Sicilia Report
Sicilia Report

La poetessa Giovanna Alecci: pregna di donne coraggiose, di dedizione, di passione e di abbandono, affrancate dalle “pene d’amor perdute”

Un’intervista “fiume”, lunga, complessa, e tremendamente piena di “bellezza” sull’opera “Il mare degli ultimi” edito da Carthago

“Il Mare degli ultimi” edito dalla casa editrice Carthago, surclassando la prima poesia a cui è dedicato il libro cioè ai migranti che hanno subito infiniti traumi e disgrazie nell’abbandono della propria terra, noi nell’intervista ci dedicheremo “alle donne” che nel “Mare degli ultimi”, considerando la minoranza dei migranti, sono “le donne”, ancora più in basso nella classificazione “degli ultimi”.

Bottone 980×300

Ma di donne Giovanna Alecci ci racconta nelle sue poesie: delle Donne in generale e della loro condizione, poiché anche nel nostro cosiddetto “emisfero occidentale”, dove la donna continua a subire abbandoni, violenze, sopraffazioni e per vivere o meglio per sopravvivere ha bisogno di conforto, di assistenza e soprattutto di autostima, poiché a volte è la stessa la famiglia, la società e il legame indissolubile ed esclusivo che la donna ha con i propri figli, rende “invisibile” e “quasi vacuo”, il suo vero modo di essere l’espressione della sua anima e della sua missione. Per questo siamo presenti su questa dimensione come esseri umani. Sul pianeta Terra, del Sistema Solare nella Via Lattea e non in un’altra galassia stellare.

Chi è Giovanna Alecci?
In realtà sono tante cose messe insieme, come tutti! Un accordo di particolarità sovrapposte come in una piccola matrioska. Frammenti interconnessi che compongono quella che sono, ma ciò che determina quella parte che di me compone in versi è sicuramente quella che possiede una forte sensibilità; caratteristica che ho sviluppato da quando ero piccolissima. Credo di poter dire che il poeta nasce poeta. La malinconia, la meraviglia sono stati d’animo che il poeta celebra e trasmette ricordando il paradiso, il suo paradiso, quello nascosto a tutti. Un universo parallelo nel quale rifugiarsi per scandagliare e decifrare la vita su questo. La poesia appartiene a tutti. In particolar modo a chi riesce a sentirla dentro: chi la scrive, chi la legge, chi la cerca nel mondo. La poesia è universale se si legge con gli occhi dell’anima. Essa tocca chi è in grado di filtrare, dal quotidiano, gli aspetti più che altro emozionali per poi metterli su carta ri-costruendo con mezzi diversi e maniere differenti una briciola di vita che si apre e poi si chiude nello spazio e nell’intensità di cui è stato capace di ri-vivere e di ri-scrivere l’autore.

Ho iniziato a scrivere quando ero adolescente: durante la stagione più difficile per gli esseri umani, entro la quale lasciare andare qualcuno è veramente difficile, specie se lo lasci alla morte, specie se è una persona che ami. Poi, in qualche modo, sono riuscita a materializzare in parole quell’angoscia convergendovi i sentimenti di frustrazione. Fu la prima terribile perdita. Un distacco vissuto con troppo dolore.  Poiché il poeta, l’artista, chi ha sensibilità indifferibili da trasmettere e comunicare è condannato a vivere tutto in modo amplificato, sia nel bene che nel male. E questa può essere davvero una condanna. La condanna dei sentimenti.

La poesia ha una funzione terapeutica per chi la scrive o per chi la legge o meglio ancora per chi l’ascolta magari pronunciata da un attore aduso a questa tecnica?
Sì, senza dubbio la poesia è terapeutica per chi la compone, ma non solo. Io la chiamo “spremuta di cuore”. È quasi come recarsi dallo psicoterapeuta. Inconsapevolmente riesci a curare un malessere, scrivendo. Cominci ad usare le parole convogliando in esse la rabbia, la delusione, il dolore, l’ironia, l’allegria, l’elegia, la provocazione, l’amore e questi sentimenti rimangono fissati nei versi, pronti a rivivere negli occhi di chi la leggerà, lasciandoti “libero” del potere che avevano su di te. E questo potere, le parole che hai dentro, ce l’hanno eccome.

