’accanimento alle pareti umide. Certamente l’odio in qualità di sentimento puro e adamantino, acquisisce forme aristocratiche e settecentesche. Comprendi – in questi stati alterati di percezione -, che il “Candide” di Voltaire è opera del Maligno. Ed è allora che la mente visualizza, a protezione dell’ingiuria, immaginarie acqueforti, col signorotto (di cannocchial munito) a soprassedere su certi lavori di bonifica di canali e condotti.
Esprimo dunque un’invocazione nel mattino grigio e piovoso di un autunno troppo precoce. Un sentito ringraziamento postumo, va al Dottor Joseph Ignace Guillotin, inventore di uno strumento nobile, di netta funzionalità sociale, ahimè, oggi caduto in disuso. Per giusto o sbagliato che fosse – e chi siamo noi a poter dire a livello karmico se il sacrificio di colpevoli e innocenti non sia poi funzionale a un disegno ancora più grande, e per il singolo e per le gloriose vicende umane -, il copioso rotolare di testoni finiva, volente o nolente, con l’appagare carnalmente quel viziato senso di giustizia innato in tutti noi bipedi terrestri. Insomma s’andava a casa con la pancia piena e ci si sedeva come Cristo comanda a tavola, anziché trepidare nel limbo dell’astratto, occulto, trinitario grado di giudizio processuale. Dottore, i miei più sinceri omaggi, con colpevole ritardo.