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Comunità Educativa Gastronomica Etnea: Intervista allo chef Mario Traina

Nasce in Italia la prima Comunità Educativa Gastronomica di Slow Food. Un progetto che mira a creare un’educazione “virtuosa” e a dare una possibilità di crescita attraverso l’Università diffusa

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Due mesi fa nasce in Italia la prima Comunità Educativa Gastronomica di Slow Food, proprio qui sotto l’Etna. Un progetto che mira a creare un’educazione “virtuosa” e a dare una possibilità di crescita attraverso l’Università diffusa.
All’interno del Giardino multifunzionale di Dendron, nella romantica aula bucolica i ragazzi e gli insegnanti della Comunità Educativa Gastronomica Etnea (CEGE) che hanno cucinato per noi con prodotti legati alla Sicilia e ai Presidi Slow Food.
L’evento “Ricreazione la mia materia preferita” è un momento di narrazione sostenibile interamente plastic free in cui ogni piatto è rigorosamente di ceramica e i bicchieri di vetro, abbiamo parlato del progetto con uno dei fondatori, Mario Traina, chef, insegnante di cucina, coordinatore didattico e tecnico dell’area ristorazione della scuola Arché – Piazza dei Mestieri di Catania.
Mario, parlaci della Comunità:
La Comunità è nata dalla volontà di un gruppo di persone che lavorano in seno alla scuola, ma che ha un’identità propria e che offre ai ragazzi un ulteriore riferimento sia dal punto di vista spaziale che temporale.
La comunità è un concetto astratto e condiviso che a differenza della scuola non sancisce la fine di un percorso, ma risponde a un ideale di collaborazione, di amicizia e di fratellanza, ma che si prefigge un fine educativo.
Com’è nata l’idea?
Sicuramente grazie al mio percorso di formazione personale, legato a Slow Food e all’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo col quale ancora collaboro in seno ai progetti di Università Diffusa, cioè Università fuori dall’Università rivolta a persone che non sono studenti ma che in maniera moderna ricevono un contributo alla loro educazione.
In tutto ciò la Comunità gioca un ruolo fondamentale, perché è la forma più umana ed incarna perfettamente i valori che Slow Food professa, esistono Comunità di sostegno di un territorio, di tutela di determinati prodotti e dei “saperi” tradizionali e la nostra è la prima comunità educativa che si è formata in Italia.
Parliamo dei ragazzi che lavorano con voi, sono i più talentuosi della scuola?
In realtà il talento per noi non è una condizione interessante, ogni ragazzo brilla di una luce propria che a volte non è percepita nel contesto in cui vive, magari ha avuto un percorso scolastico difficile, non ha studiato, è stato sospeso e bocciato più volte e questi sono i motivi per cui si trova con noi perché ha la necessità di strumenti forti, che lo aiutino a trovare la sua strada.
Quali sono gli obiettivi che vi ponete sia a lungo che a breve termine?
Sicuramente, a mio avviso, uno degli obiettivi a breve termine è quello di riuscire a metterci in contatto con altre aggregazioni di valore come la nostra, con persone che condividono i nostri stessi ideali, con lo scopo di sostenerci a vicenda e non devono necessariamente essere legate al mondo della gastronomia, perché la gastronomia la portiamo noi e possiamo cooperare con chi svolge attività in altri ambiti. La nostra è al momento una Comunità in stato embrionale, la condivisione delle idee è quindi necessaria per crescere, noi cuciniamo per spiegare quello che siamo, ma poi la cucina diventa strumento per arrivare ad altri obiettivi.
A lungo termine secondo me si potrebbe parlare di vera e propria azienda, ma non in termini commerciali, in termini strutturali. Tutto quello che facciamo in questo momento è improntato sulle risorse e sul tempo che abbiamo, ma l’idea di articolare un nuovo sistema educativo che miri ad un’educazione virtuosa, in cui il cibo è comunque strumento e non fine.
Vi siete già rapportati con qualche altra organizzazione per esempio nel mondo dell’arte?
Il luogo in cui ci troviamo stasera è un incrocio di due mondi, il mondo dell’arte e il mondo della gastronomia e, visto che il mondo della gastronomia parte dalla terra c’è una connessione che riporta a un ciclo.
Però la Comunità è nata appena due mesi fa, è quindi giovanissima e in questo momento quello che abbiamo già fatto è un piccolo miracolo e sicuramente il risultato più grande ottenuto è il sostegno che ci è dato dai ragazzi, non perché diciamo loro cosa fare, ma perché vediamo in loro la raccolta del senso di ciò che facciamo.
La Comunità potrebbe essere un luogo in cui i ragazzi trovano altre opportunità dopo la scuola?
La Comunità crescendo potrebbe essere un punto di riferimento anche per ragazzi di altre scuole, di altre Comunità, etc; la scuola è stata il vivaio della Comunità che si è poi completamente distaccata da essa.
La Comunità in questo momento non ha un luogo fisico come sede?
No e probabilmente non lo avrà mai, però utilizziamo la rete di Slow Food che ci aiuta a farci trovare, abbiamo contatti con tutte le parti che compongono l’associazione: produttori, altre Comunità, eventi e quant’altro.
A questo punto dopo aver parlato con Mario, non ci resta che fare due chiacchiere con i ragazzi, Luana Torre e Simone furnari che ci raccontano la loro esperienza all’interno della CEGE.
Luana:
Io sono stata una delle prime ragazze a partecipare alla Comunità, l’ho conosciuta tramite la scuola e quello che posso dire è che è un progetto a cui credo fino in fondo e ogni cosa che otterremo, sarà per me e per i miei compagni una profonda emozione. Abbiamo anche un orto, che ha sede nella scuola, a cui ci dedichiamo con amore e in cui coltiviamo diversi ortaggi che poi vengono utilizzati e da settembre pianteremo anche legumi, la nostra crescita è quindi a 360°.
Simone:
Essendo un po’ più grande, ho diciotto anni, e avendo già finito la scuola, a me la Comunità da la possibilità di fare da tutor ai ragazzi più piccoli in modo da mostrargli che esistono diverse opportunità nella vita, ad esempio andare nell’orto a raccogliere una cosa ha un impatto completamente diverso rispetto ad andare a comprare quella cosa.
Essendo segretario ho anche delle mansioni più burocratiche.