Da subito, per me, scrivere è divenuta un’urgenza; l’atto d’amore verso me stessa, croce e delizia di una vita vissuta intensamente. Anche se, comunque vadano le cose, sono dell’idea che non bisogna mai prendersi troppo sul serio; mi piace pensare che chi si addossa l’audacia di “dire” qualcosa o meglio l’ardire di “versificare” sia simile ad un clown (questo mi ricorda molto il poeta Aldo Palazzeschi il quale giocava in maniera esimia con le parole e il non senso per accusare la terribile irrealizzabilità della poesia nel mondo moderno). È in quel momento che ti senti protagonista e autore degli impulsi, dei ruoli, delle funzioni e delle passioni dell’essere umano; ma al contempo anche il ludibrio della sorte.

Chi ama circondarsi di poesia è alla ricerca di un’interpretazione dei propri sentimenti e di provare a sé stesso che quello che vive sono emozioni universali, cantate da sempre e ovunque nel mondo.

È sempre entusiasmante ascoltare l’interpretazione dei propri versi, specie se l’attore indossa alla perfezione ciò che volevi dire. È in quel momento che “l’arte domestica l’uomo”: non c’è più distinzione fra le tre figure: chi ha scritto, chi recita, chi ascolta; si è un tutt’uno e questa è la magia della poesia e dell’arte in generale.

  Per i nati il 21 gennaio si parla spesso di “edonismo” ovvero di un’esistenza dedicata al Piacere. E poi si scopre che il tuo “edonistico piacere” è che tu passi da stati di tranquillità a stati di irrequietezza in maniera repentina: qual è il percorso?
L’irrequietezza è indispensabile per uno spirito che si pone molte domande. Il poeta, come il filosofo, si sente quasi in dovere di discernere e farsi carico di verità anche scomode che poi serve ai propri lettori, a coloro i quali alimentano a loro volta la propria irrequietezza attraverso gli stessi versi. Se il poeta ha il compito di dare a tutto una voce, una parola con un peso specifico proprio e importante, allora l’edonismo, in questo caso può essere inteso come scevro dell’accezione della bellezza intesa come piacere fine a sé stesso altresì di riconoscere la bellezza ovunque anche dove non c’è più.

Ma entriamo nei particolari di alcune poesie scelte secondo il canone “Donna, amore, passione, abbandono …”: cito per intero la poesia L’abbandono: Ho sempre pensato ai tuoi occhi profondi/Gli stessi che mi lasciarono lì seduta/Incredula del tuo abbandono/Li ricordo i tuoi occhi/infinite volte li ho fermati/sulla porta del non ritorno/li ho messi davanti ai miei/I tuoi occhi/cercando negli angoli bui/il seme del rammarico/il brivido cupo della colpa. Mi sono fatta piccola, flessibile, sono diventata luce/Dovevo credere che nei tuoi occhi/Ci fosse amarezza, dubbio, sconforto/No, no, no, non c’era niente/Mi hai solo lasciata lì. Ecco quanto c’è di te in questa poesia sulla condizione personale e quanto sulla condizione oggettiva della donna nella nostra società?
Io vivo in maniera amplificata i sentimenti; soprattutto quando le emozioni divengono parole. Allora può nascere una poesia, una canzone o chissà che cosa….

L’amore è il sentimento per il quale mi sono rotta le ossa, specie “le ossa” del cuore. Ho amato nel modo che so fare, senza rimpianti, ma mi rendo conto che non si può essere ricambiati con lo stesso sentimento, mai, con la stessa qualità di sentimento, con lo stesso impegno. Ognuno ama come ne è capace. Purtroppo è inevitabile il senso di abbandono, ma fortunatamente non ho mai vissuto di vittimismo e dalle esperienze negative ho cercato di trarre l’insegnamento ed il messaggio insito nell’errore.

È chiaro che questa del senso di abbandono è un vincolo che entrambi i sessi sperimentano nel corso della propria vita, ma la donna è più sensibile a questo aspetto, forse per quella scintilla di atavico bisogno di protezione che per fortuna, ormai, sta ampiamente sublimando.

