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Essere nella storia

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Non c’è nessun “prima” e nessun “dopo”. La storia è disciplina umana. Per semplificare, non si occupa del disumano. Dal punto di vista disciplinare, la storia utilizza il metodo scientifico, ma già definire “storia” al singolare pone serie problematiche al processo interpretativo dei “fatti”. La più accettabile delle vie di accesso al passato è, attualmente, l’approccio della scuola di “Les Annales”, con la sua declinazione di “storie” al plurale, in ciò sublimando la dicotomia dell’approccio marxista, che pure ha prodotto fior di storici. Sull’idea di cronologia e percezione del tempo consiglio gli studi sulla grafologia di Pulver (tendiamo a considerare il tempo come
una variabile che muove da un punto verso il futuro, da sinistra a destra). In ogni caso, un conto è relazionarsi tramite le increspature della superficie dei mari cognitivi del linguaggio, un altro è sondare le abissali profondità del mistero. Se non esiste il tempo non può esistere una storia degli uomini.
Per me, tutto è Reale. Il cervello crea costantemente una prospettiva, un immaginario, e computa in frazioni di millesimo di secondo, una mappatura del mondo. Ma l’esperienza che tutti noi facciamo, potrà aver senza dubbio suggerito che in certi momenti il tempo pare trascorrere lentamente o velocemente, a seconda della necessità. Se siamo sotto tortura il tempo scorre lentissimo. Se ci stiamo divertendo a rincorrere una palla, il tempo vola. Hawking spiega molto bene, nel suo meraviglioso testo “Il Grande Disegno”, che l’unico criterio valido per una teoria scientifica è quello dell’ “eleganza”. Ma nulla vieta di poter dedurre una “idea di universo” a partire da altri concetti. Per esempio, un pesce dentro la sua vaschetta tondeggiante potrebbe concepire un’idea di realtà a partire dal concetto di convessità. I nostri strumenti di indagine, per quanto possano apparirci raffinati oggi, sono ancora l’equivalente della clava per cavernicolo. Nulla può dimostrare che la nostra realtà fenomenica non sia una simulazione. Nulla. Il nostro mondo potrebbe essere una complessa (per noi) manipolazione, ordita su altri piani. Dunque, virtuale e reale sono solo aspetti cognitivi relativi al contesto. Il concetto di “Maya”, come velo del Reale, parla della nostra realtà come di una manifestazione illusoria dei sensi. I sensi, secondo le strofe del Samkhya (che pure rappresenta una via d’elevazione in antitesi, ad esempio, al percorso kashmiro), rappresentano l’ultima istanza del processo di indagine dell’adepto. “Essere nella storia” significa essere in “The Kingdom”, nel regno di Natura.

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