Teatro a Dendron

Il luogo che ci ha ospitati, ha una connotazione davvero particolare “energeticamente forte”: un piccolo teatro realizzato con balle di fieno, una serra con accanto il meraviglioso roseto e una casetta di campagna immersa nella verde frescura degli alberi.
Valerio Valino, artista visivo, musicista e proprietario di questo luogo, ci ha raccontato cos’è DENDRON.
Valerio tu parlavi prima di luogo “animico”, cosa intendevi esattamente?
Prima del desiderio di un uomo di fare qualcosa di un luogo, esiste il desiderio stesso del luogo, un concetto un po’ difficile da carpire, una forma di sensibilità che però l’uomo ha il dovere di sentire verso i luoghi per non violentarli.
A Dendron che è una semplice campagna in cui si fa agricoltura multifunzionale, sto ampliando l’attività agricola con quella culturale, perché ho sentito l’esigenza di includere la condivisione, anche attraverso l’arte.
Lavoriamo con il Teatro, la Musica e le Arti Visive, ma soprattutto la performance artistica, fare cultura in un luogo naturale, amplifica lo stesso contenuto ed è un modello molto contemporaneo, antichissimo, ma allo stesso tempo modernissimo.
La tecnologia è uno strumento utile, ma possiamo essere tecnologici e allo stesso tempo bucolici ed è un’opportunità per crescere, io mi ritengo fortunato perché è ciò che sto facendo in questo luogo e ne viene fuori un calendario eventi di ricerca artistica vera e propria che coinvolge tanti artisti.
Dove possiamo trovare questo calendario eventi?
Lo potete trovare nei nostri canali social, Facebook ed Instagram anche se c’è la volontà di non fare crescere troppo l’affluenza, gli ultimi due anni sono stati di grandi traguardi e di grandi commistioni con artisti e abbiamo ospitato anche eventi scientifici, siamo in contatto con l’Istituto nazionale di geofisica e Vulcanologia, ma io considero tutto ciò ancora a uno stadio embrionale.
Poi Dendron in sé è un modello per operare in modo agreste con la cultura e vorrei portarlo in più luoghi e in più posti. Inoltre, ammetto egoisticamente la mia esigenza di contatto con altri artisti, che siano chef come Mario o musicisti, o artisti visivi, Dendron essendo un luogo di richiamo facilità questi contatti, lo considero come un accelleratore linguistico.
Valerio, ma Dendron giuridicamente cos’è?
In questo momento oltre ad essere la mia casa è anche un’associazione culturale, aperta solo ai soci.
Abbiamo diversi ambienti al suo interno, tra cui il palmento storico che è un edificio di archeologia industriale in cui si svolgono eventi più contenuti come le mostre visive; la serra in cui realizziamo i laboratori artistici per i bambini a cui mi piace dire che lì oltre a crescere le piante possono crescere anche loro.
La cosa importante per noi è non sporcare e non contaminare la vera essenza dei luoghi.

Grazie Valerio per la tua ospitalità e grazie alla Comunità Educativa Gastronomica Etnea sicuramente ci rivedremo prestissimo, perché quando i progetti sono importanti e le persone sono vere, non si può che continuare a crescere.

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