Le pubblicità. Il feedback finto delle metaforiche strade delle grandi metropoli dove le donne sono alla conquista della città. La pseudo politica pro-femminile ci parlano di una donna che ha uguagliato e addirittura superato l’uomo, in tutto: nel lavoro, nella società in generale, all’interno della famiglia stessa. Questo è in parte vero, ma tendenzialmente è ciò che si vuole mostrare; la realtà, per troppe donne ancora, è una vita vissuta nell’ombra del proprio uomo. A testimonianza di questo vorrei ricordare il numero, purtroppo, crescente di atti di violenza e di omicidio perpetrato ancora a carico delle donne ovunque, senza sconti per quello che si crede il mondo occidentale: Olimpo del nuovo mondo dove l’uomo che maltratta non è lo straniero, ma spessissimo è l’uomo per il quale la donna ha dato tutto e che le sta accanto.

Nella poesia Sensi di colpa che pubblichiamo per intero: Lega forte/come invisibile/schiavitù/il senso/di colpa/camuffato/da latte/materno. Bile/secreto/dal petto/suo/avviluppa/le membra/arresta/i pensieri/e rende/infecondi/emozioni/e azioni. Questo testo diventa un manifesto in senso di denuncia che riguarda spesso la condizione femminile legata ai blocchi della famiglia di origine, indifferentemente dalla latitudine da cui siamo nate, a maggior ragione da culture dove la donna è solo un “utero riproduttivo,” qual era la potenza di significato che volevi sottolineare?
Sono stata sempre molto sensibile all’argomento femminile, non è un caso se la mia prima silloge ha il titolo “Venere illusa”, e dopo tre anni pubblico con Carthago, “Il mare degli ultimi”. Faccio parte di associazioni che offrono aiuto e tutela alle donne che ne hanno bisogno. Per troppo tempo la donna ha maturato sensi di colpa che ne hanno arrestato la crescita, la liberazione, la consapevolezza del proprio valore. Sensi di colpa che purtroppo vengono tramandati in famiglia, dalla stessa madre. L’ambiente familiare è di cruciale importanza nel creare quello che sarà il modo in cui ci rapporteremo con gli altri, con l’altro sesso, con il mondo. Questo vale anche per la scuola.

La sottomissione per chi la vive e per chi la esige è una questione culturale che viene appresa in famiglia già nei primissimi anni di vita. È necessario che si riconosca il potere del femminile e che l’uomo e la donna stessa non ne abbiano paura. Dall’altro lato vorrei celebrare quegli uomini che sono meravigliosamente ispirati e concepiscono la donna, come una “dea vivente” che solca le strade della loro vite.

Ma Giovanna Alecci è una donna passionale, quando l’amore è quello vero profondo che comprende mente, corpo e anima, nel pieno rispetto della Donna. Citiamo solo i titoli delle poesie della sezione I Sensi e rimandiamo i lettori all’acquisto del libro per scoprire le parole giuste da dare alla passione: Le mani, Il bacio, La carne, Nudità coperte, Ode all’arancia, La parola. Qual è la tua poesia o magari l’espressione che racconta la tua sensualità e la voglia di vivere tra queste poesie citate?
 Credo che il desiderio sia qualcosa di imprescindibile nella coppia. Ciò che lega i corpi e le anime,  prima ancora, dell’amore. Il desiderio non è un vero e proprio sentimento, ma credo sia un istinto potente e difficile da domare. Il connubio fra il desiderio, la passione e l’amore è ciò che tutti ci auguriamo di vivere in una relazione.

Personalmente sono legata, fra queste che hai menzionato, che fanno parte della sezione dei Sensi alla poesia “La carne”: La tua carne sveglia/i lupi degli occhi miei/sentinelle pacifiche/del tuo odore.

Credo che questa poesia spieghi cosa sia per me la passione: che inizia certamente negli occhi attraverso i quali fioriscono le emozioni fino ad arrivare a toccare quell’intimità e quell’abbandono assoluto, dove a pochi permettiamo di accedere.

La copertina del libro della favolosa artista Lisa Barbera: cosa ci racconti su di lei?
Della mia carissima amica e talentuosa illustratrice vi dico che quasi tutte le mie pubblicazioni sono in collaborazione con lei. Tra di noi esiste una sintonia artistica che non ha bisogno di essere supportata da grandi spiegazioni.

