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Tino Vittorio: uno scrittore pentito con attenuanti

Scrivere è un vizio accademico il mio, una brutta abitudine contratta contro voglia: to publish or to perish.

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Già docente di storia contemporanea all’Università di Catania. Ha scritto numerosi libri onniscienti, irriverenti, luminescenti. A detta di molti dissenzienti. Ecco alcuni titoli: Sciascia, la storia ed altro, Italian serendipity, La mafia di carta. Mafie, mafiosi e mafiologie, Biscariopoli. Il porto e i mestieri del mare a Catania, Mao e la mafia, Anteo. Saggio marinaro sulla «questione meridionale» d’Italia.

Risponde dissenzientemente ad alcune domande, sperando che prossimamente ci racconti un po’ di storie a puntate. Magari in una bella rubrica tutta per lui dove potrà dire quello che gli pare. Lui se lo può permettere!

Chi è Tino Vittorio?

Boh! Certamente un insignificante dato anagrafico che si dissolverà e risolverà alla fine. Prima della de-finizione, della fine è un punto oscuro attorno a cui si aggregano “esperienze”, reciprocamente di conferma e/o di contraddizione, cercate e subìte. L’identità: un filo di ferro su cui si stendono, cumulano i panni delle vicende individuali. Visibili e decodificabili i panni, invisibile e insensata la loro sostanza, il filo sottostante, la substantia. Ma, poi, perché quei “panni” e non altri?

 Perché scrive libri?

È un vizio accademico il mio, una brutta abitudine contratta contro voglia: to publish or to perish. Ne avrei fatto a meno. È un rimprovero che mi vado facendo al pensiero di chi li leggerà, se li leggerà per darne sepoltura. Li vedo come il cadavere muto, osservato e compassionevole da parte dei parenti e conoscenti raccolti, come prèfiche autoinvitate, al funerale. Odiosi questi, quanto parziali e reticenti quelli. Scritto il primo, ne scrivi un secondo per giustificare il primo e così prepari il terzo… Un’ossessione. Come parlare per dare forma e definizione al silenzio, vulnerato dalla parola che dovrebbe definirlo. Li ho scritti, come sgravarli da ingravidato o come l’espulsione di un tumore. Sono un pentito con attenuanti!

Scrivere è una forma di autoterapia?

Al contrario: é la lettura ad essere terapeutica, non la scrittura. A me piacciono i libri degli altri, come a un becchino la tumulazione del defunto.

Che cosa è la letteratura?

Un balsamo elaborato da disadattati per disadattati. Io leggo per distrarmi un po’ come Stendhal o Dalla (Caro amico, ti scrivo…), per cercare un alibi, per starmene altrove.

Crede nell’immortalità della parola?

No, non credo in nulla. Nessuno mi crede. Neppure in banca abbiamo credito se non per la garanzia dell’ipoteca vista sui beni accertati del debitore! Chi ha credito è un furfante (ma non mi si confonda per un ezrapoundiano!). Vedo, quindi, la “mortalità” che non mi pare sia un’ipotesi. Arrivederci e baci! Nessuno di noi parlanti ha la “sua” parola che si eredita con tutta la grammatica, sempre rinnovantesi e costruita dalla tradizione. È una Techné di innovazioni che si fa tradizione per essere ridiscussa, arricchita. Parliamo con le parole degli altri. Per questo ci sono i poeti che mal sopporto: se sono consapevoli e responsabili sono incomprensibili ché tendono all’identità assoluta (e non c’è identità che non sia assoluta, autoreferenziale) con il lancio di coriandoli-parole trasformate in suoni.

Come finirà con l’ignoranza dei social?

A ognuno i suoi social: i miei non sono ignoranti. E non so come finirà, come mi finirà!

La ricerca sugli ebrei?

Ricerca infinita e rapsodica e carsica: si esplica mascherata. Esiste un solo monoteismo, quello ebraico (cristiani e maomettani sono pataccari sprovveduti, ma – consapevolmente pataccari – hanno provveduto e provvedono a fare sparire la loro origine. I migliori “monoteisti” sono gli astrofisici. La più assennata filosofia è la Fisica quantistica (ma non mi dispiacciono i frattali di Mandelbrot).

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