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Da un seminario con Eric Baret

Gli incontri con Eric Baret rimandano al corpo, al proprio corpo, solo che questo benedetto corpo a un certo punto non esiste più

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Dopo un incontro con Eric Baret si ritorna alla morfologia pulsante della vita, e pian piano ci si discosta da quella cattedrale di silenzio costellata di luci intermittenti di vissuto che costituisce la sostanza e l’essenza della pratica. Rimane il profumo di quell’esperienza, ciò che dovrebbe essere la maieutica del nostro vivere, nell’andirivieni tra “pensare” e “sentire”, ossia dello iato che costituisce e nega per ogni istante il senso del nostro immaginario. Essere in “ascolto”. Quando si dismettono i panni del “conoscente” non rimane che l’ascolto delle proprie sensazioni e delle proprie emozioni; durante questi incontri esse prendono a vagare come deprivate da una rappresentazione, di un’imago, di un oggetto. Gli incontri con Eric Baret rimandano al corpo, al proprio corpo, solo che questo benedetto corpo a un certo punto non esiste più, e smette d’essere una protesi dell’Io… constastare… cosa è pieno… cosa è vacante… lo spazio tra le anche… L’esperienza tangibile di un sentire che vibra al di qua del pensiero, della pulsazione vivida che si traduce nella glacialità dell’emozione, vive sia nella pratica che durante le sessioni conclusive di domande e risposte che Eric regala a integrazione di ogni seduta. Quando risponde egli pare attingere a un flusso perenne e costante e sono parole che si dispongono con la stessa naturalezza di quelle che si potrebbero leggere in un testo, tanto il piano dell’espressione verbale procede senza titubanze, in maniera fluida. Possono essere anche risposte paradossali che possono suscitare la risata liberatoria per i partecipanti, anche se Baret non pare mai scomporsi, o concedere autocompiacimento al suo stesso dire – Siete gelosi. Pensate che vostra moglie vi tradisce con un pompiere. Immaginate tutte le posizioni che faranno. Provate un forte sentimento di angoscia, rabbia, paura. Il cuore si restringe, si contrae. Poi si espande. E di nuovo torna l’immagine del pompiere. E di nuovo una restrizione. E’ un continuo andirivieni, fin quando, nella pratica, si constata che l’emozione in sé, fuori dall’evocazione delle rappresentazione, non ha oggetto: é’ fredda.

Rimane, piena, questa straordinaria sensazione di appagamento, una sorta di melodia del corpo, di rilassamento che non è meramente muscolare ma spirituale. Nella profondità percepisco che ogni mia parte del corpo sta “cantando” una canzone e una musica che non conosco, ma che mi è misteriosamente familiare… state forse creando una tensione?…

state creando un dorso?…

È come ascoltare una vibrazione eterna, connettersi con un metalinguaggio prossimo e al contempo impenetrabile, sentirsi partecipi di una universale, immensa umiltà.

Mi ha molto colpito un passaggio in questo ultimo seminario. A un certo punto Baret ha parlato di “immaginario della povertà” quando non si è mai bastanti a se stessi, quando ci si ritiene mancanti di qualcosa, o nella continua richiesta – non c’è uomo più ricco di ogni singolo uomo… chi è intelligente, o ha il dono dell’arte, non ha bisogno di fare yoga. Chi è stupido e non ha nessuna qualità, allora, forse, magari può darsi allo yoga.

Ma ciò che tento riportare in questo scritto, è solo il mio patetico atto di testimonianza. Chi ha letto fin qui può anche dimenticare tutto ciò che ho tentato maldestramente di riportare, che sta alla realtà di quella esperienza come potrebbe stare l’ombra al sole di un individuo nei confronti della complessità della sua vita interiore.

Forse è solo una maniera di ringraziare Eric Baret per tutto ciò che ha saputo donarmi in questa vita.

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