L’idea espressa in copertina rappresenta una donna con la chioma viola che non solo è il colore della terra, ma è anche il risultato che otteniamo tra il colore rosso (dei tanti immigrati che nel mare perdono la vita) e il blu del mare; mentre la donna volutamente nuda con i seni prorompenti che porta nell’ombelico le fattezze di un embrione e nell’occhio delle nuvole, rappresenta la madre terra e la madre in generale che porta con sé il potere della creazione e della speranza. Ancora nella chioma troviamo una barca alla deriva e delle persone che vengono sbalzate in mare per la tempesta. Sulla testa, la donna ha anche una cicala che rappresenta me in veste di “versificatrice” che ha sempre da dire la sua.

Il 25 novembre hai partecipato …  con il “Fiore di kokai” il tuo monologo per la giornata contro la violenza sulle donne: come sei stata ispirata e perché hai deciso di metterti in gioco in prima persona con un testo così chiaro, crudo ed emotivamente devastante?
In occasione delle manifestazioni per la sensibilizzazione contro la violenza sulle donne del 25 novembre scorso tenutesi nel comune di Noto, sono stata invitata a recitare il mio monologo Fiore di kokai, precedentemente scelto per l’occasione dall’assessore alla cultura dott.ssa Giusy Solerte. La manifestazione si è svolta nei locali del Municipio antistante la suggestiva cattedrale di Noto nel rispetto delle normative stabilite dall’ultimo DPCM.

Al di là delle esperienze personali, mi hanno sempre suggestionato le letture sulla condizione di vita familiare e sociale delle donne nel mondo ancora in via di sviluppo e delle donne che tutt’oggi nel mondo occidentale faticano ad emanciparsi da un uomo che fa loro da padrone più che da compagno o marito. Fiore di kokai è nato a seguito di un’empatia molto forte verso il mondo “sottosopra” di queste donne-vittime. E lotto insieme ad altre persone meravigliose affinché il fenomeno del femminicidio sia prontamente contrastato alla luce di un giro di vite delle leggi e delle istituzioni. Personalmente ho potuto sperimentare il valore dell’amicizia e della vicinanza femminile ponendo le basi per un background di sorellanza evitando sentimenti di competizione.

Inorridisco davanti a certe crudeltà che ancora oggi vengono perpetrate nei confronti della donna, senza che questo scempio accenni a diminuire; mi riferisco, ad esempio, all’atto raccapricciante dell’infibulazione di cui parlo nel monologo. Bisognerebbe fare di più per sensibilizzare queste donne e questi uomini, proprio perché partiamo da una condizione di vita “fortunata” che ci ha fatto nascere e ci permette di vivere nella parte “giusta” del mondo. E questa è solo fortuna. Non abbiamo nessun merito e nessuna colpa se veniamo al mondo ed ereditiamo una famiglia e un contesto sociale sicuro e pieno di diritti oppure se ci tocca vivere in croce fino alla fine dei nostri giorni. Purtroppo molte donne vivono ancora in queste condizioni dove il loro sesso deve essere mutilato per ragioni incomprensibili. Ciò che rende più terribile l’atto è che solitamente sono le madri a compierlo: senza anestesia o assistenza medica e spesse volte questo scempio viene accettato e subito dalle giovani donne come valore aggiunto. Molte donne africane che vivono stabilmente in Italia, si recano a casa “loro” per farsi mutilare e tornano qui continuando a vivere come se non avessero sopportato l’inferno. Vorrei fare molto per loro. Scrivere non basta. Vorrei davvero togliere quel velo che copre loro la consapevolezza oltre che il bel sorriso.

Per questo motivo come segno di riverenza nei confronti di “queste donne africane” pubblichiamo per intero:

Fiore di kokai
Sono venuta al mondo esalando un urlo caparbio e orgoglioso. Poi mi hanno messo a tacere, con croci sulla bocca. E vivo così da tempo. Da troppo tempo. Inceneriscono gli occhi le perle iridescenti di un collirio fittizio e illusorio. Hanno messo una mano sul mio capo, per farlo chinare fino a farmi annusare la polvere sotto le scarpe. Le loro scarpe di pelle: oh le loro scarpe! Odorano di calci sui miei genitali. Non era una carezza. Affogo negli abissi di questo mare di lacrime e morte. Una piccola finestra mostra ciò che c’è da vedere, ma io inseguo altro. Sogno di correre tra le mie strade assolate, ai cui margini si adagia sempre più sabbia. Vorrei dare aria al fuoco che mi brucia proprio qui, dentro al cuore. Vorrei poter guardare il cielo sorridendo, sicura del fatto che il mio sorriso possa specchiarsi in quest’immensità di azzurro che esiste per tutti. Il sole non può vedere la mia bocca sorridere. Eppure ho una bella bocca: carnosa e scura. Ho anche dei bei denti, bianchissimi. Insomma, credo proprio di avere un bel sorriso, ma è possibile che sia proprio per questo che tu mi voglia celata dietro un velo nero? Il nero non è un colore. Il nero è un no. Il no alla libertà di noi donne. Perché hai paura della bellezza di un sorriso? Cosa temi veramente? Cantare, sì, cantare! Ho sempre desiderato cantare e anche fischiare, come un uomo. Mi viene dal petto questa voglia. Cantare mi mette in pace, raggiungo altre dimensioni, ma lo faccio quando so di essere sola. Vorrei ascoltare la musica, andare ai concerti. Ho saputo che le ragazze europee, quelle della mia età, vanno ai concerti, guidano l’auto, studiano, diventano medici, sono rispettate dai loro uomini. Io vorrei parlare con i miei coetanei, anche per strada, ho tante cosa da dire, tante domande da fare. Perché hai paura delle mie domande? Perché mi vuoi coperta, muta, inerme, incapace di nuocerti? Ma è così che sono, non devi aver paura. Voglio essere la gioia e la pace che risplende da ogni luogo, anche dal più oscuro e misterioso romitorio. Ho provato a dirtelo ma tu hai tagliato i miei genitali. Lo hai fatto fare a mia madre. Hai mutilato più di un clitoride, hai reciso le ali che dovevano ancora spiegarsi. Sono morta in quel momento. È nata una donna morta in quel momento. Il cuore è divenuto metallo e si è fuso alle sue catene. La vita può trasformarsi in lamento. Eppure puoi trovare sempre il modo per farne melodia. Ho sempre amato la musica, può sostituirsi al ritmo del dolore. È così che ti ho sentita nel mio grembo, figlia mia, sapevo che eri una femmina, ne intuivo il triste e condiviso destino. Sei nata in me, fiore di Kokai. Sei nata nel mio corpo crocifisso nel tempo deciso dagli uomini. E adesso navighi le placide acque di un utero salino che ti costruisce le ossa. Fai in modo di possedere un corpo forte, qui serve amore mio, è necessario per sopravvivere. Ti hanno chiusa in me con spine di acacia e filo. È successo in pieno giorno, così le urla si sono confuse con gli altri rumori e l’indifferente affaccendamento quotidiano. Ti hanno chiusa in me e sei divenuta dea e pensiero di indipendenza. In te si nasconde la verità di una vita che vorrei ancora vivere. Si è affacciata la speranza che ho inseguito e che ho poi temuto. Sei l’attesa per un mondo diverso, il mio, il tuo, forse saremo da esempio per altre donne. Sì, lo saremo mio unico amore, mia piccola Manaar. Lotteremo affinché tu possa sorridere al cielo. Il sole merita di riflettersi in un altro sole. Ed eccoci qui, stai per nascere. Aspettavo questa musica. Il ritmo cresce e conta i minuti e poi i secondi. Non sarà facile per noi. Tu troverai la tua strada ben chiusa. Se potessi aiutarti, se solo avessi il coraggio di liberare il tuo passo, ma la mia mano trema incerta quando tenta di trovare un accesso. Ti hanno chiusa in me, cucendo tutto. Il nostro destino adesso è una danza che balleremo solo io e te. Tu sarai capace di trovare la via. Tante volte ho avuto l’incredula certezza che tu abbia compreso in quale povero mondo stai arrivando. Il mondo che è dolore per ancora troppe donne. Oggi sei apparsa dalle mie viscere come fuoco che tutto rinnova, onnipotenza di un amore universale. Scintillio di acque tempestose e scroscianti dalla bocca del Dio padre. Rosso porpora dal centro del mondo. Sei il chiaro esempio di come la libertà, a volte, si nasconde dietro a fili che saldano la fragile carne. Sei nel coraggio di ciò che vorrai, mia Manaar. Canta sempre, canta come ora. Non far posare nulla sul tuo capo, a meno che non siano farfalle. L’amore puro è in te, veicolo incontaminato di una storia che torna senza fine agli uomini, ma che tu canterai sempre nel mio nome e nel nome di tutte le donne.

Commenti